Alessandra Plasterpad Parigi

“Plasterpad” significa cerotto. E per me disegnare è questo: mettere un cerotto sui problemi e sorridere.”


Nata a Torino nel 1990, ha iniziato sin da piccola a scarabocchiare sui fogli da disegno e non ha più smesso. Già dalla scuola materna nascondeva agli altri bambini i pennarelli che funzionavano meglio, per usarli con attenzione nelle ore di disegno.
Ha iniziato il suo percorso di studi artistici al liceo, nella sezione di Disegno Industriale alla Scuola d’Arte Amleto Bertoni a Saluzzo (CN) ma si è ben presto resa conto che la sua vera passione è il disegno artistico. Si è quindi iscritta alla Scuola Comics di Torino dove ha seguito i corsi di Illustrazione, Fumetto e Colorazione Digitale. Nel corso degli anni ha disegnato e dipinto ogni sorta di commissione. Ha lavorato per uno studio tatuaggi come illustratrice, ha realizzato copertine di CD di gruppi musicali, illustrazioni per libri, loghi, ritratti, partecipando a mostre ed esposizioni collettive e personali. Ha intrapreso anche una strada parallela di decorazione d’interni realizzando murales e trompe l’oeil.
Anche se il percorso è in continuo cambiamento, costellato di fogli accartocciati e matite consumate, può definirsi un’ illustratrice.


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@Alessandra “Plasterpad” Parigi

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Monarch: l’inferno della tortura illustrato da Akab

Passeggiando in una libreria, in compagnia di Jun, rimaniamo affascinati, nella sezione dei libri illustrati, da un volume molto interessante intitolato Monarch. Il suo autore AKAB, nome d’arte di Gabriele di Benedetto, ci conduce mediante il suo disegno claustrofobico e tetro, verso i confini più oscuri della “natura” umana. Il tema principale di questo volume palindromo (cioè che presenta due punti di vista) è quello della tortura. L’emozionante, quanto suggestivo libro illustrato, ambientato negli Stati Uniti, trae ispirazione dalla ricerca denominata progetto MKULTRA, realmente esistita e condotta tra gli anni ‘50 e ‘70 dai servizi segreti statunitensi . Tale ricerca, realizzata in maniera illegale e clandestina, veniva effettuata su uomini e donne che, diventati veri e propri prigionieri, subivano ogni tipo di supplizio. Su di essi venivano sperimentate sostanze psicotrope ma anche metodi di deprivazione sensoriale, lobotomia ed elettroshock, abusi sessuali e verbali, volti al control mind, ovvero alla manipolazione della mente umana. L’orrore e l’atmosfera di sofferenza sono ben rappresentati da AKAB che si avvale del punto di vista della vittima (una donna) e di quello, del tutto differente, del carnefice che trovano espressione in due sezioni separate. Nel caso della parte dedicata alla donna, forse la più commovente, la prigioniera elabora 30 metodi per ritrovare la libertà perduta; in quella ispirata al carnefice, invece, quest’ultimo pensa a 30 metodi su come torturare e provocare sofferenza ad una persona. L’opera, ben curata anche nella sua veste grafica, presenta immagini e parole cariche di dolore, in cui lo stesso AKaB sembra rivivere in prima persona gli orrori e la sofferenza umana. In Monarch, l’equilibrio tra scrittura e disegno è ben dosato dall’artista che, attraverso questo volume edito nel 2013, dà vita ad un vero e proprio “capolavoro” denunciando le atrocità della tortura, un male che purtroppo ancora oggi continua a mietere vittime e atroci sofferenze in tutto il mondo.


Jes

©AkaB

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Bit Power

Gustavo Viselner, artista di origini argentine, è l’autore di Bit Power in cui sono raccolte alcune delle sue opere. I suoi lavori sono realizzati attraverso la tecnica della Pixel art: un linguaggio espressivo, nato intorno agli anni ’80, finalizzato principalmente per la grafica dei videogames e, più in generale, per i computer. Il paziente e saggio Viselner, attraverso tale tecnica, guida l’osservatore verso il suo mondo che sembra provenire dallo schermo di un Commodore 64 o di un più recente Game Boy. L’artista, omaggiando alcuni cult movies e, coniugando la magia del cinema a quella della pixel art, crea scenari straordinari guidandoci, mediante suggestioni nostalgiche, ad alcuni piacevoli ricordi dell’infanzia.

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@Gustavo Viselner

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Universos parallelos

Reduce dal Collagistas festival, evento internazionale dedicato alla collage art tenutosi a Milano nel settembre dello scorso anno, ecco lo straordinario e affascinante lavoro dell’artista Argentino Mariano Alonso.  Mente incredibilmente creativa lavora al collage con carta recuperata da riviste, enciclopedie e giornali e con altri materiali quali inchiostro e tempera e all’assemblage che viene realizzato attraverso oggetti di vario tipo e in cui compare nuovamente il supporto cartaceo. Ed eccoci, quindi, di fronte ad un vero e proprio carnevale di colori e immagini grazie alle quale riusciamo ad entrare in uno spazio poetico. L’artista, dialogando con l’osservatore, lo conduce in un vero e proprio universo onirico dove tutto è, e tutto può accadere. Ammiriamo, allora, energiche esplosioni di colori che fuoriescono, come sangue sacro, da corpi o volti umani e si connettono magicamente con animali e altri oggetti; ambientazioni  caleidoscopiche e surreali in cui naviga, piacevolmente perduto, l’essere umano. Nella monotonia delle città, nel caos del traffico, nella banalità delle ore lavorative e nella monotonia quotidiana, meritiamo una piacevole fuga.  Alonso, con il suo estro artistico, ci offre delle chiavi con il quale aprire la porta di un meraviglioso cosmo fantastico.

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Universos Paralelos (spanish version)

Después de su participación en el Collagistas Festival, evento internacional dedicado al arte del collage que tuvo lugar en Milán el año pasado, he aquí el extraordinario y fascinante trabajo del Artista Argentino Mariano Alonso. Mente increíblemente creativa que trabaja el collage con papel recolectado de revistas, encicĺopedias y diarios, y otros materiales como la tinta y la tempera y por otro lado el assemblage que realiza con diferentes objetos encontrados y en los cuales aparece nuevamente el elemento papel. Y aquí estamos, entonces, frente a un verdadero carnaval de colores e imágenes gracias a las cuales logramos ingresar a un espacio poético. El artista, dialogando con el observador, lo conduce a un verdadero universo onírico donde todo es, y todo puede suceder. Admiramos, entonces, enérgicas explosiones de colores que florecen, como sangre sagrada, de cuerpos y rostros humanos y se conectan mágicamente con animales y otros objetos; ambientaciones caleidoscopicas y surrealistas en las que navega placenteramente perdido el ser humano. En la monotonía de la ciudad, en el caos del tráfico, en la banalidad de las horas laborales y en el hastío cotidiano, mecerecemos una fuga placentera. Alonso con su inspiración artística, nos ofrece la llave con la cual abrir la puerta de un maravilloso cosmos fantástico.


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@Mariano Alonso

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Riflessi d’acqua: viaggio nell’anima

L’esposizione, intitolata “Riflessi d’acqua: viaggio nell’anima”, è frutto del lavoro artistico, compiuto tra il 2015 e il 2017, da Tanja Bassi Meregalli. Protagonista di questa raccolta, formata da 34 acquerelli, è la stessa artista che, diventata musa di sé stessa, continua, ormai da 3 anni, quasi come fosse la sua ossessione, ad autoritrarsi. L’esplorazione interiore dell’artista, ricca di emozioni e stati d’animo, la conduce – utilizzando un linguaggio metaforico – a specchiarsi tra le acque di un lago o tra i vetri di uno specchio; gesto finalizzato alla realizzazione di queste opere. Il risultato conclusivo è di straordinaria bellezza. La stessa acqua del lago, mescolata al colore e distribuita sulla carta, accompagna l’osservatore verso mondi lontani, poetici e fantastici. Inizialmente, come si vede nei primi nove dipinti della raccolta, realizzati nel 2015, lo sguardo della musa si mimetizza in quello di figure carismatiche recuperate dal contesto cinematografico, artistico e letterario. Nelle opere successive, invece, dipinte tra il 2016 e il 2017, l’artista, lasciando scorrere immaginazione e fantasia, arriva ad una composizione pittorica più intensa che si coglie dall’uso di simboli e metafore legati alla sua esperienza personale. Il volto della donna, come si vede anche dai dipinti, entra in contatto con un mondo fiabesco e mitico. Le cornici dei dipinti sono principalmente ambientazioni notturne, marine e fantastiche nelle quali vengono inserite presenze umane, animali, alberi e piante. L’artista, attraverso la distribuzione del colore, la cura dei particolari e degli elementi decorativi, ci guida nel suo universo più intimo, carico, come si vede dai dipinti, di ironia, sensualità, malinconia, dolore, gioia, stupore e mistero. Lo spettatore non può far altro che rimanere affascinato di fronte alla bellezza dei dipinti e compiere anche lui, insieme all’artista, un intenso quanto straordinario viaggio.


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@Tanja Bassi

Visioni

La prima mostra artistica del Labirinto si apre con Visioni opera della giovane cinese Huijun Cai. L’artista, utilizzando una particolare tecnica grafica di stampa su carta, realizza, nel 2016, diciotto riproduzioni a forma circolare. In Visioni si alternano, mediante varie forme, una molteplicità di colori tra cui il rosso, il verde, il nero e l’arancione. Attraverso tali tonalità e sfumature, disposte equilibratamente nella composizione artistica, la Cai manifesta il suo “io” più intimo che diventa elemento essenziale per la sua opera. Il soggettivismo, applicato durante la realizzazione del lavoro grafico, trova, grazie anche all’abilità dell’artista, un punto di contatto con gli spettatori che, mediante la loro immaginazione, vengono proiettati, come in un sogno,  in lontani e immaginari universi astratti.


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@Huijun Cai

rebeccachj2015@gmail.com

Quasi quasi svenivo

Maryam 14/07/2017 Sansepolcro, kilowatfestival

Teatro delle Albe/Ermanna Montanari

testo Luca Doninelli

in scena Ermanna Montanari

musica Luigi Ceccarelli

regia del suono Marco Olivieri

disegno luci Francesco Catacchio

direzione tecnica Luca Fagioli

assistente spazio e costumi Roberto Magnani

consulenza e traduzione in arabo Tahar Lamri

in video Khadija Assoulaimani

voce e percussioni in audio Marzouk Mejri

realizzazione video Alessandro Renda

ideazione, spazio, costumi e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

in collaborazione con Teatro de gli Incamminati/deSidera

Quarta parete velata da uno schermo retinato sul quale proiettare per lo più scritte, per lo più in arabo. Inizia e la scena viene disegnata da cornici di arabeschi in terra e sullo sfondo. Poi entra lei. Quattro i quadri: tre preghiere rivolte a Maryam ed il discorso di Maryam. Ci si aspettava una rivisitazione del mito di Maria in chiave musulmana ed invece ecco in scena storie di donne musulmane raccontate in prima persona a Maryam. Donne devote a Maryam straziate dal dolore per la perdita di una figlia, un fratello, un figlio. Tre donne. Tutte presentate dalla Montanari questa volta “sola” in scena, sulla destra, mentre a sinistra, sul fondo, lo spazio occupato dalla cornice di arabeschi cede il posto, tra la prima e la seconda preghiera, al volto di una donna col capo coperto. Non è una fotografia ma un video che riporta lo sbattere delle palpebre mentre le parole, come per magia, acquistano non credibilità, perché la credibilità di Ermanna Montanari è fuori discussione (capace com’è d’essere credibile anche quando indossa l’habitus di un devoto, cosa non facile a detta di un recentissimo Marco Baliani), ma umanità. E se fin qui la mente poteva anche vagare ecco che quel volto non ci può lasciare indifferenti al racconto. Un volto che ci fa immaginare le donne che raccontano frammenti della propria vita. E noi quella vita ce la immaginiamo, a teatro, ipnotizzati. Sì, perché quasi per l’intera durata di quello che è stato molto più di uno spettacolo, ma visti i pochi secondi di calo si potrebbe tranquillamente eliminare il quasi, in scena c’e un’attrice neanche trasfigurata, ma capace di ipnotizzare lo spettatore caricandosi di un’aurea che ci fa scordare di essere a teatro. Non vediamo più l’attrice, i suoi gesti, i suoi abiti di scena piuttosto quotidiani. Regna l’aurea, complice una musica araba o arabeggiante davvero coinvolgente. Un’ora che potrebbe non bastarvi e durante la quale può capitare di andare quasi in apnea, finché la spina dorsale si allunga e ci ricorda di respirare.

Maria Luisa Sementilli

Mc Donald’s Corporation

Colto da un intensa sensazione di fame mi avvicino all’ingresso del Mc Donald’s. La porta in vetro, segnata da un’impronta di unto, mi conduce verso il bancone dove uomini e donne, distinti da camicie bianche e pantaloni marroni, si danno da fare – il più velocemente possibile – per servire la clientela. Le persone in fila, influenzate da immagini luminose ed artificiali, aspettano con ansia il cibo pregustando, mentalmente, il loro junk-food. Nella cucina, intanto, gli impiegati, contrassegnati da un berretto con il logo Mc in giallo, svelti conducono le loro mansioni quotidiane: il ragazzo di colore immerge nello stesso olio di 4 ore prima finissime stecche di patate surgelate; poco distante una donna robusta impacchetta, in una seducente cartoncino bianco, blu e rosso, gli hamburger che, pronti per essere consumati, vengono disposti su una piattaforma metallica. Il direttore, nel frattempo, nella parte più lontana della cucina, chiama in disparte un impiegato suggerendogli di svolgere il servizio più celermente. Tutto si svolge come di consueto: le macchine del gelato si svuotano di crema bianca posata su coni dal design impeccabile; la cameriera prende il panino e scherza con la sua collega; la donna alla cassa maneggia banconote e batte il conto:<<8 euro e sessanta. Vuole delle salse?>>. Alle mie spalle, intanto, un gruppo di turiste americane, con dei voluminosi zaini da viaggio, scherzano e ridono. Sulla destra, invece, una famiglia, seduta su un piccolo tavolino nero, nel classico stile minimal – particolarmente apprezzato dalla multinazionale americana – divorano voracemente i loro menù. Disorientato in fila, proprio come me, un bambino in lacrime, reclama il suo happy meal, mentre io, al centro del locale, in attesa di consumare il mio dannato panino, presto attenzione ad ogni minimo particolare. Finalmente arriva il mio turno. Ordino un Big-tasty per colmare il mio senso di fame. Alla cassa ecco l’uomo che poco tempo prima immergeva le patatine nella friggitrice. Freddo e imperturbabile, batte il conto. Provo a scambiare due chiacchiere con lui ma vengo del tutto ignorato. Il povero uomo ha fretta; c’è ancora troppa clientela da servire. Prendo il mio menù e mi muovo alla ricerca di un posto a sedere. Sulla mia destra, sopra un tavolo nero, un uomo divora, circondato da un mare di patatine cascate sul vassoio, il suo hamburger. Al suo fianco una donna, probabilmente la moglie, mangia la sua insalata evitando, così, di accumulare troppe calorie. Trovo finalmente il posto. Mi siedo. Ho fame. Prendo allora, in tutta fretta, il panino e con grossi morsi comincio ad ingurgitarlo. Le salse contenute nel mio gustoso junk-burger si impiastricciano sulle mie guance, con la mano sinistra, invece, anch’essa appiccicosa, prendo una manciata di patatine. A pochi metri di distanza, intanto, un addetto alle pulizie, quasi certamente di origine indiana, in tutta la sua umiltà, pulisce tavoli e getta in un cassonetto dell’immondizia gli scarti di qualche mangiatore compulsivo. In pochi minuti, dopo aver divorato il cibo, con le mani ancora sudicie di salsa barbecue e senape, prendo il cilindro bianco della coca-cola ed inizio a berla. Qualche tavolo più in là alcuni ragazzi, finito il pasto, perduti ormai in universi paralleli, si abbandonano ai luminescenti schermi dei loro I-phone. Altri, invece, terminato il loro pranzo, chiacchierano e ridono tra loro. Nel  frattempo, nel corridoio, una donna in vistose difficoltà – probabilmente di origine Rom – si avvicina ai tavoli alla ricerca di cibo o qualche spiccio. Le persone sedute a pranzo, come ipnotizzate dal proprio Mc-food, non le prestano attenzione. Alcuni non si degnano nemmeno di alzare lo sguardo verso di lei; altri, invece, Infastiditi, lanciano occhiatacce e ingiuriano la povera donna indifesa. La donna, distante da me, delusa dall’egoismo umano, esce sconsolata e sconfitta dal fast-food. Anch’io, nel frattempo, concluso il mio pasto, mi dirigo all’uscita. All’esterno del locale una folata di vento muove qualcosa che si schianta sul mio viso. Repentino raccolgo l’oggetto: una cartolina. Al centro del foglio plastificato la foto di un bambino africano denutrito viene usata per promuovere la ricerca di fondi in favore delle popolazioni africane in difficoltà. Colpito – metaforicamente parlando – da un diretto di un boxeur, vengo scaraventato a terra e ricondotto alla triste e raccapricciante realtà contemporanea. Il manifesto atroce della disuguaglianza sociale che affligge il mondo si materializza negli occhi neri di un bambino denutrito. Il suo sguardo, triste, malinconico e scavato dalla morte,  continua a fissarmi e ad osservare disgustato, all’interno del fast-food, decine di persone ingorde e soddisfatte nei loro vassoi stracolmi di cibo: tutti sorridenti, indifferenti e cinici, con la saliva che gli penzola dalla bocca, continuano a mangiare ferocemente hamburger e patatine.

Jes

Prove d’esistenza

Ida
Sogna il mare che la cullò
in fasce di lino bianche
Ricorda la ruvidezza delle pietre joniche
che la levigarono
quando l’amor di giovinezza
le dava un sorriso di libertà
Scuote i suoi occhi al cielo
alternando preghiere e bestemmie
Ed è Madre
Ed è sola
Arrotola le dita e ne fa pugni innervati
Gli alberi aggraziati
soffiano un vento che non è più
e mi racconta di un tempo che più non le appartiene
Coi suoi occhi illacrimati se ne va
fischiando un motivo che la illude d’essere
Sfollata rastrella la sua ultima stagione
Ramificazione d’illusioni

Nascita
Queste quattro ali di fumo
m’annebbiano e mi cancellano

Fuori riposa come una dama
in un caldo abbraccio di stelle
una luna d’azzurr’oro dipinta
Due amanti si raccontano
e si lasciano scivolare addosso
sulla loro pelle la notte
Avranno amore da scambiarsi
I loro sessi si confonderanno
l’uno nell’altro come versi
d’una poesia che non ha fine

E sarà giorno ed io scoprirò
la mia assenza

Divenire
Mi trasmuto
in gocciole
di pioggia
Come pianto
dal cielo
vengo giù

Divenire
donando al sole
i mie specchi

Arcobaleno

La notte si dipinge
La notte si dipinge
d’invisibili sguardi
La luna divora
sogni estremi
Lenzuola calde
d’amore
Silenziosi sorseggi
di speranze
Un sussulto
per dirsi addio
Il domani
che tarda ad arrivare

Lama di verso
Lama di verso
Un seme
un fiore
un frutto
Un seme
Il nulla
La tua esistenza è assenza

Mancanza
Tu non sai che la tua mancanza

Dacché l’uomo è nulla che si soffre
La sua pienezza è nel vuoto rimastogli

Quieto vento
Quieto vento

Notte d’estate

Mi accarezzo
in silenzio
l’anima

In questo trambusto
di stelle
nasce la luna
ed io fuggo
oltre il disfacimento
del cielo

Francesco Cavallo

Nell’indifferenza più totale

Dopo 12 ore di lavoro, stanco morto, mi dirigo verso la stazione per prendere il treno. Arrivato a Santa Maria Novella, rincoglionito come un’astronauta di ritorno dalla sua prima missione su Marte, perduto nello schermo digitale del mio cellulare, mi scontro, violentemente, con un uomo alto e possente: << Oh cazzo! è un militare>>. Armato fino al midollo – aveva addirittura un apparecchio dentale – il soldato mi punta direttamente, senza fare tanti complimenti, la sua mitraglia in faccia e, con una voce decisa e allo stesso tempo distorta, a causa del ferro spinato al confine tra i suoi denti e le sue labbra, mi dice:<<Algzi Lle manri>>. Immobile ed in preda ad un terribile shock, alzo le mani. A due passi dalla canna nera di un’arma da fuoco, puntata in direzione della mia testa, sudo vistosamente inzuppando la t-shirt. L’agente, intanto, dopo essersi immediatamente reso conto della mia collaborazione, anche lui sottoposto a stress, mi chiede:<<come ti chiami?>>. Rispondo così, con il mio accento arabo, proferendo il mio nome e, dopo aver ottenuto il suo permesso, consegno il mio documento. Il militare, accompagnato da un suo collega, dopo aver letto e verificato i dati contenuti sul mio permesso di soggiorno, come se nulla fosse accaduto, abbassa la mitraglia e, chiedendomi scusa, mi lascia lì, circondato dagli sguardi di terrore, ansia e odio della gente in transito vicino ai binari. Il mio corpo, in preda alla paura, continua a grondare sudore che, nella veste di gocce, scivola sulla mia schiena, provocando in me un leggero, quanto intenso, brivido di freddo. Anche il cuore batte tremendamente forte e le gambe, piegate da un’orribile sensazione di stanchezza, sembrano cedere. Le persone intorno a me, restìe a dimenticare l’accaduto, continuano ad osservarmi. Inconsapevoli della gaffe degli uomini in divisa, i loro sguardi impauriti e colmi di domande, dubbi e giudizi sembrano trasformarsi in pugnali ardenti che si conficcano nel mio cuore. Decido di non curarmene. Mi dirigo perciò verso il binario in attesa del treno che mi avrebbe accompagnato a casa da mia moglie e i miei bambini. Alle 22.30, Ancora circondato dagli sguardi dei passanti, una voce registrata annuncia il ritardo di un’ora del mio treno. Solo, spaventato e con un’intensa sensazione di fame, dopo aver timbrato il mio biglietto, mi siedo su una panchina ad attendere quel dannato mezzo di trasporto. Finalmente arriva. Entro e, senza curarmene, mi dirigo verso il vagone più vicino posandomi sul primo sedile sulla sinistra. Inizio così a leggere un libro. All’improvviso vengo interrotto da una voce:<<biglietto prego>>. Mostro il biglietto al controllore che subito dopo con voce seria e decisa mi dice:<<Siamo in prima classe e lei ha un biglietto per la seconda>>. Mortificato allora rispondo:<<mi dispiace. Ora mi sposto in seconda classe>>. L’uomo delle F.s non ne vuole sapere allora, impassibile, mi dice :<<Non è possibile. Deve pagare una multa di 80 euro>>. Innervosito, vivo a stento con evidenti problemi finanziari, non ho voglia di consegnare la mia paga quotidiana in favore di una compagnia perennemente in ritardo, inizio perciò a giustificarmi in maniera un po’ più animata ma sempre con gentilezza:<<mi dispiace. Guardi mi sposto subito>>. Il controllore non ammette alcuna replica. Arrabbiato comincio ad urlare e ad andare su di giri. Intanto la borghesia seduta in prima classe inizia a scrutarmi, dall’alto verso il basso, infastidita. Il controllore continua a chiedermi, come il migliore dei truffatori, quei dannati 80 €. La mia rabbia ora è alle stelle. Vorrei cominciare a prenderlo a calci. Sudato, ormai fuori controllo, come una scheggia impazzita, continuo a protestare contro sua maestà “bigliettoinprimaclasse”. Stanco ormai, dei miei inutili reclami, vistosamente stressato e sudato, forse per rabbia e disperazione, mi tolgo di dosso tutti gli abiti. Nudo. Ecco la mia carne nera sbattuta contro quella inutile autorità vestita da nazi-fascista. Al centro del vagone, circondato dalla voce del controllore e dalla calca di viaggiatori curiosi, esprimo con un gesto tutta la mia rabbia ed il mio dissenso. Nel frattempo entra la Polizia ferroviaria che mi preleva, con la forza, portandomi un asciugamano per coprire le nudità del corpo. Decidono di accompagnarmi così fino alla stazione di polizia di Arezzo. Sceso dal treno, strattonato da due agenti, continuo a dimenarmi. Lungo il vagone, intanto, si scatena una eco interminabile. La signora con un bambino sul passeggino dice:<<quel nero non ha pagato il biglietto. Dovrebbero espellerli tutti>>. L’avvocato invece, seduto più in là, aggiunge:<<quell’uomo è pazzo. ha sicuramente problemi mentali>>. Il ragazzino nerd, con arroganza, in romanesco aggiunge:<< anvedi ao. C’avemo pure l’incredibile Hurk su sto treno>>. Il brusio è intenso. Si intersecano, nello spazio longitudinale del treno, commenti carichi di rabbia, odio e anche di curiosità. Un gruppo di donne, nell’indifferenza più totale, divertite dall’accaduto, inizia a scambiarsi battute a sfondo sessuale. A Diversi kilometri di distanza invece, io, un povero uomo, vengo massacrato di botte nella caserma. I colpi del manganello sono violentissimi; dalla testa fuoriescono lacrime di sangue e, intanto morente, cado verso il suolo. I miei occhi castani, colmi di lacrime, mi abbandonano lentamente. Riverso in una pozza orribile e grumosa, ucciso da bastardi in divisa, saluto il mondo facendo scorrere nella mia mente, mediante l’immaginazione, con l’ultimo briciolo di energia, i volti dei miei tre figli e lo sguardo dolce di mia moglie che attendono, disperati, il mio ritorno invano. Nel vagone intanto, come se nulla fosse accaduto, la gente, priva di alcuna umanità, continua, come se fosse dentro un cabaret, a divertirsi e a parlare con accanimento di quel pazzo marocchino.

Mostafa Aboub

Pesci siamesi

Non sapevo se quel mare fosse reale o immaginario, vissuto o sognato. Lo osservavo dal finestrino e non riuscivo a distoglierne lo sguardo. Era blu come le cose che non hanno limiti, increspato come il susseguirsi dei pensieri. Non sapevo nulla di quell’estate, la mia unica certezza era che quel mare sarebbe stato l’inizio di tutto. Mohammed sedeva di fronte muto, gli occhi fissi sul mare aperto, la mente naufraga nei pensieri. Era passata un’ora ormai e quel silenzio mi infastidiva. Lanciai uno sguardo distratto allo smartphone per controllare l’ora e ridare così un senso al tempo. Ancora venti minuti balbetto a mezza voce. Mohammed mi guarda. Rido. Ride anche lui. Ha capito che il mio sorriso vuol dire casa. Casa. Mare aperto. Pensieri. Troppi pensieri. Stretti in trame infinite e contorte entrambi lanciavamo le reti sull’oceano dei nostri ricordi, certi che la pesca avrebbe portato a galla narrazioni frammentate d’un passato che è soltanto ieri. Storie come tonni che nuotano profondi, pronti a salire in superficie per respirare. Eccoci. Entrambi sul ponte di prua, due palombari pronti a tuffarsi e scandagliare angoli rimossi d’esistenze. Strizzo l’occhio al tizio che pompa l’ossigeno per dirgli okay tu continua a pompare. Alzo il pollice, fa molto duro da film hollywoodiano, mi faccio coraggio e urlo a Mohammed è tutto a posto! Andiamo! La faccia di Mohammed è perplessa. Il grido proveniente da sotto il casco suonava alle orecchie di entrambi lontano e vuoto. Causa ristrutturazione interna l’azienda è spiacente di comunicarLe che a decorrere da domani è formalmente licenziato. Mohammed, ricordi il mare nero pece nelle notti senza luna. Il buio che oltrepassa la pelle scura, e penetra nelle ossa. Ricordi il gommone sulle onde spingerti lontano. Ricordi di aver pregato.

Giacinto Licursi

Foto e disegno di:

Giacinto Licursi

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Master of reality

Non ho mai avuto familiarità col gergo informatico. Non mi interessa, mi annoio ed esco in strada dove si parla male ma si parla la lingua dell’uomo. È successo e continua a succedere sulla linea 19 del tram. A dirla tutta, rischiando di perdere credibilità, è successo e continua a succedere tra la 19 e l’abisso oscuro. Prima si sente un boato come se l’asfalto implodesse dal basso, poi silenzio, infine una luce elettrica a ridosso della curva che dà sul viale. E quando anche l’ultimo vagone supera l’angolo un sibilo assordante penetra l’aria meffitica della sera tranciandola di netto. È una linea morta che sbuca di getto dalla pancia di una visione in fase non-Rem. Apocalisse elettromagnetica. L’olio rosso dei freni. È vero: le leggende non sono mai vive.

23.59 Nelle cuffie i Tool martellano i miei neuroni espandendoli in ampiezza. Stiamo svoltando a sinistra per prendere il viale dell’università e fisso il riflesso delle luci di dietro sulle rotaie. Mi piace la strada che rimane immobile mentre il resto si muove. Ecco perché guardo sempre indietro. Tempismo e condanna. Un terremoto improvviso, un suono assordante, flash di luce e un foro d’uscita nello spazio-tempo; una locomotiva fluorescente, lanciata a velocità pazzesca, corre in direzione opposta alla nostra.

Un battito d’ali di corvo. Avverto un terribile bruciore alle tempie e cado a terra esausto. Quando mi sveglio il mondo è un puntino disperso tra le galassie e i miei occhi osservano il resto del corpo sospeso su una coltre di campi magnetici incandescenti. Sembro un pollo su una griglia. Una voce imponente lancia vocaboli nell’aria -ammesso sia aria- che si infiammano come se incontrassero la resistenza di una barriera invisibile. La pelle cambia colore e forma, con la mente sono in grado di creare anelli stellari di svariate dimensioni. È la fine lo so. Materiale amorfo scende giù come un fiume di lava dai lati di una costa inesistente e vengo inghiottito da una beatitudine inconcepibile per una specie così limitata come la mia. Eccomi vagare per i marciapiedi nella penombra dei lampioni, incerto se quella dimensione sia davvero esistita. Tre ragazzi mi chiedono un’informazione: a testa bassa indico col dito l’angolo del viale universitario. Silenzio. Alzo gli occhi e i tre sono senza espressione. Questi sono gli effetti! Lentamente scompaiono. Davanti a me non c’è nessuno.

Mi sono sostituito alla morte? La morte esiste solo quando ci si pensa troppo. Probabilmente andranno tutti a fare un viaggio tra le entità extra-solide. Il mio tram sta arrivando. Non occorre più che guardi indietro. I Tool vibrano nelle mie cuffie e la realtà si assottiglia dolcemente.

Marco Mitidieri

Le bellezze del mondo nella fotografia di Sebastião Salgado

Arrivato a Lisbona, in occasione di un breve viaggio compiuto due anni fa, il mio caro amico Matteo mi propone di accompagnarlo alla mostra di un fotografo brasiliano. Entriamo così alla Cordoaria Nacional, centro espositivo della capitale lusitana, dove ha luogo Genesis, progetto fotografico di Sebastião Salgado. L’esposizione, curata da Lélia Wanick Salgado (moglie dell’autore), si compone di 245 fotografie in bianco e nero, frutto dell’intensa attività del fotografo condotta in alcune delle aree più remote del pianeta, come i ghiacciai dell’Antartide, la taiga dell’Alaska, le montagne dell’America, del Cile e della Siberia, i deserti dell’America e dell’Africa, fino ad arrivare alle foreste tropicali di Congo, Amazzonia, Indonesia e Nuova Guinea. Le fotografie, realizzate tra il 2003 e il 2011, ritraggono, in tutta la loro bellezza, splendidi paesaggi naturalistici che, non ancora deturpati dalla presenza dell’uomo, diventano un vero e proprio manifesto in favore dell’ambiente, come dichiara, a proposito del suo lavoro, lo stesso autore: «Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all’ aria, all’ acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’ addomesticamento e sono ancora “selvagge”; alle remote tribù dagli stili di vita “primitivi” e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazioni umane». Salgado, mediante immagini potenti e suggestive, incanta lo spettatore attraverso scenari di straordinaria bellezza, come nel caso dei territori dell’Antartide, della Patagonia e dell’Alaska, dipinte dal bianco freddo dei ghiacciai, dalle tonalità grigiastre dei monti e dalle increspature scure dell’oceano. Lo splendore della natura paesaggistica, in diversi casi, è equilibrata dalla presenza di vari animali, come si vede, ad esempio, da un gruppo di pinguini che si tuffano da un pendio ghiacciato verso le profondità del mare; dalle code di balene che fuoriescono, come delle sirene, dall’acqua; dalle immense distese di foche che posano su territori aspri e rocciosi oppure dei gabbiani in volo o posati sul ciglio di una montagna.

Jes

@Sebastião Salgado