Se questo è un uomo: un antidoto contro l’intolleranza e il razzismo.

Razzismo e omofobia, ombre oscure di un passato non troppo lontano, si riaffacciano minacciosamente in Europa e nel mondo. Vagano come fantasmi di un terribile incubo e si rivelano nel quotidiano dove ormai è diventato comune assistere – direttamente o indirettamente – ad insulti verbali e violenze fisiche, a minacce e continui atti d’odio. I capo-branco – ovvero i ‘politicanti’ di turno posati sulle loro scrivanie – dagli altopiani, rivolgendosi ai ‘mostri’ della stessa specie, ululano rabbiosamente – per fame di potere – parole volgari e inumane. Il branco – cogliendo il messaggio – si trasforma in un essere umano brutale e vigliacco e, come in una partita di caccia, punta la sua vittima, l’afferra con denti affilati come coltelli, la colpisce e l’annienta diventando il simbolo inequivocabile di un’umanità ormai perduta. Di fronte a tutto questo – senza dubbio – bisognerebbe accendere la torcia e cercare un po’ di luce o prendere in mano una bussola per ritrovare l’orientamento e il cammino perduto. Bisognerebbe abbandonarsi alla letteratura e alla poesia, ai saggi e alla storia per ritrovarsi. Bisognerebbe adoperare saggiamente il cervello e proiettarlo verso la cultura ed iniziare a meditare sul nostro presente. A tal proposito, ad esempio, si potrebbe scegliere di rileggere Se questo è un uomo, romanzo autobiografico scritto da Primo Levi in seguito alla terribile esperienza vissuta nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel caso di questa opera letteraria l’inchiostro nero uscito dalla penna dello scrittore diventa il simbolo di un’ atroce sofferenza e ciò si coglie sin dalle parti iniziali del romanzo:

« I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo soltanto quarantacinque […] Proprio così, punto per punto: vagoni merci chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina […] Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. […] Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità. Gli sportelli erano stati chiusi subito. […] Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz». 

P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989 (ristampa), pp. 20-21, 23.

Il viaggio verso Auschwitz, come si legge in questo frammento, ha inizio nel vagone di un treno dove uomini, donne e bambini, al pari di ‘merce di dozzina’, viene compresso al suo interno. L’essere umano – come si legge dalle parole dello scrittore – si sente totalmente annientato, perduto e solo. Nonostante ciò i soldati tedeschi – da considerarsi gli esecutori di questa tragedia umana – sembrano incuranti della fame, della sete e delle ardue condizioni vissute dai deportati:

« Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri , coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine».

P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989 (ristampa), pp. 24-25

L’incubo di quel viaggio si conclude dopo pochi giorni quando il treno arriva ad Auschwitz; luogo in cui i deportati perdono definitivamente la loro libertà restando intrappolati tra le mura grigie e i ferri spinati del lager nazista. Alcuni di essi, tra cui i disabili e le persone più deboli, vengono uccisi vigliaccamente nelle camere a gas mentre gli altri, come si legge ancora tra le pagine del libro, subiscono ulteriori umiliazioni dentro una stanza squallida del lager:

«Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi a stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere […] Finalmente si apre un’altra porta: eccoci tutti chiusi, nudi tosati e in piedi, coi piedi nell’acqua, è una sala di docce. […] non ci dànno da bere […] non abbiamo né scarpe né vestiti ma siamo tutti nudi coi piedi nell’acqua, e fa freddo è cinque giorni che viaggiamo e non possiamo neppure sederci. […] quando si saranno annoiati di vederci nudi, ballare da un piede all’altro e provare ogni tanto a sederci sul pavimento, ma ci sono tre dita d’acqua fredda e non ci possiamo sedere».

P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989 (ristampa), pp. 34, 27-38

Levi, facendo riferimento a L’Inferno dantesco – analogia continua nel romanzo – descrive scene di terribile, disumana e insopportabile crudeltà. I deportati, come si legge dalle parole dello scrittore, vengono torturati, annientati fisicamente e mentalmente, spogliati del loro «essere» più intimo e privati di qualsiasi forma di libertà. Lo stesso autore, stremato dal lavoro, sofferente per la fame e torturato dagli incubi, vive quotidianamente a contatto con la morte, elemento costante nell’atmosfera rarefatta e desolata del lager tedesco. Egli però, a differenza di moltissimi altri prigionieri, riesce a sopravvivere ad Auschwitz e a testimoniarci la tragedia vissuta nel lager. Il dolore tuttavia rimarrà sempre impresso in lui e ciò lo condurrà, nel 1987, a togliersi la vita.

La lettura, come si rivela anche in questo caso, è un dono. In Se questo è un uomo infatti, attraverso il processo di immedesimazione, riusciamo a rivivere con la nostra mente una delle fasi più desolanti della storia dell’umanità in cui morirono milioni di uomini tra cui: ebrei, civili sovietici, polacchi e serbi, oppositori politici e membri della Resistenza, persone con disabilità, Rom, testimoni di Geova e omosessuali. L’intolleranza, nel momento in cui si sovrappone all’ignoranza – come ci insegna Levi – conduce l’essere umano alla violenza brutale spingendolo a compiere atti malvagi, disumani e atroci. Oggi, come abbiamo avuto modo di comprendere con la rilettura di Se questo è un uomo, possiamo sicuramente affermare con forza che l’ intolleranza e il razzismo non ci portano da nessuna parte. Oggi bisognerebbe combattere tutto questo e opporsi – per evitare gli errori commessi nel passato – a tutti gli insignificanti ‘profeti’ dell’odio e appassionati di citofoni.                                 

Jes          

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