“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: Aperitivi di potere

La politica degli aperitivi, delle poltrone e dei processi.

In un’Italia in declino ci si può divertire ancora, proprio come se fossimo nel 2019.

Finalmente un ritorno alla vita quotidiana. Finalmente fuori di casa. Finalmente la libertà di parlare con la gente di persona. Oddio, non che questa sia una cosa sempre positiva. Dopo più di tre mesi ho rivisto il mio dirimpettaio settantenne e gli ho chiesto come andava. È stato un errore da principiante: nel giro di mezz’ora ho ottenuto un ripassone della seconda guerra mondiale, una laurea in farmacologia del sistema cardio-circolatorio e la cittadinanza onoraria dalla repubblica di Salò per essermi slogato il collo annuendo a un sacco di commenti cripto fascisti.

Sono passate ormai due settimane dalla fatidica “riapertura” e possiamo in modo molto oggettivo tirare le somme. Gli italiani si stanno comportando bene a quanto pare, hanno fatto ricorso a tutto il loro senso civico e la politica plaude ai cittadini diligenti. I bar sono di nuovo aperti, dalla TV del mio locale preferito i sindaci minacciano nuove misure restrittive ma si capisce poco, il posto è pieno di gente e io dopo il quarto Campari fatico a connettere. Intanto a due passi da me – si proprio lì in basso – un bel gruppetto di ragazzi se le dà di santa ragione mentre, alzando lo sguardo al cielo, le frecce tricolore illuminano la piazza gremita di gente felice e sorridente.

Nuova idea del governo poi, proprio perché l’impiego dei dispositivi sanitari e il distanziamento sociale sono entrati nell’uso comune, è quella di arruolare 60.000 “assistenti civici” da coordinare sul territorio nazionale. Queste persone, assoldate tra i disoccupati e i percettori del Reddito di Cittadinanza, sarebbero state investite dell’autorità di far rispettare le norme anti-Covid in giro per il  Mondo Libero. Non so se avrebbero dato loro anche un tesserino di riconoscimento o semplicemente una camicia nera stile “vecchio ventennio”, è certo però che unire individui in borghese con velleità da sceriffo a ragazzi mezzi ubriachi nei locali della movida, avrebbe portato alla rapida nascita di associazioni per la non violenza e i diritti civili. Qualcuno a Roma se n’è accorto e inspiegabilmente si sta valutando di ritirare questa proposta illuminata.

La politica ritorna anche ad occuparsi di se stessa, esattamente come farebbe una cinquantenne rimasta per tre mesi senza estetista. A sinistra (o presunta tale) il governo ha schivato dall’ennesima crisi. Il ministro Bonafede, per le accuse di collusione, è stato salvato dalla votazione dei suoi colleghi, fedeli e solidali come ItaliaViva, che avevano minacciato di far saltare l’esecutivo se alcune loro richieste non fossero state ascoltate da Conte. Fortunatamente, dopo una dura negoziazione conclusasi dieci minuti prima di esaminare la “questione Bonafede” in aula, il governo ostaggio è stato salvato, il ministro ne è uscito incolume e i renziani volano verso il Messico con le valigie piene di favori da riscuotere.

A destra invece, dopo aver sbraitato contro l’inadeguatezza delle misure governative per contenere il Covid, si sta cercando di organizzare una manifestazione di piazza per il 2 Giugno. Con i rischi di contagio attuali, raggruppare migliaia di persone in uno stesso luogo è quasi un’idea geniale. FI e FdI sembrano averlo capito e stanno cercando di prorogare la manifestazione, isolando di fatto la Lega che continua a remare dritta verso martedì prossimo.

Una Lega che rema è anche un Salvini che rema, e questa settimana sembra aver avuto molta fortuna con i porti, soprattutto grazie a impensabili amicizie. Alle due autorizzazioni richieste per sottoporlo a processo, la prima negata dal Senato per la nave Diciotti e la seconda accolta per la Gregoretti, se n’è aggiunta una terza, anch’essa riguardante la questione migranti. Nonostante il Capitano fosse il ritratto della fiducia nella legge, tanto da chiamare Mattarella in persona per lamentarsi della magistratura corrotta e sostenere pubblicamente che volessero incastrarlo, qualche incertezza aleggiava sulla possibilità di essere soggetto ad un nuovo processo. Ancora una volta però ItaliaViva, di ritorno da Tijuana con abbastanza spazio in valigia per nuovi souvenir , è stata l’ago della bilancia. In uno slancio di coerente moralità, i senatori di Renzi si sono astenuti dal voto sul processo Salvini e il via libera è stato negato per solo due voti di scarto. È interessante notare come le preferenze “salvatrici” non siano venute da destra ma da senatori penta stellati. Sarà l’animalesco fascino leghista che fa sospirare le ex fidanzate ancora innamorate e strega le nuove spasimanti, tutte con una gran voglia di tenere aperta la strada dell’amore.

Nuova autorizzazione o meno, il processo per la nave Gregoretti si terrà, la giustizia farà il suo corso e Salvini dovrà spiegare in aula le politiche di “accoglienza” adottate. Personalmente io sto con Matteo: i migranti rimasti imprigionati sulle navi per settimane, in 40 con un cesso solo, si ricorderanno per sempre del Bel Paese e potranno dire di aver goduto della famosa ospitalità italiana. Un fortuna che non capita a tutti. Per fortuna.

Scappo, è ora dell’aperitivo. Stasera in programma c’è una corposa Parigi-DaBar, Spritz in ogni locale del centro e poi cena. Il tutto senza macchina ovviamente, tassativamente in monopattino elettrico.

Omaggio allo studio Ghibli: il lavoro ‘dietro le quinte’ della casa cinematografica

Rovistando in soffitta, nella casa dei genitori della mia compagna Jun, durante la lunga quarantena cinese per il Covid-19, riceviamo una bellissima sorpresa dal passato. Di cosa si tratta? Precisamente di un grosso volume dalla copertina in bianco contrassegnata da un titolo in giapponese che, almeno inizialmente, sembra indicarmi ben poco.

Abbastanza incuriosito decido, su consiglio della stessa Jun – già a conoscenza del suo contenuto – di aprirlo. Il libro, acquistato da lei diversi anni prima a Pechino, comprende una preziosa raccolta fotografica di schizzi e disegni preparativi, frutto del lavoro realizzato dal celebre Studio Ghibli: uno degli studi cinematografici giapponesi, specializzati in animazione, più famosi al mondo. Nato nel 1985, dall’incontro tra Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Takuma Yasuyoshi (nella veste di presidente) e Hara Toru (come direttore amministrativo delegato), lo Studio Ghibli realizza, a partire dal 1986, una serie di capolavori di animazione di altissimo livello che presto diventeranno dei veri e propri ‘cult’ per intere generazioni. Il volume, un bellissimo omaggio al cinema giapponese, raccoglie alcuni tra i film d’animazione e produzioni dello  ripercorrendone la storia attraverso i disegni e gli sketch di capolavori come Laputa – Castle in the sky (‘Laputa – castello nel cielo’); My neighbor Totoro (‘Il mio vicino Totoro’) e moltissimi altri.

(per scoprire l’intera lista dei capolavori che si celano nel volume percorri le slide)

Il volume, che rappresenta uno scorcio in parte inedito per questi capolavori cinematografici, consente al pubblico e a tutti gli amanti della casa di produzione giapponese, di avvicinarsi al lungo, faticoso e invisibile lavoro finalizzato alla realizzazione di una pellicola d’animazione. Attraverso questo materiale perciò possiamo avvicinarci alle prime fasi di studio e lavorazione di un cartone animato e, allo stesso tempo, relazionarci con i grandi maestri della tradizione nipponica quali, ad esempio, Hayao Miyazaki e Isao Takahata che, come ben sappiamo, hanno fatto la storia e la fortuna del cinema d’animazione giapponese ma anche osservare, più da vicino, i disegni realizzati per registi esordienti quali Mochizuki Tomomi e Kondō Yoshifumi che, a partire dai primi anni ‘90, vengono integrati nel team dello Studio Ghibli. Nonostante nel libro vengono riportati esclusivamente schizzi e disegni realizzati a matita e appena colorati a pastello, riusciamo comunque a riconoscere il grandissimo talento di questi ‘pionieri’ dell’animazione nipponica e mondiale che, attraverso la loro creatività passione e impegno, ci hanno consentito di ‘vivere’, entusiasmanti avventure in compagnia di personaggi bizzarri e fantastici.

 (N.d.R.):  1. La produzione di Nausicaa nella valle del vento oggi viene, erroneamente, attribuita allo Studio Ghibli. In realtà la pellicola, uscita nel 1984, è realizzata da Topcraft e distribuita dalla Toei Company. Cfr.  https://it.wikipedia.org/wiki/Nausica%C3%A4_della_Valle_del_vento_(film)

2. Non sono riuscito a risalire, purtroppo, al nome del prezioso volume giapponese dal quale ho estratto i contenuti per via di comprensibili difficoltà di traduzione.

Bibliografia:

M. R. NOVIELLI, Animerama: Storia del cinema di animazione, Marsilio Editore, 2015

Jes

Le vignette di Dario Campagna

Ancora satira nelle vignette di Dario Campagna che, con intelligenza e ironia, riesce a farci ridere e – allo stesso tempo – riflettere.

(No spoiler 😀 – Buona visione!)     

@Dario Campagna

Contatti:

Official site: http://dariocampagna.blogspot.com/

Instagram: https://www.instagram.com/dario.campagna/

Facebook: https://www.facebook.com/dariocampagna84/

Balla

Mi è sempre risultato più facile scrivere che parlare. quando scrivi non hai nessudo davanti, hai tempo per riflettere e l’unica persona che ti può giudicare è appunto quella che sta scrivendo. Che poi le relazioni sociali vanno male per la paura di un giudizio altrui, così piano piano tutti dicono quello che gli altri vogliono sentirsi dire e va a finire che ci puliamo il culo con la merda. «Devi stare zitto, zitto zitto sto ascoltando sta merda di radio e se parli non capisco un cazzo». Stavo ancora pensando a voce alta, mi succedeva spesso nell’ultimo periodo. A sbraitare che stessi zitto era quello schizzato di Giorgio, conosciuto circa 4 anni fa ad una manifestazione non ricordo per cosa. Giorgio era il classico pasticcone di cui avere paura, all’epoca non era cosi. Sempre stato uno spirito introverso, ma non come ora, quella roba gli stava friggendo il cervello ed avevo quasi rinunciato a dirglielo. Eravamo cambiati entrambi, sicuramente molto, Ma lui quasi non si poteva riconoscere, portava un acconciatura particolare, una cresta che ricordava vagamente la testa di un gallo visto il colore rosso. Vestito completamente di nero con pantaloni attillati ed anfibi anch’essi neri…un pankettone in pratica. Stava ascoltando le parole di una canzone ska punk, ma la ricezione era una merda e si sentiva una parola si e due no. Anche a me piaceva quella musica mi piaceva il pogo, lo sfogarsi con altre persone con rabbia e non cattiveria. La gente pensa che il pogo sia una specie di rissa in piasta a tempo, ma non è così c è una sorte di codice almeno da quello che le mie esperienze mi hanno fatto notare, niente pugni ma solo spinte, siamo tutti uno stesso corpo che si muove e salta a ritmo, quindi non ha senso prendersela sul personale con qualcuno e sopratutto se qualcuno cade bisogna rialzarlo, perché i pestoni in faccia fanno male. 3 regole che compongono uno schema anarchico basato sullo sfogo.

Eravamo in una casa che Giorgio aveva trovato non so come e non so da chi.Sapevo solamente che era una topaia, una vera e propria merda, ma poco mi interessava visto che non pagavo e non ero mai stato una persona di grandi esigenze.L’importante era avere un tetto sopra la testa ed una scorta di birre per sopportare le stronzate di Gio, il resto veniva da se.
La canzone che stavano passando era Fall back down dai Rancid :

” She’s not the one coming back for you
She’s not the one coming back for you
If I fall back down, you’re gonna help me back up again
If I fall back down, you’re gonna be my friend”

La canzone perfetta per quella situazione. Gio era già su di giri, aveva il cuore che pompava sangue e le endorfine che si liberavano nel cervello, anche grazie alla musica ma non solo ovviamente. Io mi alzai mi scolai due birre alla russa ed iniziai a ballare, adoravo quel ritmo e le parole cascavano a pennello. La mia ragazza Erika, aveva avuto un occasione di lavoro in Svizzera, all’epoca non era così facile contattare una persona come adesso, facebook non esisteva e io non avevo il telefono. Lei prima di partire mi continuava a ripetere che sarebbe tornata, ma in fondo entrambi sapevama che non era vero, diciamo che era un modo per ” lasciarci bene ”.
Io sfogavo la mia rabbia nell’alcol e nella musica in più ogni tanto scrivevo, ma soprattutto bevevo, iniziando a diventare pure un pelo rotondo.
Facevo abbastanza schifo ma nulla importava perché :

She’s not the one coming back for you
She’s not the one coming back for you
If I fall back down, you’re gonna help me back up again.

Stava funzionando tutto a meraviglia, fino a quando la canzone finii Giorgio quasi non se ne accorse continuando a ballare. Ad una certa partii Dancing queen degli abba, si fermo di colpo mi guardo con quello sguardo terrificante ed inizio a bestemmiare in un raptus isterico. Prese la radio, la scaraventó a terra ed inizio a tirargli calci finché non la distrusse completamente. Ma poco me ne fotteva, in fondo non era mica mia.Mi sedetti su quel divano sudicio, scolai un’altra birra e mi addormentai con quella canzone di merda in testa.

Tyler Vanók

N.d.R: La canzone Fall back down dei Rancid esce nel 2003 e fa parte dell’album Indestructible .. per chi volesse riascoltarla…

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A moment in Istanbul

Le strade di Istanbul, piene di vita, lasciano spazio – durante la diffusione del Covid-19 – ad un silenzio surreale e devastante che ci viene raccontato da Ozan Güzelce, autore del reportage fotografico intitolato A moment in Istanbul. Il fotografo turco, accompagnato dall’ inseparabile macchina fotografica, si muove tra le strade, ormai quasi deserte, dell’incantevole città. Figure solitarie e silenziose (adulti ma anche bambini), occupano ampi spazi divenendo, nella maggior parte dei casi, il soggetto favorito della ricerca di Güzelce. Le architetture marmoree e i bellissimi scorci di Istanbul si connettono quindi con l’essere umano che, con volti apparentemente malinconici, sembra soffrire particolarmente per questa condizione di isolamento. Güzelce, mediante il linguaggio della fotografia,riesce a ritrarre la bellezza regalandoci emozioni indelebili.  

English version:

The streets of Istanbul, full of life, leave space – during the spread of the Corona virus – to a surreal and devastating silence that is told to us by Ozan Güzelce, author of the photographic reportage entitled A moment in Istanbul. The Turkish photographer, accompanied by the inseparable camera, moves through the almost deserted streets of the enchanting city. Lonely and silent figures (adults but also children) move in large spaces becoming, in most cases, the favorite subject of Güzelce‘s research. The marble architecture and the beautiful views of Istanbul therefore connect with people that, with apparently melancholy faces, seems suffer particularly from this condition of isolation. Güzelce, through the language of photography, manages to portray beauty giving us unforgettable emotions .

@Ozan Güzelce

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“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: “Orgoglio Italico”

Silvia Romano: connessioni anche con l’11 Settembre.

Tesi acclamate sostengono che fosse la compagna di uno degli attentatori delle Torri Gemelle.

Sono fiero del mio paese. Tutto si può dire dell’Italia tranne che questo virus non ci abbia cambiato. Le riaperture sono state migliaia e il famoso rigore italico sta facendo il suo dovere. Le strategie per la gestione della crisi sono solo da affinare ma tutto funziona come un orologio svizzero: il Governo vara misure caute e le regioni spingono per riaprire anche i negozi di bomboniere a forma di pene; le aziende non sanno se potranno riprendere a lavorare e aspettano direttive ministeriali fatte alle quattro del mattino, come dopo una serata di birra e Negroni in discoteca, che con preavviso zero impongono sanzioni e misure da adottare un giorno per l’altro; l’accredito della cassa integrazione arriva puntuale e una famiglia su tre è in sofferenza per la mancanza di denaro; il PIL è in caduta libera e l’economia del baratto sta suonando alla porta con un gigantesco “te l’avevo detto” scritto sulla maglietta.

Ci sono però anche notizie positive. Con le misure di contenimento del virus, i lavoratori dei campi, per la maggior parte immigrati senza permesso, non posso più recarsi tranquillamente sul posto di lavoro e la frutta e verdura italiana comincia a scarseggiare nei supermercati. La soluzione di regolarizzare provvisoriamente queste persone, con lo scopo di prevenire la crisi alimentare, è però inaccettabile per molti. Come dargli torto? In primis i pomodori in scatola sono buonissimi, così tanto che sanno di carota misto legno con sfumature di pozzanghera. In secondo luogo, essersi accorti di dipendere dai migranti per una cosa qualsiasi è un attentato all’orgoglio italico: meglio la fame che mangiare qualcosa che hanno toccato degli irregolari, con quelle mani piene di delinquenza, spaccio di droga e virus ebola. Regolarizzare questi invisibili equivarrebbe a favorire gli stranieri a discapito delle attività italiane. Come farebbe il settore “mafia” a sottopagare, schiavizzare e sfruttare queste persone se fossero inquadrate regolarmente?

Sempre a proposito di mafia, il ministro Bonafede è stato accusato di aver organizzato alcune nomine pubbliche sotto pressioni della criminalità organizzata. Dopo anni di trattative segrete Stato-Mafia, gruppi di lobbisti infiltrati negli schieramenti politici e la recente scarcerazione di numerosi esponenti malavitosi, mi riesce difficile credere a queste accuse. Il ministro difatti si è detto “ferito nell’onore” (che neanche Al Pacino nel Padrino) da queste affermazioni, ha rivisto il decreto e dato la responsabilità ai magistrati di valutare i casi e re-incarcerare i boss usciti di prigione. E intanto Poste Italiane sta mettendo a punto sconti ad hoc per la consegna prioritaria di bossoli e lettere minatorie.

Altra nota positiva è stata la scarcerazione di Silvia Romano, attivista internazionale rapita in Kenya nel 2018 da un gruppo di matrice islamica. La ragazza, dopo la prigionia e la conversione alla fede mussulmana, è stata accolta da una parte dei cittadini e dai politici di destra con calore, molto calore, così tanto che qualcuno si sarebbe proposto persino bruciarla. Dopo essersi presa insulti sulla moralità, minacce fisiche, accuse di neo-terrorismo e la colpa per l’undici Settembre, la polizia ha dovuto organizzare pattugliamenti sotto casa sua per garantirne l’incolumità: noi Italiani sì che sappiamo far sentire speciali le persone.

La strada per risalire la china è ancora lunga ma procedendo con ordine, mettendo i temi importanti in primo piano e usando le nostre passioni in maniera produttiva, ce la faremo sicuramente. La stiamo già facendo. Ho fiducia nel mio paese, nella mia Italia. Teniamo duro, insieme non potranno fermarci. Dalla mia casa di Zurigo vi saluto e vi auguro una buona riapertura.

Paolo Ammazzamauro

Xiwang

L’artista – come abbiamo avuto modo di imparare dalla storia dell’arte – spesso ricorre al ritratto così da poter esplorare il suo ‘universo’ interiore e, di conseguenza, relazionarlo con la realtà esteriore. Ciò, in maniera palese, si rivela nei disegni, a matita e tecniche miste, realizzati dall’artista coreana Xiwang. In questi lavori, il corpo, fondendosi con paesaggi surreali, si mimetizza con la natura divenendo parte di essa. L’uomo dunque, proprio attraverso questi disegni, sembra ritornare alla sua dimensione primordiale e incontrare, come in un lontano passato, l’infinito universo.

English version:

The artist – as we have learned from art history – often use the portrait to explore his inner ‘universe’ and, consequently, relate it to the external reality. This, clearly, is revealed in the drawings, in pencil and mixed techniques, made by the Korean artist Xiwang. In these works, the body, connected with surreal landscapes, camouflage itself with nature being a part of it. Therefore, through these drawings, the humans seems to come back to his primordial dimension and meet, as in a long past, the infinite universe.

Contatti:

Instagram: https://www.instagram.com/art_xiwang/

Aimez-vous Brahms?

È un’estate strana, dal passo un po’ sfatto che zoppica verso l’autunno. Il caldo soffocante, umido di agosto è solo un ricordo fra le strade rianimate dal traffico. La città sembra un plastico: pulita, ordinata, con le auto incolonnate, giacche e cravatte in fila per andare al lavoro; studenti agli angoli di strade acciottolate che hanno più anni dei loro trisnonni. Tutti con una destinazione in tasca, un posto verso cui andare. Al mattino, col fiume alle spalle, quasi tutto è dovere.“Green is go, red is no” è l’ultima cosa che il taxista gli dice prima di lasciarlo davanti alla stazione di L’Enfant Plaza. “We have coloured roofs and well manicured parks” sente una voce alle spalle raccontare mentre lui si allontana dall’auto, e con la coda dell’occhio intravede un gruppetto di persone diligentemente al seguito della loro guida. Un giovane, grisaglia elegante, giacca sbottonata, scarpe comode e cuffie nelle orecchie si avvicina e chiede proprio a lui: “Hey y’all got a cigarette?”I don’t smoke”. Dopo averlo fissato, con l’aria un po’ delusa, lo stesso giovane gli chiede ancora: “Where you working?” “Today? at the metro station”. “Wut?!” Quella mattina era uscito dal suo hotel con una semplice maglietta, un paio di jeans, un cappellino in mano, ai piedi un paio di sneakers; a tracolla portava una lunga custodia di colore blu. Prima di entrare a L’Enfant Plaza si guarda alle spalle un’ultima volta. Dentro la stazione ci sono negozi, bar, un chioschetto che vende giornali, una ragazza dall’aria brasiliana che lucida scarpe. Si piazza lì accanto al suo stand. Gli sembra un buon posto. Il suo dirimpettaio è un distributore automatico di biglietti della lotteria, molto frequentato. Dà un’altra occhiata in giro, si mette in disparte dal flusso arrembante di gambe, guarda le facce. Tutti hanno fretta, fretta dentro, anche chi fa la coda per il biglietto. In controtempo, con calma, si piega sulle ginocchia e appoggia con cautela sul pavimento, sopra dei biglietti scartati della lotteria, la custodia blu, come se tutta l’operazione fosse un rito che esige la massima calma, un insieme di gesti lenti fatti per mettere ordine. Mentre la apre, fa scivolare dentro uno di quei biglietti, con lo zodiaco disegnato sopra una ruota della fortuna girata come sempre dalla parte sbagliata. “Today you can buy a violin for 100 dollars that sounds just as good as anything Antonio Stradivari made 300 years ago” commentano due che gli passano accanto come un soffio di vento. Lui impugna il manico afferrandolo con dolcezza, come se dovesse tirare fuori da un sacco di guai un piccolo gatto. Davanti a lui non c’è nessuno e inizia, piano, a suonare la Ciaccona: otto battute ripetute e variate in una progressione ritmica di forme sempre nuove. Le note, lacerate come il suo cuore. Ma la gente passa e ignora quel violinista che si arrampica con le dita sulle corde come un acrobata farebbe in mezzo ai cristalli. E dopo Bach, Schubert e Manuel Ponce e Massenet e ancora Bach. Suona e continua a suonare mentre tutti hanno fretta, come di scappare dal loro destino. Salgono in superficie portati da cascate di scale, nuotano nella corrente della sua musica e scivolano via, sempre più minuscoli, sono ombre indistinguibili verso le porte di vetro. Puntini senza nome. Un paio di anni prima era morto un barbone in quella stazione e non se n’era accorto nessuno, o forse sì ma comunque nessuno si era fermato. I giornali erano usciti con una breve di cronaca e qualche riga era stata scritta sull’indifferenza della gente. È da quarantatré minuti che suona il suo Stradivari davanti alla metro di L’Enfant Plaza come se fosse un musicista di strada qualunque, lui che fino a ieri metteva il frac nei teatri eleganti, la gente pagava per sentirlo suonare e soffocava i colpi di tosse fino a quando il silenzio finale e l’applauso liberano tutti. Qui riceve solo uno sguardo veloce, o al più qualche monetina. Monetine! Il distributore di biglietti della lotteria tintinna il via vai della mattina e della fortuna. È il suo accompagnamento disarmonico. Tra una pausa e l’altra manca il silenzio, è come avere un’orchestra impazzita alle spalle. Non basterebbero dieci maestri a fermarne la cacofonia. A volte qualcuno rallenta il passo, si ferma per una manciata di secondi ad ascoltare le note in crescendo che escono dal violino di quel tizio mai visto prima che si agita sotto un cappellino da baseball. Cintia è tentata di fare un’eccezione: è bravo quel violinista accanto al suo bugigattolo da lucida scarpe, ma è una questione di spazio e soprattutto di principio. “Hey you” gli grida dietro. Lui forse non sente, continua a suonare. Lei si avvicina, esplosiva, scuotendo la testa piena di riccioli. “Hey you. Every damn day I’m here shining shoes and sweeping up. Shall I call the police?” Lui la guarda stupito, col violino in mano, senza dire niente. I suoi occhi blu lapislazzuli. Il tono di Cintia si fa meno duro.  “You are too loud. Don’t let me hear my customers! Move there!” e gli fa segno con la mano di allontanarsi un po’, e poi anche il cenno di un sorriso. Lo vede anche lei che non è il solito musicista di strada. Signori, non gratta via la solita lagna, anche se da queste parti in pochi fanno caso alla musica, ed è per questo che non c’è bisogno di essere bravi. Bastano quattro note, un tentativo di melodia ogni tanto per ricordare a chi è di passaggio che c’è anche la vita, un’anima, il mondo e non solo il lavoro. Oh, Brahms… goodbye my times. Lui continua a suonare, qualche metro più in là, qualcuno si ferma: due monetine, un biglietto da un dollaro. È niente male il sottofondo, è un piacere a buon prezzo per quest’angolo di metro con la gente che corre; fosse magari un ritmo più allegro, un tantino di jazz.  Così una giornata comincia migliore. Dopo un’ora gli saranno passati davanti… mille persone? più o meno il flusso dell’ora di punta. Forse di più. Posa il violino, conta l’incasso: trentadue dollari e diciassette centesimi; tre cents a testa scivolati di tasca, insieme alla fretta, nella custodia del suo Stradivari. Sì, può cavarsela persino senza un agente. Trendadue dollari e diciassette centesimi c’è chi non riesce a metterli insieme in un’intera giornata. Ma lui può cavarsela e adesso è ora di andare. Là dietro le porte c’è il sole che brilla, sembra quasi primavera…  sì, è tempo di andare, a vivere, lasciare il posto al prossimo suonatore… mentre alle spalle continua il via vai, passi su passi, cascate di scale, sguardi diritti, mani aggrappate alle borse, facce senza espressione. Tutti guardano avanti, attenti a dove mettono i piedi, come se non volessero lasciarsi cambiare da niente e nessuno, nemmeno dal mondo; e non si accorgono nemmeno di essere.

Rabolas

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Le interviste di Mr. Covid. Una piacevole chiacchierata con Giorgia Meloni.

Mr. Covid : oggi abbiamo il piacere di ospitare Giorgia Meloni … Benvenuta Giorgia … 

G. Meloni:  ma brutto figlio de na M******A … che ce fai qua ? Ma come te permetti? Vie qua che te gonfio … io so GIORGIA, so DONNA, so na MADRE, so ITALIANA, so CRISTIANA e questo nun mo levate… eh no è!

Mr. Covid:  ehm … mi scusi signora Meloni .. sono qui nelle vesti di giornalista .. non di virus … non sono contagioso …  se per lei va bene cominciamo … 

G. Meloni: vabbè daje … mi scusi Mr. Covid .…

Mr. Covid: di niente … iniziamo allora .. vorrei farle una prima domanda … ora la situazione italiana sembra essere migliorata … non trova? 

G. Meloni: A me nun me sembra.. la situazione è drammatica..in parlamento fanno ER DECRETO e nun ce se cagheno…noi de Fratelli d’Italia famo L’EMENDAMENTI e nun ce se cagheno…salutamo pe andà a PRANZO e nun ce se cagheno.. fanno sta FASE 2  e nun ce se cagheno …il governo Conte si è mostrato inefficiente e le falle del sistema le avemo viste tutti … …a noi nun ce la possono raccontà..

Mr. Covid: sia più chiara … di che falle sta parlando ? 

G. Meloni: avemo chiuso gli aereoporti ma nun semo riusciti a mette en quarantena sti Cinesi … E poi non me venissero a piglia per c**o… se atteggiano da salvatori de la patria solo perché c’è regalano du robe da mette in ospedale … Ma io e tutti gli italiani nun ce facemo piglia per culo da sti CINESI …  

Mr. Covid: beh ma loro hanno affrontato prima di noi questa emergenza … non pensa che abbiano aiutato abbastanza l’Italia? 

Meloni: Boh … A me pare tutto no show … questi vengono, ce danno du mascherine, e tutti semo felici e contenti … e no eh?! Il virus è CINESE e devono pagà tutto loro … sti INFAMI …  CACCIA STI SORDI XINGINGIN!!

Mr. Covid: va bene .. va bene .. si calmi … andiamo avanti … le statistiche confermano un calo drastico dei numeri di malati da Covid … l’Italia. Nonostante il recente avvio della fase due è ancora ferma … cosa bisognerebbe fare per la ripresa ? 

Meloni: Beh Mr. Covid ce sta un sacco de gente che non c’ha da magnà … operai, negozianti e moltissimi altri italiani nun riescono a comprà er pane … ma lei ci pensa? Una famiglia co 3 figli con 150 euro al mese … come fanno? Conte ha fatto un sacco de promesse … Che dovremo fa? Dovemo Anna a rubà?!! Ma poi, quello che me fa impressione, e che er governo sta a pensà de regolarizzà agli stranieri .. ma che è? Ce semo bruciati er cervello??.. E poi, continuando co sto ragionamento, io vorrei sapè: dove so sti sordi? Allora, rappresentando tutti gli italiani, me verrebbe da dì al caro Antonio (N.d.R. Conte): CACCIA  STI SORDI PRESIDE’ .. 

Mr. Covid: D’accordo… ma più nel concreto?

Meloni: mo to do io er concreto!… qua stamo in dittatura.. Nun semo mica una di quelle democratiche ndo te corcano de mazzate ma una subdola che trama nell’ombra.. Quindi te dico cosa pensamo noi de fratelli d’Italia:

proposta Uno: come Presidente della Repubblica pensamo, pe unì pacatamente e con senso lucido tutto o stivale, de nominà Vittorio Feltri…sulle isole vediamo poi..

proposta Due: messe da remoto per tutti così che le nonne d’italiane ricevano i sacramenti attraverso i tablet..

proposta tre: valorizzare la Famiglia tradizionale che tutti sti codici pe esse lbtg, trangayinder o cittadini X fanno solo casino..  de ics solo er boro l’accettamo…

proposta quattro: scardinare il sistema dell’Europa che non esiste…dobbiamo riconquistare il diritto di cucinare gli insetti come ci pare e riaffermare la sovranità internazionale dell’olio di oliva rispedendo quello di colza oltre le Alpi.

Con forza noi di Fratelli d’Italia possiamo dirlo: CACCIA STI SORDI EUROPA!!

Mr. Covid: Beh, bene..a proposito dell’Unione…nelle sedute precedenti del consiglio europeo si è votato per affidare all’Italia i fondi MES che oggi, lo ricordiamo, sono stati riconosciuti anche dal consiglio europeo … in precedenza lei, così come Salvini, avete dato voto sfavorevole … tuttavia, durante il governo Berlusconi (il vostro partito, così come quello di Salvini, erano nella stessa coalizione) avete introdotto questa nuova risorsa per l’Italia .. non giudica  ambigua la vostra posizione ? 

Meloni: Ma che stai a dì … INFAME CINESE… che ne sai te de la politica italiana? Io nun ero al governoooo … il MES è stato introdotto dal governo Monti … come ve lo devo dì… giornalisti dì M***a….   

Mr. Covid: guardi.. verificando questa notizia – e controllando tutte le fonti – possiamo dire, con assoluta certezza, che la sua informazione è non veritiera…. 

Meloni: Anvedi che INFAME… te sei proprio un figlio de na M*****TTA … ma vedi d’ annattene … anzi me ne vado io me so stancata … e vedi pure de CACCIA’ STI SORDI!!

(Il microfono, intanto, è stato scagliato violentemente a terra… N.d.R)

Mr. Covid: ci scusiamo con i nostri lettori e spettatori… l’intervista si è appena conclusa … per dovere di informazione verso i cittadini vorrei denunciare, tra le pagine della mia rubrica, un tentativo di aggressione della politica nei miei confronti … 

Mr. Covid, con qualche graffio in più, ma sempre a debita distanza, saluta tutti voi … 

Memoria (parte 2)

(continuazione)

Mi risveglio, sì, credo di essere sveglio. Ormai so di trovarmi da qualche parte e se non sto dando di matto adesso sono sveglio, quindi poco fa ero svenuto, o forse dormivo, o forse non lo so ma quello di cui sono certo è che ora mi ritrovo qualcosa che mi blocca le gambe. Sento la pelle nuda, quindi è un corpo – che sia il tipo di prima che si è svegliato? – No, non lo è, perché la mia mano lo ricerca e lo trova subito, lì, dove stava prima. Provo con l’altra mano, dal lato opposto, anche quel tipo è ancora lì. Inutile girarci intorno, sulle mie gambe c’è un altro corpo, ma quello che adesso mi suscita nervoso è: perché sento la sua pelle? No, non può essere. Mi tasto la faccia, il petto e… sono nudo, sono nudo anch’io. Rimango immobile, ora mi riesce difficile contenere un pianto di nervoso e terrore, ma qualcosa mi dice che se devo farmela sotto, devo farlo in silenzio. Cerco di soffocare il singhiozzo e di respirare il meno possibile, trattengo il muco che nel naso si crea, lo ritraggo, calmo. Che faccio adesso, dove accidenti mi trovo? Però sono vivo, almeno questo è sicuro, sennò non starei qui a piangere, mentre la fronte s’imperla di sudore. Già, sento caldo anche se nudo, sento un gran caldo ma le chiappe sono gelide, su questa lastra fredda. Una sola orrenda cosa mi viene in mente di fare, non voglio nemmeno pensare sia possibile, ma che altro devo tentare? Metto la mano sul petto dell’amico alla sinistra, magari quello che sento non è solo il battito del mio cuore ma anche del suo; invece no, non batte. Deglutisco, mi mordo le labbra e serro forte le palpebre a tal punto che il nero per un attimo sfuma e tanti piccoli punti bianchi mi appaiono, ma va bene tutto, purché non sia un fottuto velo nero. Non pronuncio quella parola, non ci penso nemmeno, mi giro dall’altro amico e gli rivolgo la stessa domanda poggiando la mano sul petto: merda, sono morti. Nella mente non ho più spazio per la razionalità e lo sconforto, a tutto questo decido di dare un nome: follia. Sono un pazzo, uno scemo che sogna, incapace di svegliarsi. Improvvisamente un baluginio e i miei occhi ricercano quella sottilissima linea di luce che si apre sopra la mia testa: dritta, bianca, lunghissima. Continua ad allargarsi e mi è chiaro che qualcosa si sta mostrando sopra di me. Mi rimetto giù disteso e aspetto nemmeno io so che cosa. In questo frangente appare un corpo, sollevato da una specie di braccio metallico scintillante che, con due movimenti veloci e precisi, lo scaraventa giù, nell’abisso di tenebra dove sono sepolto. La linea di luce inizia ad assottigliarsi sempre più sino a scomparire; cerco di imprimerla bene nelle mie pupille, perché se ho compreso dove sono finito, devo trovare un cazzo di modo per venirne fuori.

Tremiladuecentosedici, tremiladuecentodiciassette… eccola, di nuovo! La luce riappare sopra di me, ormai sono quasi sepolto dai corpi che continuano a piovermi addosso. Sei volte, sei fottute volte ho contato l’intervallo tra un’apertura e l’altra: tremiladuecentodiciassette secondi, circa cinquantacinque minuti. Questa è la finestra temporale che ho a disposizione; un altro cadavere mi cade vicino. Ora i miei occhi iniziano ad abituarsi ai costanti bagliori, ma ciò a cui non posso pensare è di essere circondato da cadaveri: tutti morti, controllati uno per uno. Sono impegnato a tal punto a capire cosa succede sopra la mia testa che non mi guardo intorno, tuttavia qualcosa mi dice che la storia va avanti da un pezzo e non oso immaginare quanti uomini giacciono ammassati proprio qui, vicino. Ho deciso, aspetterò la prossima apertura per guardarmi in giro, a occhio e croce ho dieci secondi di luce e devono bastarmi per dare una sbirciata.

Duemilasettecentosedici… duemilasettecentodiciassette… punto lo sguardo in alto, fisso il manto nero che mi accappona la pelle. Nell’oscurità è come se tutte queste persone morte mi fissassero, sento i loro sguardi addosso e la loro presenza mi inquieta, mi assale. Tremiladuecentouno… ormai ci siamo, concentrazione, tremiladuecentoquattro, cinque, sei… sento un ronzio metallico in alto, acuto e lontano, mi sollevo appena, devo riuscire ad avere la miglior visuale possibile. Tremiladuecentosedici… e diciassette. Ci siamo, ci siamo! Si apre, non devo guardare sopra, so già cosa accadrà e sposto la testa appena, giusto da buttare lo sguardo poco più in là del naso dell’amico. Otto, nove, dieci. La pioggia di luce candida scompare e io non so davvero se sono pazzo o se quest’incubo è troppo reale. Non ho dubbi, perché li conosco troppo bene, so chi sono tutte quelle persone, so perché sono tutti maschi: quei corpi sono io.

Adesso la domanda che più m’inquieta è: chi sono io e chi sono loro, quanti me esistono e perché stiamo tutti ammassati come capre, tutti morti, tranne me. Mi è chiaro che non posso rispondermi, avvolto dalle tenebre non riesco a riflettere, il mio pensiero è incapace di prendere qualsiasi direzione, già, ma la testa si alza d’istinto e risponde per me: se tutto questo ha un senso e una risposta, di certo si trova lì sopra. Cazzo, non ho portato il conto, quindi non so quanto tempo mi rimane prima dell’ennesima apertura, ma un’idea mi balena in testa e illumina quest’oscuro cimitero che mi accoglie. Manca poco ormai e appena quel coso si riapre mi metto all’opera. Trascorro i successivi non so quanti secondi e la luce torna, ormai acquisisco il ritmo biologico e inizio a credere che tra un po’alzerò la testa azzeccando il momento esatto dell’apertura senza contare; più o meno come quando fisso la sveglia un minuto prima che suoni, sapendo che è quasi ora. Cade l’ennesimo me. Dieci secondi e la luce scompare. Mi sollevo deciso, cercando di non pensare al tappeto di corpi che devo calpestare, chiedo scusa a ogni passo che faccio, poi li prendo, tastando a caso nel vuoto, consapevole che in ogni parte ove butto le mani afferro la mia persona. Ho bene impresso il pezzo di spazio in cui il braccio meccanico molla la presa, lì è dove si ammucchiano. Milleduecentotre… milleduecentoquattro… caspita quanto peso; tu stai qui e tu mettiti sopra, di certo un altro sta proprio dietro di me. Continuo instancabile ammassando corpi su corpi sino a che distendo le braccia e tocco teste e bocche sopra di me: più di così non riesco a fare. Tremiladuecento… nooo! Ho perso il conto, tremo, sono stanco, affannato, ma potrei non avere altre possibilità o la forza mentale per andare oltre. Devo salire, più che posso, aggrappandomi a mani, piedi, nasi, organi genitali. Sento che è il momento, il mio orologio biologico ormai non sbaglia più. Il ronzio, lo sento, ora è molto vicino; la superficie sopra di me scivola senza il minimo rumore, aprendosi in due parti: ecco la luce ed ecco il braccio. Mi sta proprio sui capelli e vedo quel povero me penzoloni che mi cade addosso: calma, ho dieci fottuti secondi. Incrocio lo sguardo spento e capovolto del compare, mi scanso appena tenendomi in equilibrio sulle mie chiappe e schiene, il braccio sta tornando su: adesso. Con le mani raggiungo il freddo metallo e mi aggrappo con la sola forza della disperazione, quello mi solleva come una piuma e si accovaccia a terra, vicino a un lungo tubo di vetro. Tutto intorno è bianco candido, non ci sono mura, gli occhi mi danno fastidio, troppa luce. La superficie si chiude sotto di me e lascio quei poveri dannati alla mia molteplice compagnia. So a cosa serve quel tubo, lo immagino bene, ma adesso fatto trenta facciamo trentuno. Questo braccio è particolare: liscio e sinuoso, non vedo tubi, raccordi o bulloni, è molto silenzioso ma in qualche modo deve pur alimentarsi per funzionare. Gli giro intorno, ho ancora un po’ di tempo prima che il prossimo siluro arrivi e sento con la punta dei piedi che c’è una protuberanza la quale prosegue in linea retta, in una certa direzione che non riesco a decifrare. Un canale, un tubo, un cavo elettrico forse, non ho altri riferimenti, devo seguirlo. Cammino e il piede non perde un attimo il bozzo del pavimento che pochi minuti dopo torna perfettamente regolare, – merda l’ho perso – mi dico sconsolato. Invece un muro bianco si solleva silenzioso e una serie di piccoli alloggi mi appare, anche l’illuminazione mi è più congeniale, – adesso, almeno vedo dove cazzo mi trovo. – Cammino cauto e impaurito: qualcuno, che non sono io che crepa, ci deve pur essere e non ho la minima idea di quali siano le sue intenzioni. Arrivo al primo alloggio, butto l’occhio sul tavolo, ci sono tante pillole luccicanti messe in fila, mi ricordano vagamente qualcosa ma ho la testa troppo incasinata per sforzarmi di mettere a fuoco, poi scorgo finalmente una finestra! Una fi-ne-stra! Il cuore mi sorride e la speranza che si era dileguata dalla mia testa torna a bussarmi e chiede di entrare; riesco a vedere che sono da qualche parte in un bosco, è giorno e c’è nebbia. No, aspetta che guardo meglio, gli occhi mi prendono ancora in giro, quella non è nebbia: è neve. La neve mi ricorda ancora qualcosa ma che cazzo, ora basta ricordare, devo trovare il modo di andarmene da qui. Poi un boato mi raggela, proviene da sotto i miei piedi e se non sbaglio è da lì che sono venuto fuori; si, sotto di me ci sono… io. Inizio a sentirmi spinto verso l’alto, una forza propulsiva spaventosa mi schiaccia le cervella, raggiungo la finestra, devo capire che diavolo succede ma non mi occorre molto: questa casa (o cosa) si solleva da terra e le centinaia di miei corpi piovono sfracellandosi al suolo. Vengono espulsi proprio da dove ero rinchiuso. Rimane un cratere enorme dalla forma ovale e come formiche che sbucano dalla tana, una decina di ruspe giungono sull’orlo dell’orrida fossa e concedono “degna” sepoltura ai miei amici. – Mio Dio, questa non è una casa, è una nave volante! – La matassa si dipana nella mia mente, quella che credevo fosse una fottuta leggenda metropolitana prende spazio nella testa e la riempie di maledette congetture, che non mi piacciono affatto. Privo di idee, pietrificato dall’orrore, mi chiedo solo chi sia al comando di tutto ciò e quale sia lo scopo ultimo; non mi rimane che proseguire mentre la nave continua a salire di quota e pian piano il cielo si fa nero. Esco dalla stanza e il corridoio si restringe, diventa angusto e soffocante, sicché una persona ci passa a malapena; con il cuore in gola giungo alla fine di esso e sulla mia testa una cupola immensa mi lascia ammaliato, alla vista dell’universo infinito. Da un altro corridoio alla mia destra arriva agitata una donna nuda: ci guardiamo un attimo negli occhi per capire entrambi che stiamo vivendo la medesima follia. Un suono acuto attira la nostra attenzione e dinanzi a noi, in una torre alta e trasparente, un uomo in tenuta militare, circondato da altri con un’ uniforme simile ci osserva pensieroso. Io e la donna non parliamo, ma ci dimeniamo come pazzi e muoviamo le mani, iniziamo a ridere, perché forse tutto questo è un sogno, il frutto di una droga o siamo solo di passaggio in un posto sbagliato. Ma i militari si dividono in due gruppi, lasciandoci intravedere quello che hanno dietro, capisco che abbiamo un altro problema. Due letti verticali ci lasciano piena visione di quello che accade: iniziamo a piangere e mettere le mani sulla bocca, me la faccio addosso, perché ormai non ho più il controllo psicomotorio del mio corpo, o di quello che credo esserlo. Io e la ragazza siamo su quei letti, fasciati come salami e due bracci meccanici, simili a quello di poco prima, ci stanno aprendo la testa; arrivano due esseri bassi, scheletrici e neri, dalla loro bocca partono ramificazioni che vanno a insinuarsi nei nostri crani. Vedo che abbiamo convulsioni, gli occhi girano impazziti, sino a esplodere. Gli esseri neri gesticolano con i militari, fanno movimenti veloci e precisi, gli umani abbassano la testa e si siedono a quelle che presumo siano le loro postazioni. Poi, una voce rompe la coltre di pazzia a cui assisto. «Signori Marc e Anna, ci complimentiamo con voi per essere sopravvissuti alla fase avanzata di clonazione moltiplicativa. Nostro scopo era che almeno uno di voi vivesse nella rispettiva colonia e avesse le stesse identiche caratteristiche dei due cloni che purtroppo hanno appena fallito. Come avrete capito, la razza umana collabora in maniera prolifica e pacifica con esseri alieni senzienti e a noi superiori. Ma non abbiate timori, essi ci rispettano e hanno individuato nel nostro dna, la possibilità di ibridare le menti e renderci partecipi del loro progetto universale: creare esseri superiori nel corpo e nelle capacità mentali.» Poi si ferma un attimo, mentre io e la donna cominciamo a capire di aver paura di qualcosa di cui in realtà non dovremmo: perdere la vita. In verità non l’abbiamo mai avuta, ma è strano, io mi sento come se avessi vissuto una vita intera: mia madre, papà, la scuola, ricordo tutto nei minimi dettagli, mio nonno…»

Una macabra intuizione fa breccia nel mio cervello clonato e come un treno, adesso, mi si schiantano addosso tutti i tasselli: la pillola, cazzo, la pillola. Ruoto la lingua e sveglio la bimba dal letargo indefinito, è lì ancora, da non so quanto. La stessa che ho visto sul quel dannato tavolo…

No, non sarà che il nonno…

La voce fredda e inflessibile dell’uomo riprende, «Voi, signori, siete l’esatta copia dell’essere umano da cui discendete e oggi, la vostra mente tenterà l’unione con quella di una razza superiore. Siatene felici e speriamo di poter condividere presto l’enorme sapienza che vi apprestate ad assimilare. Sappiate che la Terra vi sarà riconoscente, così come l’esercito degli Stati Uniti d’America.» Sotto i nostri piedi si aprono spazi vuoti, fluttuiamo e due enormi cilindri ci imprigionano, capisco subito dove ci stanno portando. Vedo la donna che batte disperata le mani sulla parete trasparente, mi supplica di aiutarla, piange e solo adesso mi accorgo di provare un sentimento davvero umano: la pietà. La mente torna a mio nonno, o meglio, al nonno del povero ragazzo da cui sono stato generato e solo ora mi accorgo di quanti fottuti indizi mi aveva dato, perché almeno io, il suo clone, potessi continuare a vivere.

Quando era nudo, trovato sotto la neve, oppure le mani sporche di terra, perché aveva scavato una volta scaraventato fuori da questa  cazzo di nave. Poi si era fregato una pillola, perché aveva intuito che una volta finito il lavoro questi stronzi di militari sono costretti a uccidersi con le loro mani, senza che i mostri lascino il minimo segno: sapeva a cosa sarebbe servita quella capsula ed era pronto a usarla. Ma il nonno doveva aver avuto proprio le palle, per uscire da quella fossa, fregarsi la pillola, tornare in mezzo agli altri morti e aspettare che la botola si aprisse. Chissà quale clone lo aveva aiutato a sua volta, da quanto tempo prima era stato avvertito e si era tenuto pronto; però bravo nonno, almeno tu li hai fottuti. Adesso so che il mondo non è solo degli umani, ma ogni tanto anche qualche clone si fa vivo e riesce a sfuggire da questo inferno volante. Lo so, lo capisco solo ora, non ho dato il giusto peso alla memoria, ai ricordi del passato che non ho vissuto e non ho capito di avere una cosa che si chiama intuizione. Tranquillo nonno, non sono incazzato con te, in fondo non stai bene di testa. Ma io sono Marc, giusto? Ok, non avrò intuizione né memoria, ma ricordo di avere le palle: mi spiace per lei, la donna intendo, per quello che dovrà passare, ma non mi avranno mai. Senza pensarci muovo la lingua e cerco la pillola, vedo la donna che un secondo prima di me sfila sul letto e subito due cinte robuste la imbragano, sto per atterrare anch’io. La pillola? Dov’è? Dov’è!!? Che stronzo… non c’è, non c’è mai stata, se non la memoria di essa, che ancora mi frega, sino all’ultimo secondo.

Poi scivolo sul letto, le cinghie mi afferrano, la mia mente si eclissa… tutto è buio.

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Scars of life

“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi da cicatrici” (Khalil Gibran)

Un’antica tradizione giapponese, chiamata ‘Kintsugi’, consiste nel riparare un vaso in frantumi e, successivamente, ricoprirne le crepe con l’oro. Questo processo, che contribuisce ad impreziosire una ‘ferita’, in parte, seppure in modalità diverse, viene emulato da Daniele Deriu che, tra il 2012 e il 2018, realizza la serie fotografica intitolata Scars of life. Le fotografie, in cui si evince la grande sensibilità dell’autore, sono dedicate a donne forti e guerriere che hanno combattuto personalmente contro malattie terribili, abusi, menomazioni e, in alcuni casi, anche contro la loro stessa esistenza, facendosi del male con atti di autolesionismo o, nelle condizioni più difficili, nel tentativo di togliersi la vita. Il fotografo, rovesciando ipocriti canoni di bellezza e banali stereotipi, si sofferma sulla cicatrice che, attraversando la pelle, diventa simbolo della sofferenza umana. Nel passaggio metaforico dal buio alla luce – che possiamo cogliere nello sfondo – la donna, vera protagonista di Scars of life, sembra finalmente fiorire e rinascere.

@Daniele Deriu

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Sito ufficiale: http://www.illogico.it

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“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: “Fase Due”

La Fase Due: Rave Party ma con precauzioni sanitarie.

Il popolo della notte ritorna per impadronirsi della terra ma con amore e mobbing aziendale.

La Fase Due è ormai alle porte e ciò crea un certo entusiasmo nella popolazione. La gente torna a pensare di fare quello che prima non si sognava nemmeno: allora via alla ricerca delle scarpe da ginnastica che non usavi dalle superiori, lavaggi delle parti intime – fino a ieri mute testimonianze di un epoca passata – e ricognizioni sotto casa per vedere se ti hanno ‘ciulato’ la macchina.

Questo clima di “dai che ce l’abbiamo fatta”, oltre che nella mente del popolo che progetta già le ferie (con la stessa convinzione di un gatto che ripara un tostapane), si ripercuote anche nella politica che sta ritornando ad essere funzionale e coerente come sempre.

Il Presidente del Consiglio critica le opposizioni apertamente, il M5S litiga con il PD suo alleato, Lega e M5S precedentemente alleati e poi scissi con rimpasto di governo conseguente tornano ad avere idee comuni, Renzi mette a punto strategie Dalemiane, il PD non dice un cazzo: la solita vecchia politica italica, quella su cui puoi sempre contare. Infine – proprio per non farci mancare nulla – ecco il colpo di scena offerto dalla Lega con..udite, udite: l’occupazione del parlamento. Mai si era visto un così folto numero di senatori leghisti in Parlamento! Mussolini – e non parlo di Alessandra ma del nonno Benito – sarebbe fiero di questi prodi e orgogliosi Padani!!

Quello che veramente serve è il ritorno alla normalità nelle piccole cose. Anche se i parrucchieri apriranno a Giugno, e i giovani di sinistra hanno ormai capelli e barbe stile Che Guevara con il golfino infeltrito, almeno riapriranno i cantieri e gli anziani avranno finalmente qualcosa da fare.

L’attività all’aria aperta sarà nuovamente concessa, perché la libertà te la devi sudare, e i parchi pubblici torneranno ad essere operativi: le aree giochi però chiuse, in modo che gli spacciatori possano esercitare in santa pace senza bambini che fanno casino.    

Il lavoro torna nelle nostre vite di italiani. La strategia di non fare tamponi sta funzionando e i contagi risultano essere sempre di meno. Il panico generalizzato lascia spazio alla distensione mentale e ritornare a produrre diventa così un eventualità sempre più vicina. Come disse il Faraone al popolo ebraico molto tempo fa: lavorare a mente serena è molto meglio che sentirsi obbligati da un sistema socio-economico che lucra sulla salute dei cittadini.

Tanto ormai che il peggio sia passato lo dimostrano anche gli obblighi legislativi di uscire con guanti, mascherina e armatura, il divieto di girare in auto per quanto possibile, la gestione degli ingressi scaglionati nelle attività funzionanti e l’imposizione di un metro di distanza da qualsiasi organismo animale o vegetale.

Ma è tutto oro quello che luccica? Il Presidente Conte, come in un film di fantascienza, ha gracchiato al suo equipaggio stellare di “attivare la Fase Due” e premuto il tasto rosso: gli accumulatori a ioni stanno portando energia al raggio che poterebbe distruggere Aldeeran (scusate, colpa del rewatchone di Star Wars durante la quarantena). Citazioni a parte, in qualsiasi pellicola che tratti di scienza, anche la più becera, la “Fase Due” è quella dove tutto solitamente va a puttane. Il destino della Galassia è nelle nostra mani, solo il nostro senso civico, il nostro BUON senso sopratutto e la nostra ferrea applicazione dei principi appresi negli ultimi due mesi ci potrà salvare. Intanto domani festa condominiale da Pizzotti che griglia sul balcone o, per chi non fosse contento, una bella cena a lume di candela nei migliori ristoranti all’aperto della Calabria!

Paolo Ammazzamauro