Il fiato del drago

La terra aveva tremato di nuovo. Quella volta era successo durante la notte. Tutto era iniziato con un vento che ringhiava al di fuori delle imposte chiuse, come un animale famelico. La casa tremava tutta; sembrava di essere al centro di un tornado. La bambina era sdraiata nel suo lettino dalla trapunta con i disegni delle principesse Disney; non riusciva a dormire. Nella sua immaginazione, quello non era il vento, ma il mostro del sonno che voleva rapirla. Stringeva a sé l’orsacchiotto di peluche con il papillon rosso, che le sussurrava di stare tranquilla, che lui l’avrebbe protetta dall’uomo nero. La stanza era avvolta nel buio come un mantello nero; la lucina da notte era fulminata e l’unica fonte di luce era la spia verde della lampada d’emergenza che proiettava ombre inquietanti sul muro, nonostante fosse flebile. Gli occhi della bambina erano spalancati e le orecchie tese a captare qualsiasi rumore al di fuori del vento che ringhiava. Il suo respiro era alquanto affannoso e sentiva le guance bagnarsi dalle sue lacrime di paura, mentre stringeva il peluche talmente forte da non farlo respirare. Stava assorbendo le sue lacrime, come faceva sempre: era un amico fedele lui. Sentì improvvisamente qualcosa che sbatteva violentemente fuori; la bambina scattò in piedi. «Che cos’era, Fred?» sussurrò al peluche. La bambina scostò le coperte e appoggiò i piedi nudi sul cotto freddo, rabbrividendo. Abbracciò Fred, come se fosse il suo scudo e si avvicinò al balcone: era da lì che aveva sentito il rumore. Deglutì; sentiva la gola secca. Aveva sempre avuto paura dei tornado. Aprì il balcone, avvertendo immediatamente il freddo vento che la schiaffeggiava. Abbassò anche le imposte, quanto bastava per permetterle di vedere fuori: era meglio se non lo avesse fatto. C’era davvero un tornado: vedeva buste di plastica volare da sole come fantasmi; le fronde degli alberi scosse a tal punto che potevano essere strappate dalla terra; i pali dell’elettricità che danzavano, rilasciando un suono come di uno sciame d’api. Ed ecco che accadde tutto in un attimo. La bambina non capiva cosa stesse succedendo. Sentì una strana vibrazione con i piedi nudi sul pavimento; istintivamente alzò lo sguardo sul soffitto e vide gli striscioni di carta velina appesi al lampadario muoversi da soli. E la vibrazione si intensificò, fino a fare cadere in ginocchio la bambina che iniziò a urlare e a chiamare la mamma. Non c’era bisogno delle sue grida: i suoi genitori si erano già svegliati in preda al panico e la prima stanza in cui si erano precipitati era quella della figlia. La madre aveva il volto contratto in una smorfia di dolore, sembrava essere stato deformato dalla plastilina; il suo papà urlava alla moglie di prendere la bambina e di uscire immediatamente. La bambina piangeva in preda al panico: prima l’uomo nero, poi il tornado e ora la terra tremava. Che succedeva? La madre l’afferrò e si precipitò lungo le scale, chiamando i vicini già in allerta. La bambina cercava di tenere stretto Fred, che non voleva perdere per nulla al mondo. Scendere le scale con una bambina di otto anni in braccio non era cosa facile, aggiungendo anche il fatto che le scosse ne destabilizzavano l’equilibrio fisico e mentale. La bambina, dalla spalla della madre, vedeva altre persone precipitarsi lungo le scale con vestaglie e pigiami, mentre sopra il boato delle scosse di terremoto distruggeva il palazzo. Sembrava che un enorme drago stesse camminando su di loro, sgretolando quella scatola di cemento come se fosse stato un grissino. Ma il drago fu più veloce di loro. Nella confusione, Fred cadde e la bambina urlava e si dimenava per tornare a riprenderlo, rendendo tutto ancora più difficile. Nessuna delle persone dietro di lei si chinò a raccoglierlo e a ridarglielo, tutti volevano scappare perché era questione di secondi se volevano salvarsi. In giro si sarebbero trovati milioni di orsacchiotti, ma la vita era una. Il drago fu più veloce e mattone dopo mattone sgretolò quel grissino di cemento, imprigionando tutti. La mattina dopo, quando i vigili del fuoco giunsero sul posto per cercare persone sotto le macerie, con grande rammarico trovarono solo un orsacchiotto con un papillon rosso, sporco di polvere, con lo spettro della casa distrutta dal drago attorno ad esso.

Alessia Di Palma

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“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento – Rivolte

Il diritto di essere razzisti

Mentre il mondo brucia per opporsi alle discriminazioni, in Italia c’è chi fa di esse la sua bandiera.

Il fuoco della rivolta sta avvolgendo il mondo. Dopo i mesi di lockdown la miccia della bomba sociale è esplosa e la gente non esce più per alcolizzarsi, comprare sostanze o andare a mignotte come tradizione vuole. In tutto il mondo sollevamenti popolari, manifestazioni e movimenti riempiono le strade in cerca di una giustizia troppo al lungo dimenticata.

Negli Stati Uniti, la morte di un afroamericano per mano della brutalità durante un arresto, è stata il detonatore di un gigantesco sollevamento popolare. Come se gli abusi della polizia fossero una novità in America. Voglio dire, così come so che se vivo negli Emirati Arabi non posso esprimere liberamente l’omosessualità (il carcere sarebbe l’ipotesi migliore), se vivo negli USA e sono di colore so che non posso fare jogging. O almeno, non posso farlo senza che qualche poliziotto mi fulmini col taser, convinto a prescindere che stia scappando da una qualche scena del crimine. Se ne fa una questione di razzismo ma, guardando i dati, si può vedere benissimo che i detenuti neri sono solo il 60% della popolazione carceraria statunitense: i restanti, quasi la metà, sono bianchi. Poi, che questi bianchi siano per lo più ispanici non vuol dire assolutamente nulla. E’ palese che il razzismo sia stato assunto come motivazione dai manifestanti, guidati dal Partito Democratico, per mettere in cattiva luce l’attuale presidente dell’Unione. Dopo aver cercato di sedare le proteste con l’utilizzo dell’esercito, Trump ha capito che forse sarebbe stato eccessivo: per dei manifestanti disarmati bastavano solo lacrimogeni, manganelli, violenza e una buona fornitura di proiettili di gomma, da sparare in faccia a donne e ragazzi. Del resto finché non ammazzi qualcuno è solo una protesta, non diventa una guerra civile.

Anche l’Italia regala soddisfazioni per quanto riguarda le manifestazioni antigovernative. Nelle ultime settimane, un provvedimento di sgombero è stato notificato alla sede romana di Casapound, colpevole di occupare abusivamente da 17 anni uno stabile nel centro della capitale. Al momento le operazioni di “sfratto” sono in stallo, poiché la Procura sta valutando la situazione e il camion per il ritiro dell’umido non passa fino a giovedì prossimo. Questo però non ha fermato i fan boy di Benito dallo scendere in piazza lo scorso 6 giugno. Per chiedere pacificamente il rispetto dei loro diritti di discriminare, picchiare e riconquistare l’etiope Abissinia, i neofascisti hanno organizzato cariche contro la polizia, ingaggiato risse coi giornalisti e intonato a gran voce la sigla integrale di Heidi. Il risultato è stata una bolgia di teste luccicanti contrapposta a cordoni di caschi antisommossa: una classica domenica dopo un derby in Coppa Italia. Senza domenica però. E senza derby. E senza Coppa, era più che altro un fascio littorio. Non saprei, ma sono sicuro che il 6 giugno abbia vinto lo sport e quasi tutti si siano divertiti. Parlando sempre di assembramenti fanatici e irrazionali, è cominciata la campagna elettorale di Salvini nel sud Italia. Ognuno ha il diritto di esprimere liberamente le proprie idee, sia chiaro, ma scendere in piazza per acclamare una persona che fino a ieri incolpava i “terroni”, parole dei leghisti, di tutte le sventure italiche, e che avrebbe segato la penisola all’altezza del Po per lasciare affogare i meridionali nel Mediterraneo, è un po’ come fare il tifo per il tizio che si sta scopando tua moglie. Cioè, in linea teorica lo puoi anche fare, ma io due domande me le farei. Domande che, tra parentesi, nemmeno Salvini si pone, soprattutto mentre deponeva i fiori in memoria dell’agente Apicella, morto coraggiosamente nello svolgere il suo dovere, sulla lapide dedicata ad un’altra persona. Il tutto in diretta nazionale. Che Matteo sia un politico attento è fuori discussione.

Per concludere questa carrellata di manifestanti e/o simpatizzanti, tutti rigorosamente all’oscuro delle norme contro gli assembramenti (che tanto il Covid chi se ne frega), vorrei citare i gilet Arancioni, un movimento simile ai più noti gilet Gialli francesi ma che, contrariamente a questi, non ce l’ha fatta. L’idea che quasi mi aveva convinto ad unirmi alla marea umana in catarifrangente arancio (che, ci tengo a sottolineare, non ha nulla a che vedere con i lavoratori ANAS, che si sfondano di sole e asfalto per rendere migliori le nostre autostrade) è la loro certezza che si possa curare il coronavirus con lo Yoga. Lo Yoga. Avevo già estratto il giubbottino dal cruscotto quando, per fortuna, mi sono tornati alla mente gli spot governativi che andavano in TV nei mesi scorsi. A malincuore ho rinunciato a scendere in piazza.

Oggettivamente, l’unico modo per prevenire il diffondersi del virus è affidarsi alla scienza e ai dispositivi sanitari. La sanno bene il “governatore” della Lombardia, Fontana, come anche i suoi parenti. In uno slancio di altruismo, l’azienda della famiglia Fontana ha deciso di donare oltre 500.000 euro tra camici, guanti e mascherine, alla regione: prima incassando, per errore, il pagamento di tale commessa, e poi rimborsando il denaro ottenuto senza la gara d’appalto. Che la restituzione sia avvenuta a qualche ora dalla redazione di un’inchiesta giornalistica in merito, è solo una pura coincidenza.

Vedendo tutto questo ardore nel difendere le idee, nel combattere per i diritti, nel rifiutarsi di sottostare al pensiero unico imposto dall’alto, una domanda mi sorge spontanea da dentro l’anima: ma proprio il cantante degli Jarabe De Palo doveva andarsene?

Enric Marco, maestro della menzogna

L’ex sindacalista spagnolo Enric Marco

La finzione affascina, da sempre, tutti gli strati della società, senza esclusione alcuna. Dai racconti orali alla letteratura, dai film alle serie tv fino al teatro, la menzogna, trasformata in arte, ha permesso nei secoli alle persone di prendersi una pausa dalla difficile realtà quotidiana per lasciarsi trasportare in un mondo parallelo, migliore perché diverso dal proprio. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, è sempre stato ben chiaro dove si fermasse il reale e dove cominciasse l’invenzione, essendo i due mondi, quello vero e quello fittizio, separati nettamente da un foglio di carta, da uno schermo, da un palcoscenico. C’è un uomo però che ha trasformato la propria vita in una sola, grande menzogna, rendendo impossibile distinguervi il vero dal falso, attraverso un’identità costruita ad arte, stabilita a tavolino e poi raccontata al mondo come se fosse reale. Ha fatto all’incirca ciò che fanno i romanzieri, che partono dalla proprie esperienze e da quelle altrui per costruire i soggetti, le vite, le storie; con la differenza che quest’uomo l’ha fatto con se stesso, trasformando con bravura quasi geniale, seppur malvagia ed immorale, la propria persona in un vero e proprio personaggio. Signore e signori, si apra il sipario (perdonatemi l’introduzione da teatro, ma non se ne può davvero fare a meno) sulla vita del più grande bugiardo dei tempi moderni e, forse, della storia: Enric Marco.  

La carriera

Il nome di Enric Marco, nato a Barcellona il 12 aprile del 1921, cominciò a circolare in Spagna all’epoca della Transición, ossia nel periodo che seguì la morte del dittatore Francisco Franco e che sancì il passaggio della nazione iberica da regime autoritario a stato democratico; fu in quegli anni, infatti, che Marco cominciò la scalata al sindacato di stampo anarchico CNT (Confederación Nacional del Trabajo), di cui divenne segretario generale per un anno. A contribuire alla sua elezione ci furono anche le sue testimonianze riguardo al proprio passato, nelle quali affermava di essere stato un grande avversario del franchismo e di averlo combattuto sin dai tempi della Guerra Civile (1936-1939); tuttavia il suo eccezionale curriculum (verbale, non mai suffragato da prova alcuna) non gli valse la rielezione nel successivo congresso del sindacato, dopo il quale entrò in rotta con la CNT stessa e ne fu per questo espulso. Si dedicò allora alla Federazione di Associazioni di Genitori di Alunni della Catalogna, di cui divenne vicepresidente nel 1998. Durante tutti quegli anni di militanze sindacali i colleghi affermarono di sapere poco o nulla sul suo passato, e in particolare sulla sua presunta deportazione nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg, della quale cominciò a parlare solo sul finire degli anni Settanta.

Enric Marco con un’antica bandiera della Repubblica Spagnola,
commemorativa delle vittime iberiche sterminate nel campo di Mauthausen

Le testimonianze di ex deportato

Risalgono a quei tempi, infatti, le prime conferenze ed interviste tenute da Enric Marco in merito alla propria esperienza di deportato nei Lager nazisti. Stando ai suoi racconti, dopo aver appunto lottato contro Franco ed essere stato costretto all’esilio dalla sua ascesa al potere si sarebbe recato in Francia per unirsi alla resistenza anti tedesca nel paese; sarebbe però stato intercettato e catturato dalla Gestapo che, dopo interrogatori e torture indicibili, l’avrebbe spedito nel campo di concentramento di Flossenbürg, dal quale sarebbe uscito solo con la fine della guerra; da lì sarebbe poi tornato clandestinamente nella sua terra natale per riprendere la lotta contro la dittatura franchista. Grazie ai suoi racconti estremamente patetici, alla sua capacità di parlare in pubblico, e anche alla sua ambizione, dopo essere entrato nel 2000 a far parte dell’associazione Amical Mauthausen, che riuniva i sopravvissuti spagnoli ai Lager nazisti, Marco ne divenne presto segretario e presidente. Curiosamente, aveva fatto il suo ingresso nell’ organizzazione a più di trentotto anni dalla sua fondazione, quando molti dei sopravvissuti erano ormai morti; in ogni caso, grazie alla carica aveva potuto tenere nel 2005 un commovente discorso di fronte al Congresso Nazionale Spagnolo, causando anche le lacrime di alcuni deputati. Lo stesso anno, poi, in occasione dei sessant’ anni della liberazione di Mauthausen, avrebbe dovuto tenere un discorso proprio nel campo di concentramento austriaco in qualità di rappresentante di tutte le vittime spagnole, di fronte, tra gli altri, all’allora Primo Ministro iberico Zapatero; per prendere parte all’evento Marco si era già recato in Austria con in tasca il discorso che avrebbe dovuto pronunciare, ma aveva deciso all’improvviso di ritornare precipitosamente in patria. La verità su di lui era infatti venuta a galla.   

Per la sua opera di divulgatore e di testimone Marco aveva anche ottenuto la Creu de Sant Jordi, la massima onorificenza della Catalogna

La scoperta della menzogna

Le persone che si erano fatte abbindolare dall’arte oratoria e dalla recitazione di Marco erano innumerevoli e comprendevano persino i veri deportati, che non avevano mai intravisto alcuna incongruenza nelle sue testimonianze; tuttavia, l’ex sindacalista catalano non aveva fatto i conti con lo storico Benito Bermejo. Questi, dotato di un fiuto considerevole, nonché di una grande meticolosità nel suo lavoro, dopo alcuni incontri con l’uomo aveva avvertito una certa puzza di bruciato; si era allora messo alla ricerca di prove in merito alla deportazione di Marco, ed era così giunto ad una scoperta inquietante. Non solo il nome del presidente dell’associazione Amical Mauthausen non risultava negli archivi di nessun campo di concentramento, tanto meno in quelli di Flossenbürg, ma la vicenda era stata l’esatto contrario di quella che aveva raccontato: piuttosto che combattere contro il nazismo, infatti, l’aveva sostenuto, e aveva fatto parte del nutrito gruppo di lavoratori volontari mandati da Franco a Hitler nel 1941 per ringraziarlo del sostegno durante la Guerra Civile. Marco era poi sì stato arrestato dalla Gestapo, ma per violazione della censura, ed era stato sì prigioniero, ma per pochissimo tempo e soprattutto senza passare mai per un campo di concentramento. Tornato in Spagna, poi, lungi dal lottare contro la dittatura, aveva fatto perdere le sue tracce, per poter poi cominciare la scalata alla CNT senza il peso del suo passato.

Lo storico Benito Bermejo

Bermejo, dopo esser giunto alle sue conclusioni, dimostrò grande intelligenza e non sfruttò la scoperta per farsi pubblicità, ma operò in maniera estremamente corretta, informando la direzione dell’Amical Mauthausen prima della stampa; quest’accortezza permise all’associazione di evitare la brutta figura di aver mandato a parlare in Austria un impostore e di salvare, quantomeno in parte, la faccia, sostituendo il finto sopravvissuto con uno vero. Marco, dal canto suo, una volta tornato in Catalogna ammise candidamente di essersi inventato la propria deportazione e di aver basato i suoi discorsi e le sue conferenze sui racconti sentiti da altre persone. Dopo uno smacco del genere chiunque si sarebbe aspettato il ritiro a vita privata dell’uomo, che all’epoca dei fatti, nel 2005, aveva ormai ottantaquattro anni; a dimostrazione però di una personalità estremamente complessa, Marco continuò ad apparire in televisione e sui giornali, affermando di non pentirsi di ciò che aveva fatto. A suo dire, avrebbe agito in maniera totalmente disinteressata, e avrebbe mentito solamente per rendere la sua campagna d’informazione sull’orrore nazista più convincente:

«Tutto quello che racconto l’ho vissuto, anche se in un altro luogo (il carcere della Gestapo, ndr); solo ho cambiato posto, per far conoscere meglio il dolore delle vittime».

Un artista dell’impostura

Lasciando per un momento da parte la ripugnanza che genera la condotta di Enric Marco, è indubbio che dietro alle sue bugie si trovi un autentico genio, malvagio, certo, ma pur sempre un genio. Uno spirito comune non sarebbe mai stato in grado di fare quello che ha fatto, una vera e propria impresa che richiede uno sforzo abnorme di memoria e di immaginazione: egli, come scrive Mario Vargas Llosa in un suo articolo del 2005 (lo scrittore peruviano è colui che più di tutti ha saputo cogliere le profonde sfumature del personaggio), era riuscito a «svuotarsi di se stesso e reincarnarsi nel fantasma che s’era fabbricato», ed aveva così potuto ingannare non solo la moglie e le figlie, che non ne sapevano nulla, ma gli stessi deportati, coloro i quali avevano vissuto sulla propria pelle la vita nei Lager e che erano stati talmente convinti da lui da eleggerlo loro rappresentante. Se pure i sopravvissuti avevano trovato convincente la sua storia, bisogna ammettere che Marco doveva aver fatto per forza un lavoro superbo, immane, anche se, lo sottolineo ancora una volta, orrendo ed immorale. L’unico con cui non aveva fatto i conti era il sagace Bermejo, e se non fosse stato per il suo fiuto chissà per quanti anni ancora avrebbe proseguito con la sua farsa.

Il Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa,
che non ha mai nascosto la sua curiosità per il personaggio di Enric Marco

Il fascino dell’impostore

È certo che un personaggio come quello di Marco non può che affascinare. Partendo da alcuni fatti reali, come l’arresto da parte della Gestapo, ci ha ricamato sopra un mondo di fantasia, ingigantendo i fatti, le sofferenze, le immagini, trasportando se stesso dove non era stato e facendo compiere al proprio personaggio, perché d’un vero e proprio personaggio si tratta, azioni che il vero Enric non si sarebbe mai sognato di compiere. Ha realizzato il sogno in cui tutti noi inconsciamente c’immergiamo quando incominciamo un romanzo, un film, un videogioco: essere altro da noi (Je est un autre, per dirla alla Rimbaud), allontanarsi dalla propria vita per viverne un’altra, più intensa, differente. Nel farlo, Marco si è appropriato del diritto dei sopravvissuti ai campi di concentramento di essere compatiti, senza però aver sperimentato le medesime sofferenze, senza essere stato condannato, come loro, a ricordare quei terribili momenti nelle notti più buie; ha rubato loro il diritto di commuovere e di far tremare le coscienze, senza però pagare lo stesso, terribile prezzo.

A rendere il suo caso ancora più curioso (e farne forse un caso clinico per uno studio psichiatrico) è lo scopo per cui ha deciso di mentire, poiché il sindacalista catalano, al contrario di alcuni politici, venditori, banchieri e mille altre figure del mondo moderno, non ha mai mentito per un proprio tornaconto economico: tutto ciò che l’aveva spinto verso un’impostura tanto grave era un’ansia d’attenzione, la stessa che forse l’aveva portato prima alla segreteria della CNT e poi al protagonismo nelle associazioni di genitori di studenti. Per usare ancora una volta parole di Mario Vargas Llosa, Marco è un «narcisista bramoso di pubblicità, avido “mediopata”, ossessionato dall’essere sempre in copertina»; non è però un accumulatore di ricchezze senza scrupoli, come invece ci si aspetterebbe da un personaggio capace di atti del genere. A confermare questa visione di uomo ansioso di trovarsi al centro delle cronache c’è un ultimo dettaglio: Marco si è prestato volentieri a molte ore di intervista con lo scrittore Javier Cercas per permettergli di scrivere il romanzo “L’impostore”, nonostante questi gli avesse messo bene in chiaro fin da subito che si sarebbe trattato di una vera e propria denuncia, che avrebbe portato alla luce tutti i suoi inganni e tutta la sua malvagità; insomma, quale psicopatico aiuterebbe mai qualcuno in un lavoro del genere nei propri confronti?

Lo scrittore Javier Cercas

Pure nel libro di Cercas, tuttavia, Enric Marco finisce per essere il vero (anti)eroe del romanzo, ancor più dell’onesto Bermejo e del meticoloso Cercas, per quel fascino senza tempo del malvagio, del corrotto, dell’impostore. E al di là della morale, che porta inevitabilmente a schierarsi in maniera netta contro di lui, non si può fare a meno di sottolineare, ancora una volta, la grandezza del suo ingegno, capace di ingannare gli iningannabili e di costruirsi una vita in cui è ormai diventato impossibile distinguere la verità dalla menzogna, la realtà dalla finzione, il fatto dal… romanzo.  

«Ho cambiato ambientazione, ma anche io sono un sopravvissuto. Come osano dire che non sono uno di loro solo perché non sono stato in un campo di concentramento?»

Washoe

N.d.r. L’articolo è ripreso dalla pagina culturale Aquile Solitarie e può considerarsi un ‘Guest Post’. Ha inizio quindi, proprio a partire da questo mese, uno scambio culturale tra la redazione de Labirinto-Magico e quella delle ‘Aquile Solitarie’.

Tratto da: https://aquilesolitarie.altervista.org/enric-marco-maestro-della-menzogna/

Lucas Leon

Delle volte, passeggiando nel Labirinto della nostra esistenza, riusciamo, attraverso l’arte, ad uscire dal mondo reale esteriore per fare spazio al nostro mondo ideale. Ciò, in modo particolare, accade nel caso dell’artista cileno Lucas Leon, autore di una serie di affascinanti illustrazioni digitali. Leon, durante il processo creativo, indossando le vesti di artista-sciamano, esce fuori dal suo ‘io’ corporeo per proiettarsi in nuovi fantastici, psichedelici e surrealisti universi. La creatività – particolarmente sviluppata nell’artista -sembra esplodere tra le sue mani e fissarsi nei fogli digitali con immagini a colore o in bianco e nero particolarmente suggestive.  

English version:

Sometimes, walking in the Labyrinth of our existence, we manage, through art, to get out of the external real world to make room for our ideal world. This, in particular, happens in the case of the Chilean artist, Lucas Leon, author of a series of fascinating digital illustrations. During the creative process, wearing the clothes of artist-shaman, he comes out of his personal body to project himself into new fantastic, psychedelic and surrealist universes. Creativity – particularly developed in the artist – seems to explode in his hands and become fixed in digital sheets with particularly suggestive color or black and white images.

@Lucas Leon

Contatti:

Instagram: https://www.instagram.com/lucasleonart/

Le vignette di Alagon

Oggi, per la rubrica Colpi di satira, la matita affilata di Alagon [alias Virginia Cabras] che, attraverso le sue vignette – ci racconta questo pazzo, ma davvero pazzo, mondo contemporaneo…

[No spoiler 😀 – Buona visione..]

@Alagon

Instagram: https://www.instagram.com/alagooon/

Facebook: https://www.facebook.com/alagooon/

Official site: https://sputnink.altervista.org/

Yoo e Mi

Yoo e Mi, fumetto ironico e autobiografico, nasce dalla matita di Mirko Pomatti e si ispira alle tumultuose e divertenti avventure di due bizzarri personaggi – per l’appunto Yoo e Mi – e sono ambientate in Finlandia, Corea ed Italia.


Adventure in Helsinki

Mi, durante una passeggiata tra le strade di Helsinki, si imbatte in un uomo che, in finlandese, gli rivolge l’indecifrabile espressione ‘Hei Anteeksi!’


@Mirko Pomatti

Contatti:

Official site: https://mirkopomatti.wixsite.com/yooemi

Instagram: https://www.instagram.com/yoo_e_mi/