Il Conto

Antonio aprì gli occhi. Era notte fonda. Non riusciva a dormire. Sua moglie sognava beata come un bambino stanco. Si infilò le pantofole e cominciò a brancolare nel buio. Sentiva un richiamo. Una voce. E un urlo sempre più forte che si faceva spazio nel silenzio. Poi un’armonia appena distinguibile tra il rumore frastornante di passi contro passi. Scarpe che battono contro pavimenti di… Chiuse gli occhi. Si tappò le orecchie. Corse in cucina. Strappò un pezzo di carta e la ascoltò. Come aveva sempre amato fare. La avvicinò ad un orecchio. Poi la strappò in pezzi sempre più piccoli. Sentiva solo il suono eccitante dei frammenti che si sgretolavano e cadevano a terra senza far rumore. Aveva sempre amato i suoni che emanano le cose quando si frantumano e si spargono a terra in mille pezzi. Gli aveva sempre mandato di volta il cervello peggio di una droga. O del sapore del brandy sulle labbra che rimane dopo l’ebrezza di una notte fuori casa. Ad un certo punto sentì un sussurro sempre più fitto. Come di fragili brandelli di stoffa che piovono dal cielo e si posano a terra senza posa. Guardò la porta di casa. Sembrava volersi aprire. Afferrò il suo giaccone grigio ed uscì. Un alito di gelo gli fece stringere un pugno come a volersi spaccare. Nevicava fitto fitto. Così. Senza nessuna previsione. Si morse le labbra credendo di sognare. Erano gelide. E vere, soprattutto. Era sveglio. A passi lenti si incamminò nel nulla. Sentiva il solito richiamo. Stavolta muto. Perché era nello stomaco. Poi nei timpani. Nei polmoni. Nella gola. Fece appena trecento metri in un’ora. Si fermava ad ascoltare con ferocia ogni singolo passo sulla neve generare quel suono soffice e tagliente per la sua pelle. Come un flash improvviso vide un uomo seduto su una panchina, in disparte. Guardava i fiocchi cadere ad uno ad uno e la sua testa era tutta immersa in quel turbinio così paziente. Le sue labbra sussurravano parole in una lingua fatta di suoni incomprensibili, come l’unione di più rumori a formare un’unica melodia. Era vestito con un frac bianco e una rosa nera all’occhiello. Si confondeva con la neve e risplendeva nella notte. Antonio si avvicinò. Era ipnotizzato. Ad ogni suono pronunciato le sue gambe avanzavano di qualche metro. Era sempre più vicino. L’uomo cominciò a parlare.

– Sapevo che saresti venuto. Dovevo saperlo fin da subito che cosa occorreva per attirarti a me. Ci sono voluti sette anni ma ne è valsa la pena.

– Tu chi sei? Che cosa vuoi da me? Come mi hai fatto arrivare fin qui senza che lo volessi? – rispose lui come ridestato dall’incanto.

– Io non ho fatto niente. Sei tu che sei caduto nella tua stessa trappola.

– Quale trappola? Che cosa stai dicendo? Lasciami andare!

I suoi piedi erano ancorati a terra.

– Hai un’ora di tempo – riprese l’uomo col frac bianco – Sai cosa devi fare. Se non tornerai qui con ciò che voglio, la tua casa e tutto quello che contiene, compresa tua moglie, si dissolveranno nel sole come la polvere bianca di questa bufera.

Quindi si alzò e scomparve correndo lentamente tra la neve che cadeva. Più fitta che mai. Antonio era impallidito. Non capiva. Che cosa aveva voluto dire? Chi era quell’uomo che lo aveva condotto fin lì con quegli strani sussurri per lui non nuovi? Ora che ci pensava, non assomigliavano forse ai suoni che amava ascoltare per uscire fuori di sé? Ma come aveva fatto a controllare i suoi passi? Restava lì. I secondi passavano così come i fiocchi di neve continuavano a cadere senza sosta. E coprivano la città spenta. Coprivano gli odori, i colori, le cose fragili che quando si frantumano si fanno in mille pezzi ed emettono rumori penetranti. Antonio continuava a pensare. Della sua vita ricordava soltanto gli ultimi sette anni dopo l’incidente. E degli anni precedenti assolutamente niente. Non ricordava i suoi genitori ormai passati a miglior vita. La sua infanzia, la sua adolescenza, come aveva conosciuto Cristina. Aveva ricominciato. Ma è impossibile ricominciare da zero senza avere il ricordo di quello che è stato. Come le ultime briciole di neve sui tetti delle case quando l’incanto lascia il posto al disincanto. E anche dell’incidente non ricordava stranamente più nulla. Solo l’amore per quegli strani suoni gli era rimasto. Come se lì fosse la chiave di tutto. Continuava a pensare. Vedeva solo bianco. Sia che gli occhi fossero chiusi. Sia che fossero aperti. Cominciò a correre sulla neve senza meta. Lo aiutava a ricordare. Anche senza sapere cosa. Prendeva una via.Poi ne imboccava un’altra. E un’altra ancora. Fino a perdersi. Si sentiva rosicchiato e risucchiato da qualcosa sotto la pelle. Si stava consumando a poco a poco. Sentì un urlo in fondo alla strada. Chiuse gli occhi. Tornò indietro tentando di ascoltare il suono che emanava il silenzio in modo da trovare l’origine di quel suono stridulo che aveva squarciato tutta la notte. Era un registratore ambulante. Percepiva ogni sibilo. Ogni fruscio. Ogni carezza di due amanti nel loro rifugio segreto. Ascoltava attentamente i suoi passi sulla neve. Aveva come il presentimento che lì si nascondeva ciò che cercava. Correva. Correva. Correva. Era tornato al punto di partenza. La panchina c’era ancora. L’uomo col frac bianco, invece, ancora non c’era. Forse era già passato a ritirare la “cosa”. Era troppo tardi. Pensò alla minaccia. Vide l’immagine di sua moglie che dormiva beata come un bambino stanco. Non c’era più tempo. Ma forse ce n’era abbastanza per poterla salvare. Anche a costo di farlo sull’ultimo capo del filo. Raggiunse la sua casa come un fulmine inaspettato. Era scalzo, davanti allo zerbino. Da quanto tempo lo era? E perché non se n’era accorto fino ad allora Improvvisamente sentì un coccio di vetro conficcarsi nella pianta del piede destro e con la sua puntura gli attraversò l’anima. La porta si aprì. Una luce livida si accese nella stanza d’ingresso. Vide sua moglie e l’uomo col frac bianco in piedi di fronte a lui tenere per mano una bambina vestita di nero che guardava in basso, sul punto di piangere. Nemmeno in quell’istante che lo rivide ricordò. No. Non ricordò. Che un giorno per caso aveva sentito dietro di sé l’amato scricchiolio di vetri di bottiglia che si frantumano in mille pezzi quando vengono calpestati e si era girato. E aveva visto la bambina che lo aveva generato, quel maledetto suono. E gli si era avvicinato. Lo aveva convinto ad andare al Luna Park con lui. E lì ne aveva abusato fino ad ucciderla.  Fino a zittirlo per sempre. No. Non ricordò. Che la stessa notte aveva confessato tutto a sua moglie dopo essersi scolato quattro bottiglie di whisky. Non ricordò. La porta si chiuse alle sue spalle. In quel preciso momento il Conto avanzò verso di lui. E rideva. Rideva fino a strapparsi le budella di dosso.

Lorenzo Pataro

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