Il Conto

Antonio aprì gli occhi. Era notte fonda. Non riusciva a dormire. Sua moglie sognava beata come un bambino stanco. Si infilò le pantofole e cominciò a brancolare nel buio. Sentiva un richiamo. Una voce. E un urlo sempre più forte che si faceva spazio nel silenzio. Poi un’armonia appena distinguibile tra il rumore frastornante di passi contro passi. Scarpe che battono contro pavimenti di… Chiuse gli occhi. Si tappò le orecchie. Corse in cucina. Strappò un pezzo di carta e la ascoltò. Come aveva sempre amato fare. La avvicinò ad un orecchio. Poi la strappò in pezzi sempre più piccoli. Sentiva solo il suono eccitante dei frammenti che si sgretolavano e cadevano a terra senza far rumore. Aveva sempre amato i suoni che emanano le cose quando si frantumano e si spargono a terra in mille pezzi. Gli aveva sempre mandato di volta il cervello peggio di una droga. O del sapore del brandy sulle labbra che rimane dopo l’ebrezza di una notte fuori casa. Ad un certo punto sentì un sussurro sempre più fitto. Come di fragili brandelli di stoffa che piovono dal cielo e si posano a terra senza posa. Guardò la porta di casa. Sembrava volersi aprire. Afferrò il suo giaccone grigio ed uscì. Un alito di gelo gli fece stringere un pugno come a volersi spaccare. Nevicava fitto fitto. Così. Senza nessuna previsione. Si morse le labbra credendo di sognare. Erano gelide. E vere, soprattutto. Era sveglio. A passi lenti si incamminò nel nulla. Sentiva il solito richiamo. Stavolta muto. Perché era nello stomaco. Poi nei timpani. Nei polmoni. Nella gola. Fece appena trecento metri in un’ora. Si fermava ad ascoltare con ferocia ogni singolo passo sulla neve generare quel suono soffice e tagliente per la sua pelle. Come un flash improvviso vide un uomo seduto su una panchina, in disparte. Guardava i fiocchi cadere ad uno ad uno e la sua testa era tutta immersa in quel turbinio così paziente. Le sue labbra sussurravano parole in una lingua fatta di suoni incomprensibili, come l’unione di più rumori a formare un’unica melodia. Era vestito con un frac bianco e una rosa nera all’occhiello. Si confondeva con la neve e risplendeva nella notte. Antonio si avvicinò. Era ipnotizzato. Ad ogni suono pronunciato le sue gambe avanzavano di qualche metro. Era sempre più vicino. L’uomo cominciò a parlare.

– Sapevo che saresti venuto. Dovevo saperlo fin da subito che cosa occorreva per attirarti a me. Ci sono voluti sette anni ma ne è valsa la pena.

– Tu chi sei? Che cosa vuoi da me? Come mi hai fatto arrivare fin qui senza che lo volessi? – rispose lui come ridestato dall’incanto.

– Io non ho fatto niente. Sei tu che sei caduto nella tua stessa trappola.

– Quale trappola? Che cosa stai dicendo? Lasciami andare!

I suoi piedi erano ancorati a terra.

– Hai un’ora di tempo – riprese l’uomo col frac bianco – Sai cosa devi fare. Se non tornerai qui con ciò che voglio, la tua casa e tutto quello che contiene, compresa tua moglie, si dissolveranno nel sole come la polvere bianca di questa bufera.

Quindi si alzò e scomparve correndo lentamente tra la neve che cadeva. Più fitta che mai. Antonio era impallidito. Non capiva. Che cosa aveva voluto dire? Chi era quell’uomo che lo aveva condotto fin lì con quegli strani sussurri per lui non nuovi? Ora che ci pensava, non assomigliavano forse ai suoni che amava ascoltare per uscire fuori di sé? Ma come aveva fatto a controllare i suoi passi? Restava lì. I secondi passavano così come i fiocchi di neve continuavano a cadere senza sosta. E coprivano la città spenta. Coprivano gli odori, i colori, le cose fragili che quando si frantumano si fanno in mille pezzi ed emettono rumori penetranti. Antonio continuava a pensare. Della sua vita ricordava soltanto gli ultimi sette anni dopo l’incidente. E degli anni precedenti assolutamente niente. Non ricordava i suoi genitori ormai passati a miglior vita. La sua infanzia, la sua adolescenza, come aveva conosciuto Cristina. Aveva ricominciato. Ma è impossibile ricominciare da zero senza avere il ricordo di quello che è stato. Come le ultime briciole di neve sui tetti delle case quando l’incanto lascia il posto al disincanto. E anche dell’incidente non ricordava stranamente più nulla. Solo l’amore per quegli strani suoni gli era rimasto. Come se lì fosse la chiave di tutto. Continuava a pensare. Vedeva solo bianco. Sia che gli occhi fossero chiusi. Sia che fossero aperti. Cominciò a correre sulla neve senza meta. Lo aiutava a ricordare. Anche senza sapere cosa. Prendeva una via.Poi ne imboccava un’altra. E un’altra ancora. Fino a perdersi. Si sentiva rosicchiato e risucchiato da qualcosa sotto la pelle. Si stava consumando a poco a poco. Sentì un urlo in fondo alla strada. Chiuse gli occhi. Tornò indietro tentando di ascoltare il suono che emanava il silenzio in modo da trovare l’origine di quel suono stridulo che aveva squarciato tutta la notte. Era un registratore ambulante. Percepiva ogni sibilo. Ogni fruscio. Ogni carezza di due amanti nel loro rifugio segreto. Ascoltava attentamente i suoi passi sulla neve. Aveva come il presentimento che lì si nascondeva ciò che cercava. Correva. Correva. Correva. Era tornato al punto di partenza. La panchina c’era ancora. L’uomo col frac bianco, invece, ancora non c’era. Forse era già passato a ritirare la “cosa”. Era troppo tardi. Pensò alla minaccia. Vide l’immagine di sua moglie che dormiva beata come un bambino stanco. Non c’era più tempo. Ma forse ce n’era abbastanza per poterla salvare. Anche a costo di farlo sull’ultimo capo del filo. Raggiunse la sua casa come un fulmine inaspettato. Era scalzo, davanti allo zerbino. Da quanto tempo lo era? E perché non se n’era accorto fino ad allora Improvvisamente sentì un coccio di vetro conficcarsi nella pianta del piede destro e con la sua puntura gli attraversò l’anima. La porta si aprì. Una luce livida si accese nella stanza d’ingresso. Vide sua moglie e l’uomo col frac bianco in piedi di fronte a lui tenere per mano una bambina vestita di nero che guardava in basso, sul punto di piangere. Nemmeno in quell’istante che lo rivide ricordò. No. Non ricordò. Che un giorno per caso aveva sentito dietro di sé l’amato scricchiolio di vetri di bottiglia che si frantumano in mille pezzi quando vengono calpestati e si era girato. E aveva visto la bambina che lo aveva generato, quel maledetto suono. E gli si era avvicinato. Lo aveva convinto ad andare al Luna Park con lui. E lì ne aveva abusato fino ad ucciderla.  Fino a zittirlo per sempre. No. Non ricordò. Che la stessa notte aveva confessato tutto a sua moglie dopo essersi scolato quattro bottiglie di whisky. Non ricordò. La porta si chiuse alle sue spalle. In quel preciso momento il Conto avanzò verso di lui. E rideva. Rideva fino a strapparsi le budella di dosso.

Lorenzo Pataro

Contatti:

Facebook: https://www.facebook.com/lorenzo.pataro

Instagram : https://www.instagram.com/lorenzopataro/

Instagram: https://www.instagram.com/ribellione_poetica/

“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: Democensocrazia

Sanità e Istruzione pubbliche per futuri milionari.

Non c’è nulla di più democratico e paritario del denaro stesso.

Da piccolo mi ripetevano che i soldi nella vita non sono tutto. Penso fosse una di quelle frottole come la storia di Babbo Natale, della Befana o del ‘viviamo in uno stato democratico’. Una di quelle cose che dici ai bambini per farli stare sereni e regalare loro un pochetto di felicità. Il problema nasce quando scopri la verità e sei costretto a cambiare la tua scala di valori: se a Natale desideri qualcosa, vai a comprartelo; se vuoi dei dolci, i supermercati sono aperti dalle 8 alle 20; se esprimi la tua opinione, ti accorgi che non vale un cazzo esattamente come quella di tutti gli altri, (che è sì democrazia ma non proprio quella che mi aspettavo) a meno che tu non abbia abbastanza mezzi per farla risuonare ai quattro angoli dell’Italia. I soldi sono il vero motore del mondo, alla faccia della nonna che ti da 5 euro di mancia dicendoti di non spenderli tutti in una volta.

Alcuni sostengono che negli ultimi anni, più o meno dalla caduta della polis ateniese nel 322 a.C. a oggi, il concetto di democrazia si sia svuotato per essere rimpiazzato da una costituzione demo-censo-cratica della società, soprattutto nei recenti due secoli: non importa di che colore sei o da dove vieni, se hai il grano hai il diritto di valere come tutti gli altri. Tanti saluti al buon vecchio concetto di razzismo.

Fortunatamente viviamo in Italia, fiore all’occhiello di quella cultura classica degli albori dove i giusti regnavano e i malvagi erano esiliati. La nostra sanità pubblica ne è la dimostrazione più pratica: un diritto per tutti. Più o meno. Cioè, se stai male e puoi pagare il ticket di 50 euro per fare esami allora scopri di essere malato, altrimenti vedrai che le emorragie di sangue dagli occhi sono colpa del caldo, è la stagione. Se devi essere operato per un trapianto di rene non ci sono problemi, devi solo resistere dagli otto ai sedici mesi, giusto il tempo di avere disponibili sala operatoria e chirurgo. Nel caso avessi fretta e ti scappasse di morire prima, ci sono sempre le cliniche private. Del resto sono tutte cose che capitano quando fai tagli sul settore: c’è un unico medico per centinaia di pazienti, un terzo dei reparti sono chiusi per derattizzazione e il modello più aggiornato di ventilatore polmonare è un gigantesco mantice azionato da due schiavi nubiani prestati da Seti I. Altro punto di forza che rende l’Italia un vero stato democratico e paritario è il diritto all’ istruzione pubblica. L’educazione è il primo mezzo per sconfiggere l’ignoranza e concedere ai nostri figli opportunità di riuscita nel mondo reale. Classi di 30/40 alunni favoriscono la socializzazione, poi chi se ne frega se quel poveraccio dell’insegnante si ricorda la metà dei nomi e non riesce a seguire tutti come dovrebbe. Chi se ne frega se, nella cartina europea più aggiornata, la parte nord orientale del continente è ancora indicata come Regno di Prussia e se l’ora d’informatica si fa su sistemi operativi in DOS. La scuola pubblica è un bene primario e gli investimenti non mancano, anzi, se ne fanno così tanti che lo stato può permettersi di finanziare anche le strutture private: per avere un’istruzione di qualità non si devono per forza pagare rette astronomiche.

Oggigiorno si combatte per due spicci, figuriamoci quando questi sono 36 miliardi di euro. Al governo si dibatte se accettare il Mes o se rifiutarlo, se la norma sul taglio dei vitalizi sia retroattiva o meno, quasi ignorando la crisi economica dietro l’angolo e fingendo di non sentire la puzza dello tsunami di merda in arrivo. Se le aziende non producono, chiudono. Se chiudono, la gente perde il lavoro. Se perdi il lavoro, non fai la spesa e non paghi l’affitto. Se non fai la spesa e non paghi l’affitto, non hai il denaro per farti curare e mandare a scuola i tuoi figli. Ma siamo fortunati almeno, del resto i soldi non sono tutto nella vita.

Il fiato del drago

La terra aveva tremato di nuovo. Quella volta era successo durante la notte. Tutto era iniziato con un vento che ringhiava al di fuori delle imposte chiuse, come un animale famelico. La casa tremava tutta; sembrava di essere al centro di un tornado. La bambina era sdraiata nel suo lettino dalla trapunta con i disegni delle principesse Disney; non riusciva a dormire. Nella sua immaginazione, quello non era il vento, ma il mostro del sonno che voleva rapirla. Stringeva a sé l’orsacchiotto di peluche con il papillon rosso, che le sussurrava di stare tranquilla, che lui l’avrebbe protetta dall’uomo nero. La stanza era avvolta nel buio come un mantello nero; la lucina da notte era fulminata e l’unica fonte di luce era la spia verde della lampada d’emergenza che proiettava ombre inquietanti sul muro, nonostante fosse flebile. Gli occhi della bambina erano spalancati e le orecchie tese a captare qualsiasi rumore al di fuori del vento che ringhiava. Il suo respiro era alquanto affannoso e sentiva le guance bagnarsi dalle sue lacrime di paura, mentre stringeva il peluche talmente forte da non farlo respirare. Stava assorbendo le sue lacrime, come faceva sempre: era un amico fedele lui. Sentì improvvisamente qualcosa che sbatteva violentemente fuori; la bambina scattò in piedi. «Che cos’era, Fred?» sussurrò al peluche. La bambina scostò le coperte e appoggiò i piedi nudi sul cotto freddo, rabbrividendo. Abbracciò Fred, come se fosse il suo scudo e si avvicinò al balcone: era da lì che aveva sentito il rumore. Deglutì; sentiva la gola secca. Aveva sempre avuto paura dei tornado. Aprì il balcone, avvertendo immediatamente il freddo vento che la schiaffeggiava. Abbassò anche le imposte, quanto bastava per permetterle di vedere fuori: era meglio se non lo avesse fatto. C’era davvero un tornado: vedeva buste di plastica volare da sole come fantasmi; le fronde degli alberi scosse a tal punto che potevano essere strappate dalla terra; i pali dell’elettricità che danzavano, rilasciando un suono come di uno sciame d’api. Ed ecco che accadde tutto in un attimo. La bambina non capiva cosa stesse succedendo. Sentì una strana vibrazione con i piedi nudi sul pavimento; istintivamente alzò lo sguardo sul soffitto e vide gli striscioni di carta velina appesi al lampadario muoversi da soli. E la vibrazione si intensificò, fino a fare cadere in ginocchio la bambina che iniziò a urlare e a chiamare la mamma. Non c’era bisogno delle sue grida: i suoi genitori si erano già svegliati in preda al panico e la prima stanza in cui si erano precipitati era quella della figlia. La madre aveva il volto contratto in una smorfia di dolore, sembrava essere stato deformato dalla plastilina; il suo papà urlava alla moglie di prendere la bambina e di uscire immediatamente. La bambina piangeva in preda al panico: prima l’uomo nero, poi il tornado e ora la terra tremava. Che succedeva? La madre l’afferrò e si precipitò lungo le scale, chiamando i vicini già in allerta. La bambina cercava di tenere stretto Fred, che non voleva perdere per nulla al mondo. Scendere le scale con una bambina di otto anni in braccio non era cosa facile, aggiungendo anche il fatto che le scosse ne destabilizzavano l’equilibrio fisico e mentale. La bambina, dalla spalla della madre, vedeva altre persone precipitarsi lungo le scale con vestaglie e pigiami, mentre sopra il boato delle scosse di terremoto distruggeva il palazzo. Sembrava che un enorme drago stesse camminando su di loro, sgretolando quella scatola di cemento come se fosse stato un grissino. Ma il drago fu più veloce di loro. Nella confusione, Fred cadde e la bambina urlava e si dimenava per tornare a riprenderlo, rendendo tutto ancora più difficile. Nessuna delle persone dietro di lei si chinò a raccoglierlo e a ridarglielo, tutti volevano scappare perché era questione di secondi se volevano salvarsi. In giro si sarebbero trovati milioni di orsacchiotti, ma la vita era una. Il drago fu più veloce e mattone dopo mattone sgretolò quel grissino di cemento, imprigionando tutti. La mattina dopo, quando i vigili del fuoco giunsero sul posto per cercare persone sotto le macerie, con grande rammarico trovarono solo un orsacchiotto con un papillon rosso, sporco di polvere, con lo spettro della casa distrutta dal drago attorno ad esso.

Alessia Di Palma

Contatti:

https://www.facebook.com/Langolo-di-Alessia-2266109176971592/

“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento – Rivolte

Il diritto di essere razzisti

Mentre il mondo brucia per opporsi alle discriminazioni, in Italia c’è chi fa di esse la sua bandiera.

Il fuoco della rivolta sta avvolgendo il mondo. Dopo i mesi di lockdown la miccia della bomba sociale è esplosa e la gente non esce più per alcolizzarsi, comprare sostanze o andare a mignotte come tradizione vuole. In tutto il mondo sollevamenti popolari, manifestazioni e movimenti riempiono le strade in cerca di una giustizia troppo al lungo dimenticata.

Negli Stati Uniti, la morte di un afroamericano per mano della brutalità durante un arresto, è stata il detonatore di un gigantesco sollevamento popolare. Come se gli abusi della polizia fossero una novità in America. Voglio dire, così come so che se vivo negli Emirati Arabi non posso esprimere liberamente l’omosessualità (il carcere sarebbe l’ipotesi migliore), se vivo negli USA e sono di colore so che non posso fare jogging. O almeno, non posso farlo senza che qualche poliziotto mi fulmini col taser, convinto a prescindere che stia scappando da una qualche scena del crimine. Se ne fa una questione di razzismo ma, guardando i dati, si può vedere benissimo che i detenuti neri sono solo il 60% della popolazione carceraria statunitense: i restanti, quasi la metà, sono bianchi. Poi, che questi bianchi siano per lo più ispanici non vuol dire assolutamente nulla. E’ palese che il razzismo sia stato assunto come motivazione dai manifestanti, guidati dal Partito Democratico, per mettere in cattiva luce l’attuale presidente dell’Unione. Dopo aver cercato di sedare le proteste con l’utilizzo dell’esercito, Trump ha capito che forse sarebbe stato eccessivo: per dei manifestanti disarmati bastavano solo lacrimogeni, manganelli, violenza e una buona fornitura di proiettili di gomma, da sparare in faccia a donne e ragazzi. Del resto finché non ammazzi qualcuno è solo una protesta, non diventa una guerra civile.

Anche l’Italia regala soddisfazioni per quanto riguarda le manifestazioni antigovernative. Nelle ultime settimane, un provvedimento di sgombero è stato notificato alla sede romana di Casapound, colpevole di occupare abusivamente da 17 anni uno stabile nel centro della capitale. Al momento le operazioni di “sfratto” sono in stallo, poiché la Procura sta valutando la situazione e il camion per il ritiro dell’umido non passa fino a giovedì prossimo. Questo però non ha fermato i fan boy di Benito dallo scendere in piazza lo scorso 6 giugno. Per chiedere pacificamente il rispetto dei loro diritti di discriminare, picchiare e riconquistare l’etiope Abissinia, i neofascisti hanno organizzato cariche contro la polizia, ingaggiato risse coi giornalisti e intonato a gran voce la sigla integrale di Heidi. Il risultato è stata una bolgia di teste luccicanti contrapposta a cordoni di caschi antisommossa: una classica domenica dopo un derby in Coppa Italia. Senza domenica però. E senza derby. E senza Coppa, era più che altro un fascio littorio. Non saprei, ma sono sicuro che il 6 giugno abbia vinto lo sport e quasi tutti si siano divertiti. Parlando sempre di assembramenti fanatici e irrazionali, è cominciata la campagna elettorale di Salvini nel sud Italia. Ognuno ha il diritto di esprimere liberamente le proprie idee, sia chiaro, ma scendere in piazza per acclamare una persona che fino a ieri incolpava i “terroni”, parole dei leghisti, di tutte le sventure italiche, e che avrebbe segato la penisola all’altezza del Po per lasciare affogare i meridionali nel Mediterraneo, è un po’ come fare il tifo per il tizio che si sta scopando tua moglie. Cioè, in linea teorica lo puoi anche fare, ma io due domande me le farei. Domande che, tra parentesi, nemmeno Salvini si pone, soprattutto mentre deponeva i fiori in memoria dell’agente Apicella, morto coraggiosamente nello svolgere il suo dovere, sulla lapide dedicata ad un’altra persona. Il tutto in diretta nazionale. Che Matteo sia un politico attento è fuori discussione.

Per concludere questa carrellata di manifestanti e/o simpatizzanti, tutti rigorosamente all’oscuro delle norme contro gli assembramenti (che tanto il Covid chi se ne frega), vorrei citare i gilet Arancioni, un movimento simile ai più noti gilet Gialli francesi ma che, contrariamente a questi, non ce l’ha fatta. L’idea che quasi mi aveva convinto ad unirmi alla marea umana in catarifrangente arancio (che, ci tengo a sottolineare, non ha nulla a che vedere con i lavoratori ANAS, che si sfondano di sole e asfalto per rendere migliori le nostre autostrade) è la loro certezza che si possa curare il coronavirus con lo Yoga. Lo Yoga. Avevo già estratto il giubbottino dal cruscotto quando, per fortuna, mi sono tornati alla mente gli spot governativi che andavano in TV nei mesi scorsi. A malincuore ho rinunciato a scendere in piazza.

Oggettivamente, l’unico modo per prevenire il diffondersi del virus è affidarsi alla scienza e ai dispositivi sanitari. La sanno bene il “governatore” della Lombardia, Fontana, come anche i suoi parenti. In uno slancio di altruismo, l’azienda della famiglia Fontana ha deciso di donare oltre 500.000 euro tra camici, guanti e mascherine, alla regione: prima incassando, per errore, il pagamento di tale commessa, e poi rimborsando il denaro ottenuto senza la gara d’appalto. Che la restituzione sia avvenuta a qualche ora dalla redazione di un’inchiesta giornalistica in merito, è solo una pura coincidenza.

Vedendo tutto questo ardore nel difendere le idee, nel combattere per i diritti, nel rifiutarsi di sottostare al pensiero unico imposto dall’alto, una domanda mi sorge spontanea da dentro l’anima: ma proprio il cantante degli Jarabe De Palo doveva andarsene?

Enric Marco, maestro della menzogna

L’ex sindacalista spagnolo Enric Marco

La finzione affascina, da sempre, tutti gli strati della società, senza esclusione alcuna. Dai racconti orali alla letteratura, dai film alle serie tv fino al teatro, la menzogna, trasformata in arte, ha permesso nei secoli alle persone di prendersi una pausa dalla difficile realtà quotidiana per lasciarsi trasportare in un mondo parallelo, migliore perché diverso dal proprio. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, è sempre stato ben chiaro dove si fermasse il reale e dove cominciasse l’invenzione, essendo i due mondi, quello vero e quello fittizio, separati nettamente da un foglio di carta, da uno schermo, da un palcoscenico. C’è un uomo però che ha trasformato la propria vita in una sola, grande menzogna, rendendo impossibile distinguervi il vero dal falso, attraverso un’identità costruita ad arte, stabilita a tavolino e poi raccontata al mondo come se fosse reale. Ha fatto all’incirca ciò che fanno i romanzieri, che partono dalla proprie esperienze e da quelle altrui per costruire i soggetti, le vite, le storie; con la differenza che quest’uomo l’ha fatto con se stesso, trasformando con bravura quasi geniale, seppur malvagia ed immorale, la propria persona in un vero e proprio personaggio. Signore e signori, si apra il sipario (perdonatemi l’introduzione da teatro, ma non se ne può davvero fare a meno) sulla vita del più grande bugiardo dei tempi moderni e, forse, della storia: Enric Marco.  

La carriera

Il nome di Enric Marco, nato a Barcellona il 12 aprile del 1921, cominciò a circolare in Spagna all’epoca della Transición, ossia nel periodo che seguì la morte del dittatore Francisco Franco e che sancì il passaggio della nazione iberica da regime autoritario a stato democratico; fu in quegli anni, infatti, che Marco cominciò la scalata al sindacato di stampo anarchico CNT (Confederación Nacional del Trabajo), di cui divenne segretario generale per un anno. A contribuire alla sua elezione ci furono anche le sue testimonianze riguardo al proprio passato, nelle quali affermava di essere stato un grande avversario del franchismo e di averlo combattuto sin dai tempi della Guerra Civile (1936-1939); tuttavia il suo eccezionale curriculum (verbale, non mai suffragato da prova alcuna) non gli valse la rielezione nel successivo congresso del sindacato, dopo il quale entrò in rotta con la CNT stessa e ne fu per questo espulso. Si dedicò allora alla Federazione di Associazioni di Genitori di Alunni della Catalogna, di cui divenne vicepresidente nel 1998. Durante tutti quegli anni di militanze sindacali i colleghi affermarono di sapere poco o nulla sul suo passato, e in particolare sulla sua presunta deportazione nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg, della quale cominciò a parlare solo sul finire degli anni Settanta.

Enric Marco con un’antica bandiera della Repubblica Spagnola,
commemorativa delle vittime iberiche sterminate nel campo di Mauthausen

Le testimonianze di ex deportato

Risalgono a quei tempi, infatti, le prime conferenze ed interviste tenute da Enric Marco in merito alla propria esperienza di deportato nei Lager nazisti. Stando ai suoi racconti, dopo aver appunto lottato contro Franco ed essere stato costretto all’esilio dalla sua ascesa al potere si sarebbe recato in Francia per unirsi alla resistenza anti tedesca nel paese; sarebbe però stato intercettato e catturato dalla Gestapo che, dopo interrogatori e torture indicibili, l’avrebbe spedito nel campo di concentramento di Flossenbürg, dal quale sarebbe uscito solo con la fine della guerra; da lì sarebbe poi tornato clandestinamente nella sua terra natale per riprendere la lotta contro la dittatura franchista. Grazie ai suoi racconti estremamente patetici, alla sua capacità di parlare in pubblico, e anche alla sua ambizione, dopo essere entrato nel 2000 a far parte dell’associazione Amical Mauthausen, che riuniva i sopravvissuti spagnoli ai Lager nazisti, Marco ne divenne presto segretario e presidente. Curiosamente, aveva fatto il suo ingresso nell’ organizzazione a più di trentotto anni dalla sua fondazione, quando molti dei sopravvissuti erano ormai morti; in ogni caso, grazie alla carica aveva potuto tenere nel 2005 un commovente discorso di fronte al Congresso Nazionale Spagnolo, causando anche le lacrime di alcuni deputati. Lo stesso anno, poi, in occasione dei sessant’ anni della liberazione di Mauthausen, avrebbe dovuto tenere un discorso proprio nel campo di concentramento austriaco in qualità di rappresentante di tutte le vittime spagnole, di fronte, tra gli altri, all’allora Primo Ministro iberico Zapatero; per prendere parte all’evento Marco si era già recato in Austria con in tasca il discorso che avrebbe dovuto pronunciare, ma aveva deciso all’improvviso di ritornare precipitosamente in patria. La verità su di lui era infatti venuta a galla.   

Per la sua opera di divulgatore e di testimone Marco aveva anche ottenuto la Creu de Sant Jordi, la massima onorificenza della Catalogna

La scoperta della menzogna

Le persone che si erano fatte abbindolare dall’arte oratoria e dalla recitazione di Marco erano innumerevoli e comprendevano persino i veri deportati, che non avevano mai intravisto alcuna incongruenza nelle sue testimonianze; tuttavia, l’ex sindacalista catalano non aveva fatto i conti con lo storico Benito Bermejo. Questi, dotato di un fiuto considerevole, nonché di una grande meticolosità nel suo lavoro, dopo alcuni incontri con l’uomo aveva avvertito una certa puzza di bruciato; si era allora messo alla ricerca di prove in merito alla deportazione di Marco, ed era così giunto ad una scoperta inquietante. Non solo il nome del presidente dell’associazione Amical Mauthausen non risultava negli archivi di nessun campo di concentramento, tanto meno in quelli di Flossenbürg, ma la vicenda era stata l’esatto contrario di quella che aveva raccontato: piuttosto che combattere contro il nazismo, infatti, l’aveva sostenuto, e aveva fatto parte del nutrito gruppo di lavoratori volontari mandati da Franco a Hitler nel 1941 per ringraziarlo del sostegno durante la Guerra Civile. Marco era poi sì stato arrestato dalla Gestapo, ma per violazione della censura, ed era stato sì prigioniero, ma per pochissimo tempo e soprattutto senza passare mai per un campo di concentramento. Tornato in Spagna, poi, lungi dal lottare contro la dittatura, aveva fatto perdere le sue tracce, per poter poi cominciare la scalata alla CNT senza il peso del suo passato.

Lo storico Benito Bermejo

Bermejo, dopo esser giunto alle sue conclusioni, dimostrò grande intelligenza e non sfruttò la scoperta per farsi pubblicità, ma operò in maniera estremamente corretta, informando la direzione dell’Amical Mauthausen prima della stampa; quest’accortezza permise all’associazione di evitare la brutta figura di aver mandato a parlare in Austria un impostore e di salvare, quantomeno in parte, la faccia, sostituendo il finto sopravvissuto con uno vero. Marco, dal canto suo, una volta tornato in Catalogna ammise candidamente di essersi inventato la propria deportazione e di aver basato i suoi discorsi e le sue conferenze sui racconti sentiti da altre persone. Dopo uno smacco del genere chiunque si sarebbe aspettato il ritiro a vita privata dell’uomo, che all’epoca dei fatti, nel 2005, aveva ormai ottantaquattro anni; a dimostrazione però di una personalità estremamente complessa, Marco continuò ad apparire in televisione e sui giornali, affermando di non pentirsi di ciò che aveva fatto. A suo dire, avrebbe agito in maniera totalmente disinteressata, e avrebbe mentito solamente per rendere la sua campagna d’informazione sull’orrore nazista più convincente:

«Tutto quello che racconto l’ho vissuto, anche se in un altro luogo (il carcere della Gestapo, ndr); solo ho cambiato posto, per far conoscere meglio il dolore delle vittime».

Un artista dell’impostura

Lasciando per un momento da parte la ripugnanza che genera la condotta di Enric Marco, è indubbio che dietro alle sue bugie si trovi un autentico genio, malvagio, certo, ma pur sempre un genio. Uno spirito comune non sarebbe mai stato in grado di fare quello che ha fatto, una vera e propria impresa che richiede uno sforzo abnorme di memoria e di immaginazione: egli, come scrive Mario Vargas Llosa in un suo articolo del 2005 (lo scrittore peruviano è colui che più di tutti ha saputo cogliere le profonde sfumature del personaggio), era riuscito a «svuotarsi di se stesso e reincarnarsi nel fantasma che s’era fabbricato», ed aveva così potuto ingannare non solo la moglie e le figlie, che non ne sapevano nulla, ma gli stessi deportati, coloro i quali avevano vissuto sulla propria pelle la vita nei Lager e che erano stati talmente convinti da lui da eleggerlo loro rappresentante. Se pure i sopravvissuti avevano trovato convincente la sua storia, bisogna ammettere che Marco doveva aver fatto per forza un lavoro superbo, immane, anche se, lo sottolineo ancora una volta, orrendo ed immorale. L’unico con cui non aveva fatto i conti era il sagace Bermejo, e se non fosse stato per il suo fiuto chissà per quanti anni ancora avrebbe proseguito con la sua farsa.

Il Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa,
che non ha mai nascosto la sua curiosità per il personaggio di Enric Marco

Il fascino dell’impostore

È certo che un personaggio come quello di Marco non può che affascinare. Partendo da alcuni fatti reali, come l’arresto da parte della Gestapo, ci ha ricamato sopra un mondo di fantasia, ingigantendo i fatti, le sofferenze, le immagini, trasportando se stesso dove non era stato e facendo compiere al proprio personaggio, perché d’un vero e proprio personaggio si tratta, azioni che il vero Enric non si sarebbe mai sognato di compiere. Ha realizzato il sogno in cui tutti noi inconsciamente c’immergiamo quando incominciamo un romanzo, un film, un videogioco: essere altro da noi (Je est un autre, per dirla alla Rimbaud), allontanarsi dalla propria vita per viverne un’altra, più intensa, differente. Nel farlo, Marco si è appropriato del diritto dei sopravvissuti ai campi di concentramento di essere compatiti, senza però aver sperimentato le medesime sofferenze, senza essere stato condannato, come loro, a ricordare quei terribili momenti nelle notti più buie; ha rubato loro il diritto di commuovere e di far tremare le coscienze, senza però pagare lo stesso, terribile prezzo.

A rendere il suo caso ancora più curioso (e farne forse un caso clinico per uno studio psichiatrico) è lo scopo per cui ha deciso di mentire, poiché il sindacalista catalano, al contrario di alcuni politici, venditori, banchieri e mille altre figure del mondo moderno, non ha mai mentito per un proprio tornaconto economico: tutto ciò che l’aveva spinto verso un’impostura tanto grave era un’ansia d’attenzione, la stessa che forse l’aveva portato prima alla segreteria della CNT e poi al protagonismo nelle associazioni di genitori di studenti. Per usare ancora una volta parole di Mario Vargas Llosa, Marco è un «narcisista bramoso di pubblicità, avido “mediopata”, ossessionato dall’essere sempre in copertina»; non è però un accumulatore di ricchezze senza scrupoli, come invece ci si aspetterebbe da un personaggio capace di atti del genere. A confermare questa visione di uomo ansioso di trovarsi al centro delle cronache c’è un ultimo dettaglio: Marco si è prestato volentieri a molte ore di intervista con lo scrittore Javier Cercas per permettergli di scrivere il romanzo “L’impostore”, nonostante questi gli avesse messo bene in chiaro fin da subito che si sarebbe trattato di una vera e propria denuncia, che avrebbe portato alla luce tutti i suoi inganni e tutta la sua malvagità; insomma, quale psicopatico aiuterebbe mai qualcuno in un lavoro del genere nei propri confronti?

Lo scrittore Javier Cercas

Pure nel libro di Cercas, tuttavia, Enric Marco finisce per essere il vero (anti)eroe del romanzo, ancor più dell’onesto Bermejo e del meticoloso Cercas, per quel fascino senza tempo del malvagio, del corrotto, dell’impostore. E al di là della morale, che porta inevitabilmente a schierarsi in maniera netta contro di lui, non si può fare a meno di sottolineare, ancora una volta, la grandezza del suo ingegno, capace di ingannare gli iningannabili e di costruirsi una vita in cui è ormai diventato impossibile distinguere la verità dalla menzogna, la realtà dalla finzione, il fatto dal… romanzo.  

«Ho cambiato ambientazione, ma anche io sono un sopravvissuto. Come osano dire che non sono uno di loro solo perché non sono stato in un campo di concentramento?»

Washoe

N.d.r. L’articolo è ripreso dalla pagina culturale Aquile Solitarie e può considerarsi un ‘Guest Post’. Ha inizio quindi, proprio a partire da questo mese, uno scambio culturale tra la redazione de Labirinto-Magico e quella delle ‘Aquile Solitarie’.

Tratto da: https://aquilesolitarie.altervista.org/enric-marco-maestro-della-menzogna/

Lucas Leon

Delle volte, passeggiando nel Labirinto della nostra esistenza, riusciamo, attraverso l’arte, ad uscire dal mondo reale esteriore per fare spazio al nostro mondo ideale. Ciò, in modo particolare, accade nel caso dell’artista cileno Lucas Leon, autore di una serie di affascinanti illustrazioni digitali. Leon, durante il processo creativo, indossando le vesti di artista-sciamano, esce fuori dal suo ‘io’ corporeo per proiettarsi in nuovi fantastici, psichedelici e surrealisti universi. La creatività – particolarmente sviluppata nell’artista -sembra esplodere tra le sue mani e fissarsi nei fogli digitali con immagini a colore o in bianco e nero particolarmente suggestive.  

English version:

Sometimes, walking in the Labyrinth of our existence, we manage, through art, to get out of the external real world to make room for our ideal world. This, in particular, happens in the case of the Chilean artist, Lucas Leon, author of a series of fascinating digital illustrations. During the creative process, wearing the clothes of artist-shaman, he comes out of his personal body to project himself into new fantastic, psychedelic and surrealist universes. Creativity – particularly developed in the artist – seems to explode in his hands and become fixed in digital sheets with particularly suggestive color or black and white images.

@Lucas Leon

Contatti:

Instagram: https://www.instagram.com/lucasleonart/

Le vignette di Alagon

Oggi, per la rubrica Colpi di satira, la matita affilata di Alagon [alias Virginia Cabras] che, attraverso le sue vignette – ci racconta questo pazzo, ma davvero pazzo, mondo contemporaneo…

[No spoiler 😀 – Buona visione..]

@Alagon

Instagram: https://www.instagram.com/alagooon/

Facebook: https://www.facebook.com/alagooon/

Official site: https://sputnink.altervista.org/

Yoo e Mi

Yoo e Mi, fumetto ironico e autobiografico, nasce dalla matita di Mirko Pomatti e si ispira alle tumultuose e divertenti avventure di due bizzarri personaggi – per l’appunto Yoo e Mi – e sono ambientate in Finlandia, Corea ed Italia.


Adventure in Helsinki

Mi, durante una passeggiata tra le strade di Helsinki, si imbatte in un uomo che, in finlandese, gli rivolge l’indecifrabile espressione ‘Hei Anteeksi!’


@Mirko Pomatti

Contatti:

Official site: https://mirkopomatti.wixsite.com/yooemi

Instagram: https://www.instagram.com/yoo_e_mi/

“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: Aperitivi di potere

La politica degli aperitivi, delle poltrone e dei processi.

In un’Italia in declino ci si può divertire ancora, proprio come se fossimo nel 2019.

Finalmente un ritorno alla vita quotidiana. Finalmente fuori di casa. Finalmente la libertà di parlare con la gente di persona. Oddio, non che questa sia una cosa sempre positiva. Dopo più di tre mesi ho rivisto il mio dirimpettaio settantenne e gli ho chiesto come andava. È stato un errore da principiante: nel giro di mezz’ora ho ottenuto un ripassone della seconda guerra mondiale, una laurea in farmacologia del sistema cardio-circolatorio e la cittadinanza onoraria dalla repubblica di Salò per essermi slogato il collo annuendo a un sacco di commenti cripto fascisti.

Sono passate ormai due settimane dalla fatidica “riapertura” e possiamo in modo molto oggettivo tirare le somme. Gli italiani si stanno comportando bene a quanto pare, hanno fatto ricorso a tutto il loro senso civico e la politica plaude ai cittadini diligenti. I bar sono di nuovo aperti, dalla TV del mio locale preferito i sindaci minacciano nuove misure restrittive ma si capisce poco, il posto è pieno di gente e io dopo il quarto Campari fatico a connettere. Intanto a due passi da me – si proprio lì in basso – un bel gruppetto di ragazzi se le dà di santa ragione mentre, alzando lo sguardo al cielo, le frecce tricolore illuminano la piazza gremita di gente felice e sorridente.

Nuova idea del governo poi, proprio perché l’impiego dei dispositivi sanitari e il distanziamento sociale sono entrati nell’uso comune, è quella di arruolare 60.000 “assistenti civici” da coordinare sul territorio nazionale. Queste persone, assoldate tra i disoccupati e i percettori del Reddito di Cittadinanza, sarebbero state investite dell’autorità di far rispettare le norme anti-Covid in giro per il  Mondo Libero. Non so se avrebbero dato loro anche un tesserino di riconoscimento o semplicemente una camicia nera stile “vecchio ventennio”, è certo però che unire individui in borghese con velleità da sceriffo a ragazzi mezzi ubriachi nei locali della movida, avrebbe portato alla rapida nascita di associazioni per la non violenza e i diritti civili. Qualcuno a Roma se n’è accorto e inspiegabilmente si sta valutando di ritirare questa proposta illuminata.

La politica ritorna anche ad occuparsi di se stessa, esattamente come farebbe una cinquantenne rimasta per tre mesi senza estetista. A sinistra (o presunta tale) il governo ha schivato dall’ennesima crisi. Il ministro Bonafede, per le accuse di collusione, è stato salvato dalla votazione dei suoi colleghi, fedeli e solidali come ItaliaViva, che avevano minacciato di far saltare l’esecutivo se alcune loro richieste non fossero state ascoltate da Conte. Fortunatamente, dopo una dura negoziazione conclusasi dieci minuti prima di esaminare la “questione Bonafede” in aula, il governo ostaggio è stato salvato, il ministro ne è uscito incolume e i renziani volano verso il Messico con le valigie piene di favori da riscuotere.

A destra invece, dopo aver sbraitato contro l’inadeguatezza delle misure governative per contenere il Covid, si sta cercando di organizzare una manifestazione di piazza per il 2 Giugno. Con i rischi di contagio attuali, raggruppare migliaia di persone in uno stesso luogo è quasi un’idea geniale. FI e FdI sembrano averlo capito e stanno cercando di prorogare la manifestazione, isolando di fatto la Lega che continua a remare dritta verso martedì prossimo.

Una Lega che rema è anche un Salvini che rema, e questa settimana sembra aver avuto molta fortuna con i porti, soprattutto grazie a impensabili amicizie. Alle due autorizzazioni richieste per sottoporlo a processo, la prima negata dal Senato per la nave Diciotti e la seconda accolta per la Gregoretti, se n’è aggiunta una terza, anch’essa riguardante la questione migranti. Nonostante il Capitano fosse il ritratto della fiducia nella legge, tanto da chiamare Mattarella in persona per lamentarsi della magistratura corrotta e sostenere pubblicamente che volessero incastrarlo, qualche incertezza aleggiava sulla possibilità di essere soggetto ad un nuovo processo. Ancora una volta però ItaliaViva, di ritorno da Tijuana con abbastanza spazio in valigia per nuovi souvenir , è stata l’ago della bilancia. In uno slancio di coerente moralità, i senatori di Renzi si sono astenuti dal voto sul processo Salvini e il via libera è stato negato per solo due voti di scarto. È interessante notare come le preferenze “salvatrici” non siano venute da destra ma da senatori penta stellati. Sarà l’animalesco fascino leghista che fa sospirare le ex fidanzate ancora innamorate e strega le nuove spasimanti, tutte con una gran voglia di tenere aperta la strada dell’amore.

Nuova autorizzazione o meno, il processo per la nave Gregoretti si terrà, la giustizia farà il suo corso e Salvini dovrà spiegare in aula le politiche di “accoglienza” adottate. Personalmente io sto con Matteo: i migranti rimasti imprigionati sulle navi per settimane, in 40 con un cesso solo, si ricorderanno per sempre del Bel Paese e potranno dire di aver goduto della famosa ospitalità italiana. Un fortuna che non capita a tutti. Per fortuna.

Scappo, è ora dell’aperitivo. Stasera in programma c’è una corposa Parigi-DaBar, Spritz in ogni locale del centro e poi cena. Il tutto senza macchina ovviamente, tassativamente in monopattino elettrico.

Omaggio allo studio Ghibli: il lavoro ‘dietro le quinte’ della casa cinematografica

Rovistando in soffitta, nella casa dei genitori della mia compagna Jun, durante la lunga quarantena cinese per il Covid-19, riceviamo una bellissima sorpresa dal passato. Di cosa si tratta? Precisamente di un grosso volume dalla copertina in bianco contrassegnata da un titolo in giapponese che, almeno inizialmente, sembra indicarmi ben poco.

Abbastanza incuriosito decido, su consiglio della stessa Jun – già a conoscenza del suo contenuto – di aprirlo. Il libro, acquistato da lei diversi anni prima a Pechino, comprende una preziosa raccolta fotografica di schizzi e disegni preparativi, frutto del lavoro realizzato dal celebre Studio Ghibli: uno degli studi cinematografici giapponesi, specializzati in animazione, più famosi al mondo. Nato nel 1985, dall’incontro tra Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Takuma Yasuyoshi (nella veste di presidente) e Hara Toru (come direttore amministrativo delegato), lo Studio Ghibli realizza, a partire dal 1986, una serie di capolavori di animazione di altissimo livello che presto diventeranno dei veri e propri ‘cult’ per intere generazioni. Il volume, un bellissimo omaggio al cinema giapponese, raccoglie alcuni tra i film d’animazione e produzioni dello  ripercorrendone la storia attraverso i disegni e gli sketch di capolavori come Laputa – Castle in the sky (‘Laputa – castello nel cielo’); My neighbor Totoro (‘Il mio vicino Totoro’) e moltissimi altri.

(per scoprire l’intera lista dei capolavori che si celano nel volume percorri le slide)

Il volume, che rappresenta uno scorcio in parte inedito per questi capolavori cinematografici, consente al pubblico e a tutti gli amanti della casa di produzione giapponese, di avvicinarsi al lungo, faticoso e invisibile lavoro finalizzato alla realizzazione di una pellicola d’animazione. Attraverso questo materiale perciò possiamo avvicinarci alle prime fasi di studio e lavorazione di un cartone animato e, allo stesso tempo, relazionarci con i grandi maestri della tradizione nipponica quali, ad esempio, Hayao Miyazaki e Isao Takahata che, come ben sappiamo, hanno fatto la storia e la fortuna del cinema d’animazione giapponese ma anche osservare, più da vicino, i disegni realizzati per registi esordienti quali Mochizuki Tomomi e Kondō Yoshifumi che, a partire dai primi anni ‘90, vengono integrati nel team dello Studio Ghibli. Nonostante nel libro vengono riportati esclusivamente schizzi e disegni realizzati a matita e appena colorati a pastello, riusciamo comunque a riconoscere il grandissimo talento di questi ‘pionieri’ dell’animazione nipponica e mondiale che, attraverso la loro creatività passione e impegno, ci hanno consentito di ‘vivere’, entusiasmanti avventure in compagnia di personaggi bizzarri e fantastici.

 (N.d.R.):  1. La produzione di Nausicaa nella valle del vento oggi viene, erroneamente, attribuita allo Studio Ghibli. In realtà la pellicola, uscita nel 1984, è realizzata da Topcraft e distribuita dalla Toei Company. Cfr.  https://it.wikipedia.org/wiki/Nausica%C3%A4_della_Valle_del_vento_(film)

2. Non sono riuscito a risalire, purtroppo, al nome del prezioso volume giapponese dal quale ho estratto i contenuti per via di comprensibili difficoltà di traduzione.

Bibliografia:

M. R. NOVIELLI, Animerama: Storia del cinema di animazione, Marsilio Editore, 2015

Jes

Le vignette di Dario Campagna

Ancora satira nelle vignette di Dario Campagna che, con intelligenza e ironia, riesce a farci ridere e – allo stesso tempo – riflettere.

(No spoiler 😀 – Buona visione!)     

@Dario Campagna

Contatti:

Official site: http://dariocampagna.blogspot.com/

Instagram: https://www.instagram.com/dario.campagna/

Facebook: https://www.facebook.com/dariocampagna84/

Balla

Mi è sempre risultato più facile scrivere che parlare. quando scrivi non hai nessudo davanti, hai tempo per riflettere e l’unica persona che ti può giudicare è appunto quella che sta scrivendo. Che poi le relazioni sociali vanno male per la paura di un giudizio altrui, così piano piano tutti dicono quello che gli altri vogliono sentirsi dire e va a finire che ci puliamo il culo con la merda. «Devi stare zitto, zitto zitto sto ascoltando sta merda di radio e se parli non capisco un cazzo». Stavo ancora pensando a voce alta, mi succedeva spesso nell’ultimo periodo. A sbraitare che stessi zitto era quello schizzato di Giorgio, conosciuto circa 4 anni fa ad una manifestazione non ricordo per cosa. Giorgio era il classico pasticcone di cui avere paura, all’epoca non era cosi. Sempre stato uno spirito introverso, ma non come ora, quella roba gli stava friggendo il cervello ed avevo quasi rinunciato a dirglielo. Eravamo cambiati entrambi, sicuramente molto, Ma lui quasi non si poteva riconoscere, portava un acconciatura particolare, una cresta che ricordava vagamente la testa di un gallo visto il colore rosso. Vestito completamente di nero con pantaloni attillati ed anfibi anch’essi neri…un pankettone in pratica. Stava ascoltando le parole di una canzone ska punk, ma la ricezione era una merda e si sentiva una parola si e due no. Anche a me piaceva quella musica mi piaceva il pogo, lo sfogarsi con altre persone con rabbia e non cattiveria. La gente pensa che il pogo sia una specie di rissa in piasta a tempo, ma non è così c è una sorte di codice almeno da quello che le mie esperienze mi hanno fatto notare, niente pugni ma solo spinte, siamo tutti uno stesso corpo che si muove e salta a ritmo, quindi non ha senso prendersela sul personale con qualcuno e sopratutto se qualcuno cade bisogna rialzarlo, perché i pestoni in faccia fanno male. 3 regole che compongono uno schema anarchico basato sullo sfogo.

Eravamo in una casa che Giorgio aveva trovato non so come e non so da chi.Sapevo solamente che era una topaia, una vera e propria merda, ma poco mi interessava visto che non pagavo e non ero mai stato una persona di grandi esigenze.L’importante era avere un tetto sopra la testa ed una scorta di birre per sopportare le stronzate di Gio, il resto veniva da se.
La canzone che stavano passando era Fall back down dai Rancid :

” She’s not the one coming back for you
She’s not the one coming back for you
If I fall back down, you’re gonna help me back up again
If I fall back down, you’re gonna be my friend”

La canzone perfetta per quella situazione. Gio era già su di giri, aveva il cuore che pompava sangue e le endorfine che si liberavano nel cervello, anche grazie alla musica ma non solo ovviamente. Io mi alzai mi scolai due birre alla russa ed iniziai a ballare, adoravo quel ritmo e le parole cascavano a pennello. La mia ragazza Erika, aveva avuto un occasione di lavoro in Svizzera, all’epoca non era così facile contattare una persona come adesso, facebook non esisteva e io non avevo il telefono. Lei prima di partire mi continuava a ripetere che sarebbe tornata, ma in fondo entrambi sapevama che non era vero, diciamo che era un modo per ” lasciarci bene ”.
Io sfogavo la mia rabbia nell’alcol e nella musica in più ogni tanto scrivevo, ma soprattutto bevevo, iniziando a diventare pure un pelo rotondo.
Facevo abbastanza schifo ma nulla importava perché :

She’s not the one coming back for you
She’s not the one coming back for you
If I fall back down, you’re gonna help me back up again.

Stava funzionando tutto a meraviglia, fino a quando la canzone finii Giorgio quasi non se ne accorse continuando a ballare. Ad una certa partii Dancing queen degli abba, si fermo di colpo mi guardo con quello sguardo terrificante ed inizio a bestemmiare in un raptus isterico. Prese la radio, la scaraventó a terra ed inizio a tirargli calci finché non la distrusse completamente. Ma poco me ne fotteva, in fondo non era mica mia.Mi sedetti su quel divano sudicio, scolai un’altra birra e mi addormentai con quella canzone di merda in testa.

Tyler Vanók

N.d.R: La canzone Fall back down dei Rancid esce nel 2003 e fa parte dell’album Indestructible .. per chi volesse riascoltarla…

Contatti:

Facebook: https://www.facebook.com/Tyler-Van%C3%B3k-418218705388995/

A moment in Istanbul

Le strade di Istanbul, piene di vita, lasciano spazio – durante la diffusione del Covid-19 – ad un silenzio surreale e devastante che ci viene raccontato da Ozan Güzelce, autore del reportage fotografico intitolato A moment in Istanbul. Il fotografo turco, accompagnato dall’ inseparabile macchina fotografica, si muove tra le strade, ormai quasi deserte, dell’incantevole città. Figure solitarie e silenziose (adulti ma anche bambini), occupano ampi spazi divenendo, nella maggior parte dei casi, il soggetto favorito della ricerca di Güzelce. Le architetture marmoree e i bellissimi scorci di Istanbul si connettono quindi con l’essere umano che, con volti apparentemente malinconici, sembra soffrire particolarmente per questa condizione di isolamento. Güzelce, mediante il linguaggio della fotografia,riesce a ritrarre la bellezza regalandoci emozioni indelebili.  

English version:

The streets of Istanbul, full of life, leave space – during the spread of the Corona virus – to a surreal and devastating silence that is told to us by Ozan Güzelce, author of the photographic reportage entitled A moment in Istanbul. The Turkish photographer, accompanied by the inseparable camera, moves through the almost deserted streets of the enchanting city. Lonely and silent figures (adults but also children) move in large spaces becoming, in most cases, the favorite subject of Güzelce‘s research. The marble architecture and the beautiful views of Istanbul therefore connect with people that, with apparently melancholy faces, seems suffer particularly from this condition of isolation. Güzelce, through the language of photography, manages to portray beauty giving us unforgettable emotions .

@Ozan Güzelce

Contatti:

Instagram: https://www.instagram.com/ozanguzelce/

Facebook:

https://www.facebook.com/Ozan-G%C3%9CZELCE-PHOTOGRAPHY-110880622259827/

“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: “Orgoglio Italico”

Silvia Romano: connessioni anche con l’11 Settembre.

Tesi acclamate sostengono che fosse la compagna di uno degli attentatori delle Torri Gemelle.

Sono fiero del mio paese. Tutto si può dire dell’Italia tranne che questo virus non ci abbia cambiato. Le riaperture sono state migliaia e il famoso rigore italico sta facendo il suo dovere. Le strategie per la gestione della crisi sono solo da affinare ma tutto funziona come un orologio svizzero: il Governo vara misure caute e le regioni spingono per riaprire anche i negozi di bomboniere a forma di pene; le aziende non sanno se potranno riprendere a lavorare e aspettano direttive ministeriali fatte alle quattro del mattino, come dopo una serata di birra e Negroni in discoteca, che con preavviso zero impongono sanzioni e misure da adottare un giorno per l’altro; l’accredito della cassa integrazione arriva puntuale e una famiglia su tre è in sofferenza per la mancanza di denaro; il PIL è in caduta libera e l’economia del baratto sta suonando alla porta con un gigantesco “te l’avevo detto” scritto sulla maglietta.

Ci sono però anche notizie positive. Con le misure di contenimento del virus, i lavoratori dei campi, per la maggior parte immigrati senza permesso, non posso più recarsi tranquillamente sul posto di lavoro e la frutta e verdura italiana comincia a scarseggiare nei supermercati. La soluzione di regolarizzare provvisoriamente queste persone, con lo scopo di prevenire la crisi alimentare, è però inaccettabile per molti. Come dargli torto? In primis i pomodori in scatola sono buonissimi, così tanto che sanno di carota misto legno con sfumature di pozzanghera. In secondo luogo, essersi accorti di dipendere dai migranti per una cosa qualsiasi è un attentato all’orgoglio italico: meglio la fame che mangiare qualcosa che hanno toccato degli irregolari, con quelle mani piene di delinquenza, spaccio di droga e virus ebola. Regolarizzare questi invisibili equivarrebbe a favorire gli stranieri a discapito delle attività italiane. Come farebbe il settore “mafia” a sottopagare, schiavizzare e sfruttare queste persone se fossero inquadrate regolarmente?

Sempre a proposito di mafia, il ministro Bonafede è stato accusato di aver organizzato alcune nomine pubbliche sotto pressioni della criminalità organizzata. Dopo anni di trattative segrete Stato-Mafia, gruppi di lobbisti infiltrati negli schieramenti politici e la recente scarcerazione di numerosi esponenti malavitosi, mi riesce difficile credere a queste accuse. Il ministro difatti si è detto “ferito nell’onore” (che neanche Al Pacino nel Padrino) da queste affermazioni, ha rivisto il decreto e dato la responsabilità ai magistrati di valutare i casi e re-incarcerare i boss usciti di prigione. E intanto Poste Italiane sta mettendo a punto sconti ad hoc per la consegna prioritaria di bossoli e lettere minatorie.

Altra nota positiva è stata la scarcerazione di Silvia Romano, attivista internazionale rapita in Kenya nel 2018 da un gruppo di matrice islamica. La ragazza, dopo la prigionia e la conversione alla fede mussulmana, è stata accolta da una parte dei cittadini e dai politici di destra con calore, molto calore, così tanto che qualcuno si sarebbe proposto persino bruciarla. Dopo essersi presa insulti sulla moralità, minacce fisiche, accuse di neo-terrorismo e la colpa per l’undici Settembre, la polizia ha dovuto organizzare pattugliamenti sotto casa sua per garantirne l’incolumità: noi Italiani sì che sappiamo far sentire speciali le persone.

La strada per risalire la china è ancora lunga ma procedendo con ordine, mettendo i temi importanti in primo piano e usando le nostre passioni in maniera produttiva, ce la faremo sicuramente. La stiamo già facendo. Ho fiducia nel mio paese, nella mia Italia. Teniamo duro, insieme non potranno fermarci. Dalla mia casa di Zurigo vi saluto e vi auguro una buona riapertura.

Paolo Ammazzamauro

Xiwang

L’artista – come abbiamo avuto modo di imparare dalla storia dell’arte – spesso ricorre al ritratto così da poter esplorare il suo ‘universo’ interiore e, di conseguenza, relazionarlo con la realtà esteriore. Ciò, in maniera palese, si rivela nei disegni, a matita e tecniche miste, realizzati dall’artista coreana Xiwang. In questi lavori, il corpo, fondendosi con paesaggi surreali, si mimetizza con la natura divenendo parte di essa. L’uomo dunque, proprio attraverso questi disegni, sembra ritornare alla sua dimensione primordiale e incontrare, come in un lontano passato, l’infinito universo.

English version:

The artist – as we have learned from art history – often use the portrait to explore his inner ‘universe’ and, consequently, relate it to the external reality. This, clearly, is revealed in the drawings, in pencil and mixed techniques, made by the Korean artist Xiwang. In these works, the body, connected with surreal landscapes, camouflage itself with nature being a part of it. Therefore, through these drawings, the humans seems to come back to his primordial dimension and meet, as in a long past, the infinite universe.

Contatti:

Instagram: https://www.instagram.com/art_xiwang/

Aimez-vous Brahms?

È un’estate strana, dal passo un po’ sfatto che zoppica verso l’autunno. Il caldo soffocante, umido di agosto è solo un ricordo fra le strade rianimate dal traffico. La città sembra un plastico: pulita, ordinata, con le auto incolonnate, giacche e cravatte in fila per andare al lavoro; studenti agli angoli di strade acciottolate che hanno più anni dei loro trisnonni. Tutti con una destinazione in tasca, un posto verso cui andare. Al mattino, col fiume alle spalle, quasi tutto è dovere.“Green is go, red is no” è l’ultima cosa che il taxista gli dice prima di lasciarlo davanti alla stazione di L’Enfant Plaza. “We have coloured roofs and well manicured parks” sente una voce alle spalle raccontare mentre lui si allontana dall’auto, e con la coda dell’occhio intravede un gruppetto di persone diligentemente al seguito della loro guida. Un giovane, grisaglia elegante, giacca sbottonata, scarpe comode e cuffie nelle orecchie si avvicina e chiede proprio a lui: “Hey y’all got a cigarette?”I don’t smoke”. Dopo averlo fissato, con l’aria un po’ delusa, lo stesso giovane gli chiede ancora: “Where you working?” “Today? at the metro station”. “Wut?!” Quella mattina era uscito dal suo hotel con una semplice maglietta, un paio di jeans, un cappellino in mano, ai piedi un paio di sneakers; a tracolla portava una lunga custodia di colore blu. Prima di entrare a L’Enfant Plaza si guarda alle spalle un’ultima volta. Dentro la stazione ci sono negozi, bar, un chioschetto che vende giornali, una ragazza dall’aria brasiliana che lucida scarpe. Si piazza lì accanto al suo stand. Gli sembra un buon posto. Il suo dirimpettaio è un distributore automatico di biglietti della lotteria, molto frequentato. Dà un’altra occhiata in giro, si mette in disparte dal flusso arrembante di gambe, guarda le facce. Tutti hanno fretta, fretta dentro, anche chi fa la coda per il biglietto. In controtempo, con calma, si piega sulle ginocchia e appoggia con cautela sul pavimento, sopra dei biglietti scartati della lotteria, la custodia blu, come se tutta l’operazione fosse un rito che esige la massima calma, un insieme di gesti lenti fatti per mettere ordine. Mentre la apre, fa scivolare dentro uno di quei biglietti, con lo zodiaco disegnato sopra una ruota della fortuna girata come sempre dalla parte sbagliata. “Today you can buy a violin for 100 dollars that sounds just as good as anything Antonio Stradivari made 300 years ago” commentano due che gli passano accanto come un soffio di vento. Lui impugna il manico afferrandolo con dolcezza, come se dovesse tirare fuori da un sacco di guai un piccolo gatto. Davanti a lui non c’è nessuno e inizia, piano, a suonare la Ciaccona: otto battute ripetute e variate in una progressione ritmica di forme sempre nuove. Le note, lacerate come il suo cuore. Ma la gente passa e ignora quel violinista che si arrampica con le dita sulle corde come un acrobata farebbe in mezzo ai cristalli. E dopo Bach, Schubert e Manuel Ponce e Massenet e ancora Bach. Suona e continua a suonare mentre tutti hanno fretta, come di scappare dal loro destino. Salgono in superficie portati da cascate di scale, nuotano nella corrente della sua musica e scivolano via, sempre più minuscoli, sono ombre indistinguibili verso le porte di vetro. Puntini senza nome. Un paio di anni prima era morto un barbone in quella stazione e non se n’era accorto nessuno, o forse sì ma comunque nessuno si era fermato. I giornali erano usciti con una breve di cronaca e qualche riga era stata scritta sull’indifferenza della gente. È da quarantatré minuti che suona il suo Stradivari davanti alla metro di L’Enfant Plaza come se fosse un musicista di strada qualunque, lui che fino a ieri metteva il frac nei teatri eleganti, la gente pagava per sentirlo suonare e soffocava i colpi di tosse fino a quando il silenzio finale e l’applauso liberano tutti. Qui riceve solo uno sguardo veloce, o al più qualche monetina. Monetine! Il distributore di biglietti della lotteria tintinna il via vai della mattina e della fortuna. È il suo accompagnamento disarmonico. Tra una pausa e l’altra manca il silenzio, è come avere un’orchestra impazzita alle spalle. Non basterebbero dieci maestri a fermarne la cacofonia. A volte qualcuno rallenta il passo, si ferma per una manciata di secondi ad ascoltare le note in crescendo che escono dal violino di quel tizio mai visto prima che si agita sotto un cappellino da baseball. Cintia è tentata di fare un’eccezione: è bravo quel violinista accanto al suo bugigattolo da lucida scarpe, ma è una questione di spazio e soprattutto di principio. “Hey you” gli grida dietro. Lui forse non sente, continua a suonare. Lei si avvicina, esplosiva, scuotendo la testa piena di riccioli. “Hey you. Every damn day I’m here shining shoes and sweeping up. Shall I call the police?” Lui la guarda stupito, col violino in mano, senza dire niente. I suoi occhi blu lapislazzuli. Il tono di Cintia si fa meno duro.  “You are too loud. Don’t let me hear my customers! Move there!” e gli fa segno con la mano di allontanarsi un po’, e poi anche il cenno di un sorriso. Lo vede anche lei che non è il solito musicista di strada. Signori, non gratta via la solita lagna, anche se da queste parti in pochi fanno caso alla musica, ed è per questo che non c’è bisogno di essere bravi. Bastano quattro note, un tentativo di melodia ogni tanto per ricordare a chi è di passaggio che c’è anche la vita, un’anima, il mondo e non solo il lavoro. Oh, Brahms… goodbye my times. Lui continua a suonare, qualche metro più in là, qualcuno si ferma: due monetine, un biglietto da un dollaro. È niente male il sottofondo, è un piacere a buon prezzo per quest’angolo di metro con la gente che corre; fosse magari un ritmo più allegro, un tantino di jazz.  Così una giornata comincia migliore. Dopo un’ora gli saranno passati davanti… mille persone? più o meno il flusso dell’ora di punta. Forse di più. Posa il violino, conta l’incasso: trentadue dollari e diciassette centesimi; tre cents a testa scivolati di tasca, insieme alla fretta, nella custodia del suo Stradivari. Sì, può cavarsela persino senza un agente. Trendadue dollari e diciassette centesimi c’è chi non riesce a metterli insieme in un’intera giornata. Ma lui può cavarsela e adesso è ora di andare. Là dietro le porte c’è il sole che brilla, sembra quasi primavera…  sì, è tempo di andare, a vivere, lasciare il posto al prossimo suonatore… mentre alle spalle continua il via vai, passi su passi, cascate di scale, sguardi diritti, mani aggrappate alle borse, facce senza espressione. Tutti guardano avanti, attenti a dove mettono i piedi, come se non volessero lasciarsi cambiare da niente e nessuno, nemmeno dal mondo; e non si accorgono nemmeno di essere.

Rabolas

Contatti:

Pagina ufficiale: http://www.litteratti.wordpress.com

Le interviste di Mr. Covid. Una piacevole chiacchierata con Giorgia Meloni.

Mr. Covid : oggi abbiamo il piacere di ospitare Giorgia Meloni … Benvenuta Giorgia … 

G. Meloni:  ma brutto figlio de na M******A … che ce fai qua ? Ma come te permetti? Vie qua che te gonfio … io so GIORGIA, so DONNA, so na MADRE, so ITALIANA, so CRISTIANA e questo nun mo levate… eh no è!

Mr. Covid:  ehm … mi scusi signora Meloni .. sono qui nelle vesti di giornalista .. non di virus … non sono contagioso …  se per lei va bene cominciamo … 

G. Meloni: vabbè daje … mi scusi Mr. Covid .…

Mr. Covid: di niente … iniziamo allora .. vorrei farle una prima domanda … ora la situazione italiana sembra essere migliorata … non trova? 

G. Meloni: A me nun me sembra.. la situazione è drammatica..in parlamento fanno ER DECRETO e nun ce se cagheno…noi de Fratelli d’Italia famo L’EMENDAMENTI e nun ce se cagheno…salutamo pe andà a PRANZO e nun ce se cagheno.. fanno sta FASE 2  e nun ce se cagheno …il governo Conte si è mostrato inefficiente e le falle del sistema le avemo viste tutti … …a noi nun ce la possono raccontà..

Mr. Covid: sia più chiara … di che falle sta parlando ? 

G. Meloni: avemo chiuso gli aereoporti ma nun semo riusciti a mette en quarantena sti Cinesi … E poi non me venissero a piglia per c**o… se atteggiano da salvatori de la patria solo perché c’è regalano du robe da mette in ospedale … Ma io e tutti gli italiani nun ce facemo piglia per culo da sti CINESI …  

Mr. Covid: beh ma loro hanno affrontato prima di noi questa emergenza … non pensa che abbiano aiutato abbastanza l’Italia? 

Meloni: Boh … A me pare tutto no show … questi vengono, ce danno du mascherine, e tutti semo felici e contenti … e no eh?! Il virus è CINESE e devono pagà tutto loro … sti INFAMI …  CACCIA STI SORDI XINGINGIN!!

Mr. Covid: va bene .. va bene .. si calmi … andiamo avanti … le statistiche confermano un calo drastico dei numeri di malati da Covid … l’Italia. Nonostante il recente avvio della fase due è ancora ferma … cosa bisognerebbe fare per la ripresa ? 

Meloni: Beh Mr. Covid ce sta un sacco de gente che non c’ha da magnà … operai, negozianti e moltissimi altri italiani nun riescono a comprà er pane … ma lei ci pensa? Una famiglia co 3 figli con 150 euro al mese … come fanno? Conte ha fatto un sacco de promesse … Che dovremo fa? Dovemo Anna a rubà?!! Ma poi, quello che me fa impressione, e che er governo sta a pensà de regolarizzà agli stranieri .. ma che è? Ce semo bruciati er cervello??.. E poi, continuando co sto ragionamento, io vorrei sapè: dove so sti sordi? Allora, rappresentando tutti gli italiani, me verrebbe da dì al caro Antonio (N.d.R. Conte): CACCIA  STI SORDI PRESIDE’ .. 

Mr. Covid: D’accordo… ma più nel concreto?

Meloni: mo to do io er concreto!… qua stamo in dittatura.. Nun semo mica una di quelle democratiche ndo te corcano de mazzate ma una subdola che trama nell’ombra.. Quindi te dico cosa pensamo noi de fratelli d’Italia:

proposta Uno: come Presidente della Repubblica pensamo, pe unì pacatamente e con senso lucido tutto o stivale, de nominà Vittorio Feltri…sulle isole vediamo poi..

proposta Due: messe da remoto per tutti così che le nonne d’italiane ricevano i sacramenti attraverso i tablet..

proposta tre: valorizzare la Famiglia tradizionale che tutti sti codici pe esse lbtg, trangayinder o cittadini X fanno solo casino..  de ics solo er boro l’accettamo…

proposta quattro: scardinare il sistema dell’Europa che non esiste…dobbiamo riconquistare il diritto di cucinare gli insetti come ci pare e riaffermare la sovranità internazionale dell’olio di oliva rispedendo quello di colza oltre le Alpi.

Con forza noi di Fratelli d’Italia possiamo dirlo: CACCIA STI SORDI EUROPA!!

Mr. Covid: Beh, bene..a proposito dell’Unione…nelle sedute precedenti del consiglio europeo si è votato per affidare all’Italia i fondi MES che oggi, lo ricordiamo, sono stati riconosciuti anche dal consiglio europeo … in precedenza lei, così come Salvini, avete dato voto sfavorevole … tuttavia, durante il governo Berlusconi (il vostro partito, così come quello di Salvini, erano nella stessa coalizione) avete introdotto questa nuova risorsa per l’Italia .. non giudica  ambigua la vostra posizione ? 

Meloni: Ma che stai a dì … INFAME CINESE… che ne sai te de la politica italiana? Io nun ero al governoooo … il MES è stato introdotto dal governo Monti … come ve lo devo dì… giornalisti dì M***a….   

Mr. Covid: guardi.. verificando questa notizia – e controllando tutte le fonti – possiamo dire, con assoluta certezza, che la sua informazione è non veritiera…. 

Meloni: Anvedi che INFAME… te sei proprio un figlio de na M*****TTA … ma vedi d’ annattene … anzi me ne vado io me so stancata … e vedi pure de CACCIA’ STI SORDI!!

(Il microfono, intanto, è stato scagliato violentemente a terra… N.d.R)

Mr. Covid: ci scusiamo con i nostri lettori e spettatori… l’intervista si è appena conclusa … per dovere di informazione verso i cittadini vorrei denunciare, tra le pagine della mia rubrica, un tentativo di aggressione della politica nei miei confronti … 

Mr. Covid, con qualche graffio in più, ma sempre a debita distanza, saluta tutti voi … 

Memoria (parte 2)

(continuazione)

Mi risveglio, sì, credo di essere sveglio. Ormai so di trovarmi da qualche parte e se non sto dando di matto adesso sono sveglio, quindi poco fa ero svenuto, o forse dormivo, o forse non lo so ma quello di cui sono certo è che ora mi ritrovo qualcosa che mi blocca le gambe. Sento la pelle nuda, quindi è un corpo – che sia il tipo di prima che si è svegliato? – No, non lo è, perché la mia mano lo ricerca e lo trova subito, lì, dove stava prima. Provo con l’altra mano, dal lato opposto, anche quel tipo è ancora lì. Inutile girarci intorno, sulle mie gambe c’è un altro corpo, ma quello che adesso mi suscita nervoso è: perché sento la sua pelle? No, non può essere. Mi tasto la faccia, il petto e… sono nudo, sono nudo anch’io. Rimango immobile, ora mi riesce difficile contenere un pianto di nervoso e terrore, ma qualcosa mi dice che se devo farmela sotto, devo farlo in silenzio. Cerco di soffocare il singhiozzo e di respirare il meno possibile, trattengo il muco che nel naso si crea, lo ritraggo, calmo. Che faccio adesso, dove accidenti mi trovo? Però sono vivo, almeno questo è sicuro, sennò non starei qui a piangere, mentre la fronte s’imperla di sudore. Già, sento caldo anche se nudo, sento un gran caldo ma le chiappe sono gelide, su questa lastra fredda. Una sola orrenda cosa mi viene in mente di fare, non voglio nemmeno pensare sia possibile, ma che altro devo tentare? Metto la mano sul petto dell’amico alla sinistra, magari quello che sento non è solo il battito del mio cuore ma anche del suo; invece no, non batte. Deglutisco, mi mordo le labbra e serro forte le palpebre a tal punto che il nero per un attimo sfuma e tanti piccoli punti bianchi mi appaiono, ma va bene tutto, purché non sia un fottuto velo nero. Non pronuncio quella parola, non ci penso nemmeno, mi giro dall’altro amico e gli rivolgo la stessa domanda poggiando la mano sul petto: merda, sono morti. Nella mente non ho più spazio per la razionalità e lo sconforto, a tutto questo decido di dare un nome: follia. Sono un pazzo, uno scemo che sogna, incapace di svegliarsi. Improvvisamente un baluginio e i miei occhi ricercano quella sottilissima linea di luce che si apre sopra la mia testa: dritta, bianca, lunghissima. Continua ad allargarsi e mi è chiaro che qualcosa si sta mostrando sopra di me. Mi rimetto giù disteso e aspetto nemmeno io so che cosa. In questo frangente appare un corpo, sollevato da una specie di braccio metallico scintillante che, con due movimenti veloci e precisi, lo scaraventa giù, nell’abisso di tenebra dove sono sepolto. La linea di luce inizia ad assottigliarsi sempre più sino a scomparire; cerco di imprimerla bene nelle mie pupille, perché se ho compreso dove sono finito, devo trovare un cazzo di modo per venirne fuori.

Tremiladuecentosedici, tremiladuecentodiciassette… eccola, di nuovo! La luce riappare sopra di me, ormai sono quasi sepolto dai corpi che continuano a piovermi addosso. Sei volte, sei fottute volte ho contato l’intervallo tra un’apertura e l’altra: tremiladuecentodiciassette secondi, circa cinquantacinque minuti. Questa è la finestra temporale che ho a disposizione; un altro cadavere mi cade vicino. Ora i miei occhi iniziano ad abituarsi ai costanti bagliori, ma ciò a cui non posso pensare è di essere circondato da cadaveri: tutti morti, controllati uno per uno. Sono impegnato a tal punto a capire cosa succede sopra la mia testa che non mi guardo intorno, tuttavia qualcosa mi dice che la storia va avanti da un pezzo e non oso immaginare quanti uomini giacciono ammassati proprio qui, vicino. Ho deciso, aspetterò la prossima apertura per guardarmi in giro, a occhio e croce ho dieci secondi di luce e devono bastarmi per dare una sbirciata.

Duemilasettecentosedici… duemilasettecentodiciassette… punto lo sguardo in alto, fisso il manto nero che mi accappona la pelle. Nell’oscurità è come se tutte queste persone morte mi fissassero, sento i loro sguardi addosso e la loro presenza mi inquieta, mi assale. Tremiladuecentouno… ormai ci siamo, concentrazione, tremiladuecentoquattro, cinque, sei… sento un ronzio metallico in alto, acuto e lontano, mi sollevo appena, devo riuscire ad avere la miglior visuale possibile. Tremiladuecentosedici… e diciassette. Ci siamo, ci siamo! Si apre, non devo guardare sopra, so già cosa accadrà e sposto la testa appena, giusto da buttare lo sguardo poco più in là del naso dell’amico. Otto, nove, dieci. La pioggia di luce candida scompare e io non so davvero se sono pazzo o se quest’incubo è troppo reale. Non ho dubbi, perché li conosco troppo bene, so chi sono tutte quelle persone, so perché sono tutti maschi: quei corpi sono io.

Adesso la domanda che più m’inquieta è: chi sono io e chi sono loro, quanti me esistono e perché stiamo tutti ammassati come capre, tutti morti, tranne me. Mi è chiaro che non posso rispondermi, avvolto dalle tenebre non riesco a riflettere, il mio pensiero è incapace di prendere qualsiasi direzione, già, ma la testa si alza d’istinto e risponde per me: se tutto questo ha un senso e una risposta, di certo si trova lì sopra. Cazzo, non ho portato il conto, quindi non so quanto tempo mi rimane prima dell’ennesima apertura, ma un’idea mi balena in testa e illumina quest’oscuro cimitero che mi accoglie. Manca poco ormai e appena quel coso si riapre mi metto all’opera. Trascorro i successivi non so quanti secondi e la luce torna, ormai acquisisco il ritmo biologico e inizio a credere che tra un po’alzerò la testa azzeccando il momento esatto dell’apertura senza contare; più o meno come quando fisso la sveglia un minuto prima che suoni, sapendo che è quasi ora. Cade l’ennesimo me. Dieci secondi e la luce scompare. Mi sollevo deciso, cercando di non pensare al tappeto di corpi che devo calpestare, chiedo scusa a ogni passo che faccio, poi li prendo, tastando a caso nel vuoto, consapevole che in ogni parte ove butto le mani afferro la mia persona. Ho bene impresso il pezzo di spazio in cui il braccio meccanico molla la presa, lì è dove si ammucchiano. Milleduecentotre… milleduecentoquattro… caspita quanto peso; tu stai qui e tu mettiti sopra, di certo un altro sta proprio dietro di me. Continuo instancabile ammassando corpi su corpi sino a che distendo le braccia e tocco teste e bocche sopra di me: più di così non riesco a fare. Tremiladuecento… nooo! Ho perso il conto, tremo, sono stanco, affannato, ma potrei non avere altre possibilità o la forza mentale per andare oltre. Devo salire, più che posso, aggrappandomi a mani, piedi, nasi, organi genitali. Sento che è il momento, il mio orologio biologico ormai non sbaglia più. Il ronzio, lo sento, ora è molto vicino; la superficie sopra di me scivola senza il minimo rumore, aprendosi in due parti: ecco la luce ed ecco il braccio. Mi sta proprio sui capelli e vedo quel povero me penzoloni che mi cade addosso: calma, ho dieci fottuti secondi. Incrocio lo sguardo spento e capovolto del compare, mi scanso appena tenendomi in equilibrio sulle mie chiappe e schiene, il braccio sta tornando su: adesso. Con le mani raggiungo il freddo metallo e mi aggrappo con la sola forza della disperazione, quello mi solleva come una piuma e si accovaccia a terra, vicino a un lungo tubo di vetro. Tutto intorno è bianco candido, non ci sono mura, gli occhi mi danno fastidio, troppa luce. La superficie si chiude sotto di me e lascio quei poveri dannati alla mia molteplice compagnia. So a cosa serve quel tubo, lo immagino bene, ma adesso fatto trenta facciamo trentuno. Questo braccio è particolare: liscio e sinuoso, non vedo tubi, raccordi o bulloni, è molto silenzioso ma in qualche modo deve pur alimentarsi per funzionare. Gli giro intorno, ho ancora un po’ di tempo prima che il prossimo siluro arrivi e sento con la punta dei piedi che c’è una protuberanza la quale prosegue in linea retta, in una certa direzione che non riesco a decifrare. Un canale, un tubo, un cavo elettrico forse, non ho altri riferimenti, devo seguirlo. Cammino e il piede non perde un attimo il bozzo del pavimento che pochi minuti dopo torna perfettamente regolare, – merda l’ho perso – mi dico sconsolato. Invece un muro bianco si solleva silenzioso e una serie di piccoli alloggi mi appare, anche l’illuminazione mi è più congeniale, – adesso, almeno vedo dove cazzo mi trovo. – Cammino cauto e impaurito: qualcuno, che non sono io che crepa, ci deve pur essere e non ho la minima idea di quali siano le sue intenzioni. Arrivo al primo alloggio, butto l’occhio sul tavolo, ci sono tante pillole luccicanti messe in fila, mi ricordano vagamente qualcosa ma ho la testa troppo incasinata per sforzarmi di mettere a fuoco, poi scorgo finalmente una finestra! Una fi-ne-stra! Il cuore mi sorride e la speranza che si era dileguata dalla mia testa torna a bussarmi e chiede di entrare; riesco a vedere che sono da qualche parte in un bosco, è giorno e c’è nebbia. No, aspetta che guardo meglio, gli occhi mi prendono ancora in giro, quella non è nebbia: è neve. La neve mi ricorda ancora qualcosa ma che cazzo, ora basta ricordare, devo trovare il modo di andarmene da qui. Poi un boato mi raggela, proviene da sotto i miei piedi e se non sbaglio è da lì che sono venuto fuori; si, sotto di me ci sono… io. Inizio a sentirmi spinto verso l’alto, una forza propulsiva spaventosa mi schiaccia le cervella, raggiungo la finestra, devo capire che diavolo succede ma non mi occorre molto: questa casa (o cosa) si solleva da terra e le centinaia di miei corpi piovono sfracellandosi al suolo. Vengono espulsi proprio da dove ero rinchiuso. Rimane un cratere enorme dalla forma ovale e come formiche che sbucano dalla tana, una decina di ruspe giungono sull’orlo dell’orrida fossa e concedono “degna” sepoltura ai miei amici. – Mio Dio, questa non è una casa, è una nave volante! – La matassa si dipana nella mia mente, quella che credevo fosse una fottuta leggenda metropolitana prende spazio nella testa e la riempie di maledette congetture, che non mi piacciono affatto. Privo di idee, pietrificato dall’orrore, mi chiedo solo chi sia al comando di tutto ciò e quale sia lo scopo ultimo; non mi rimane che proseguire mentre la nave continua a salire di quota e pian piano il cielo si fa nero. Esco dalla stanza e il corridoio si restringe, diventa angusto e soffocante, sicché una persona ci passa a malapena; con il cuore in gola giungo alla fine di esso e sulla mia testa una cupola immensa mi lascia ammaliato, alla vista dell’universo infinito. Da un altro corridoio alla mia destra arriva agitata una donna nuda: ci guardiamo un attimo negli occhi per capire entrambi che stiamo vivendo la medesima follia. Un suono acuto attira la nostra attenzione e dinanzi a noi, in una torre alta e trasparente, un uomo in tenuta militare, circondato da altri con un’ uniforme simile ci osserva pensieroso. Io e la donna non parliamo, ma ci dimeniamo come pazzi e muoviamo le mani, iniziamo a ridere, perché forse tutto questo è un sogno, il frutto di una droga o siamo solo di passaggio in un posto sbagliato. Ma i militari si dividono in due gruppi, lasciandoci intravedere quello che hanno dietro, capisco che abbiamo un altro problema. Due letti verticali ci lasciano piena visione di quello che accade: iniziamo a piangere e mettere le mani sulla bocca, me la faccio addosso, perché ormai non ho più il controllo psicomotorio del mio corpo, o di quello che credo esserlo. Io e la ragazza siamo su quei letti, fasciati come salami e due bracci meccanici, simili a quello di poco prima, ci stanno aprendo la testa; arrivano due esseri bassi, scheletrici e neri, dalla loro bocca partono ramificazioni che vanno a insinuarsi nei nostri crani. Vedo che abbiamo convulsioni, gli occhi girano impazziti, sino a esplodere. Gli esseri neri gesticolano con i militari, fanno movimenti veloci e precisi, gli umani abbassano la testa e si siedono a quelle che presumo siano le loro postazioni. Poi, una voce rompe la coltre di pazzia a cui assisto. «Signori Marc e Anna, ci complimentiamo con voi per essere sopravvissuti alla fase avanzata di clonazione moltiplicativa. Nostro scopo era che almeno uno di voi vivesse nella rispettiva colonia e avesse le stesse identiche caratteristiche dei due cloni che purtroppo hanno appena fallito. Come avrete capito, la razza umana collabora in maniera prolifica e pacifica con esseri alieni senzienti e a noi superiori. Ma non abbiate timori, essi ci rispettano e hanno individuato nel nostro dna, la possibilità di ibridare le menti e renderci partecipi del loro progetto universale: creare esseri superiori nel corpo e nelle capacità mentali.» Poi si ferma un attimo, mentre io e la donna cominciamo a capire di aver paura di qualcosa di cui in realtà non dovremmo: perdere la vita. In verità non l’abbiamo mai avuta, ma è strano, io mi sento come se avessi vissuto una vita intera: mia madre, papà, la scuola, ricordo tutto nei minimi dettagli, mio nonno…»

Una macabra intuizione fa breccia nel mio cervello clonato e come un treno, adesso, mi si schiantano addosso tutti i tasselli: la pillola, cazzo, la pillola. Ruoto la lingua e sveglio la bimba dal letargo indefinito, è lì ancora, da non so quanto. La stessa che ho visto sul quel dannato tavolo…

No, non sarà che il nonno…

La voce fredda e inflessibile dell’uomo riprende, «Voi, signori, siete l’esatta copia dell’essere umano da cui discendete e oggi, la vostra mente tenterà l’unione con quella di una razza superiore. Siatene felici e speriamo di poter condividere presto l’enorme sapienza che vi apprestate ad assimilare. Sappiate che la Terra vi sarà riconoscente, così come l’esercito degli Stati Uniti d’America.» Sotto i nostri piedi si aprono spazi vuoti, fluttuiamo e due enormi cilindri ci imprigionano, capisco subito dove ci stanno portando. Vedo la donna che batte disperata le mani sulla parete trasparente, mi supplica di aiutarla, piange e solo adesso mi accorgo di provare un sentimento davvero umano: la pietà. La mente torna a mio nonno, o meglio, al nonno del povero ragazzo da cui sono stato generato e solo ora mi accorgo di quanti fottuti indizi mi aveva dato, perché almeno io, il suo clone, potessi continuare a vivere.

Quando era nudo, trovato sotto la neve, oppure le mani sporche di terra, perché aveva scavato una volta scaraventato fuori da questa  cazzo di nave. Poi si era fregato una pillola, perché aveva intuito che una volta finito il lavoro questi stronzi di militari sono costretti a uccidersi con le loro mani, senza che i mostri lascino il minimo segno: sapeva a cosa sarebbe servita quella capsula ed era pronto a usarla. Ma il nonno doveva aver avuto proprio le palle, per uscire da quella fossa, fregarsi la pillola, tornare in mezzo agli altri morti e aspettare che la botola si aprisse. Chissà quale clone lo aveva aiutato a sua volta, da quanto tempo prima era stato avvertito e si era tenuto pronto; però bravo nonno, almeno tu li hai fottuti. Adesso so che il mondo non è solo degli umani, ma ogni tanto anche qualche clone si fa vivo e riesce a sfuggire da questo inferno volante. Lo so, lo capisco solo ora, non ho dato il giusto peso alla memoria, ai ricordi del passato che non ho vissuto e non ho capito di avere una cosa che si chiama intuizione. Tranquillo nonno, non sono incazzato con te, in fondo non stai bene di testa. Ma io sono Marc, giusto? Ok, non avrò intuizione né memoria, ma ricordo di avere le palle: mi spiace per lei, la donna intendo, per quello che dovrà passare, ma non mi avranno mai. Senza pensarci muovo la lingua e cerco la pillola, vedo la donna che un secondo prima di me sfila sul letto e subito due cinte robuste la imbragano, sto per atterrare anch’io. La pillola? Dov’è? Dov’è!!? Che stronzo… non c’è, non c’è mai stata, se non la memoria di essa, che ancora mi frega, sino all’ultimo secondo.

Poi scivolo sul letto, le cinghie mi afferrano, la mia mente si eclissa… tutto è buio.

Contatti:

Twitter: https://twitter.com/AlessandroFalz3

Facebook: https://www.facebook.com/alessandro.falzani.73

Scars of life

“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi da cicatrici” (Khalil Gibran)

Un’antica tradizione giapponese, chiamata ‘Kintsugi’, consiste nel riparare un vaso in frantumi e, successivamente, ricoprirne le crepe con l’oro. Questo processo, che contribuisce ad impreziosire una ‘ferita’, in parte, seppure in modalità diverse, viene emulato da Daniele Deriu che, tra il 2012 e il 2018, realizza la serie fotografica intitolata Scars of life. Le fotografie, in cui si evince la grande sensibilità dell’autore, sono dedicate a donne forti e guerriere che hanno combattuto personalmente contro malattie terribili, abusi, menomazioni e, in alcuni casi, anche contro la loro stessa esistenza, facendosi del male con atti di autolesionismo o, nelle condizioni più difficili, nel tentativo di togliersi la vita. Il fotografo, rovesciando ipocriti canoni di bellezza e banali stereotipi, si sofferma sulla cicatrice che, attraversando la pelle, diventa simbolo della sofferenza umana. Nel passaggio metaforico dal buio alla luce – che possiamo cogliere nello sfondo – la donna, vera protagonista di Scars of life, sembra finalmente fiorire e rinascere.

@Daniele Deriu

Contatti:

Sito ufficiale: http://www.illogico.it

Facebook: https://www.facebook.com/daniele.deriu.works/

“L’OPINIONE” di Paolo Ammazzamauro

Argomento: “Fase Due”

La Fase Due: Rave Party ma con precauzioni sanitarie.

Il popolo della notte ritorna per impadronirsi della terra ma con amore e mobbing aziendale.

La Fase Due è ormai alle porte e ciò crea un certo entusiasmo nella popolazione. La gente torna a pensare di fare quello che prima non si sognava nemmeno: allora via alla ricerca delle scarpe da ginnastica che non usavi dalle superiori, lavaggi delle parti intime – fino a ieri mute testimonianze di un epoca passata – e ricognizioni sotto casa per vedere se ti hanno ‘ciulato’ la macchina.

Questo clima di “dai che ce l’abbiamo fatta”, oltre che nella mente del popolo che progetta già le ferie (con la stessa convinzione di un gatto che ripara un tostapane), si ripercuote anche nella politica che sta ritornando ad essere funzionale e coerente come sempre.

Il Presidente del Consiglio critica le opposizioni apertamente, il M5S litiga con il PD suo alleato, Lega e M5S precedentemente alleati e poi scissi con rimpasto di governo conseguente tornano ad avere idee comuni, Renzi mette a punto strategie Dalemiane, il PD non dice un cazzo: la solita vecchia politica italica, quella su cui puoi sempre contare. Infine – proprio per non farci mancare nulla – ecco il colpo di scena offerto dalla Lega con..udite, udite: l’occupazione del parlamento. Mai si era visto un così folto numero di senatori leghisti in Parlamento! Mussolini – e non parlo di Alessandra ma del nonno Benito – sarebbe fiero di questi prodi e orgogliosi Padani!!

Quello che veramente serve è il ritorno alla normalità nelle piccole cose. Anche se i parrucchieri apriranno a Giugno, e i giovani di sinistra hanno ormai capelli e barbe stile Che Guevara con il golfino infeltrito, almeno riapriranno i cantieri e gli anziani avranno finalmente qualcosa da fare.

L’attività all’aria aperta sarà nuovamente concessa, perché la libertà te la devi sudare, e i parchi pubblici torneranno ad essere operativi: le aree giochi però chiuse, in modo che gli spacciatori possano esercitare in santa pace senza bambini che fanno casino.    

Il lavoro torna nelle nostre vite di italiani. La strategia di non fare tamponi sta funzionando e i contagi risultano essere sempre di meno. Il panico generalizzato lascia spazio alla distensione mentale e ritornare a produrre diventa così un eventualità sempre più vicina. Come disse il Faraone al popolo ebraico molto tempo fa: lavorare a mente serena è molto meglio che sentirsi obbligati da un sistema socio-economico che lucra sulla salute dei cittadini.

Tanto ormai che il peggio sia passato lo dimostrano anche gli obblighi legislativi di uscire con guanti, mascherina e armatura, il divieto di girare in auto per quanto possibile, la gestione degli ingressi scaglionati nelle attività funzionanti e l’imposizione di un metro di distanza da qualsiasi organismo animale o vegetale.

Ma è tutto oro quello che luccica? Il Presidente Conte, come in un film di fantascienza, ha gracchiato al suo equipaggio stellare di “attivare la Fase Due” e premuto il tasto rosso: gli accumulatori a ioni stanno portando energia al raggio che poterebbe distruggere Aldeeran (scusate, colpa del rewatchone di Star Wars durante la quarantena). Citazioni a parte, in qualsiasi pellicola che tratti di scienza, anche la più becera, la “Fase Due” è quella dove tutto solitamente va a puttane. Il destino della Galassia è nelle nostra mani, solo il nostro senso civico, il nostro BUON senso sopratutto e la nostra ferrea applicazione dei principi appresi negli ultimi due mesi ci potrà salvare. Intanto domani festa condominiale da Pizzotti che griglia sul balcone o, per chi non fosse contento, una bella cena a lume di candela nei migliori ristoranti all’aperto della Calabria!

Paolo Ammazzamauro

Memoria (parte 1)

Davvero una gran bella festa, così, tutti insieme, è da tanto che non ci ritroviamo. Anche se solo per un compleanno, per l’ottantatreesimo del nonno. Nella mia famiglia i compleanni contano come il due di picche, anzi, io personalmente tendo a dimenticarli. Ma stavolta davvero non si può: a due anni dalla sua scomparsa, fuga o di qualunque cosa si sia trattata, ritrovarlo l’altro ieri proprio lì, sul ciglio del viale innevato, è stata una gioia inattesa. Nudo, infreddolito e con lo sguardo perso e gli occhi infossati, stretto tra le braccia. Come ci è finito lì? Come ha resistito alla neve gelida? Non lo so, nessuno lo sa, soprattutto perché abitiamo nella stessa casa, questa, a quasi trecento chilometri da dove è stato trovato. Gli sbirri hanno faticato persino nel mettergli addosso una coperta; seppur secco come un ramoscello ha una forza paurosa e la sua magrezza mette in risalto i nervi sottili e tesi delle braccia. Quello che io non mi spiego è: come cavolo ha fatto a riconoscere la strada di casa se in vita sua non è mai uscito da queste quattro mura? Sì, al limite ha fatto un giro in città, però so per certo che così lontano non ci è mai arrivato; odia viaggiare, volare e soprattutto camminare. Spinge gli agenti e punta dritta la strada davanti a sé, come guidato da una volontà esterna e avesse un solo obiettivo: tornare a casa. Come sa che quella è la giusta direzione? Non gli importa che il coso penzola o che sculetta con due piccole natiche secche, che è cosparso di una qualche sostanza e che la barba, lunga e ispida, pare quella di Babbo Natale. «Casa, caaaasa, ca-sa», ripete meccanicamente, per strada, nella volante della polizia, durante l’interrogatorio e fino a ieri, quando è tornato da noi. Poi ha smesso, si è ammutolito e tranquillizzato, si è svegliato stamattina e pare un’altra persona.

 Intorno a me un continuo vociare, un ripetersi incontrollato della parola – auguri -, un continuo – come stai? -, qualche spintone che per poco non fa rovesciare il mio the; d’altronde quasi centoventi persone in ottanta metri quadri, fate voi. Ok, era scomparso, chissà dove, adesso torna e caso vuole che sia il suo compleanno; ok pure questo. Però facciamola finita e torniamo a essere quella cazzo di famiglia dove la parola auguri è stitica a essere pronunciata. Poi mi ricordo che forse, l’unico a non aver dato gli auguri al nonno sono io: ho sonno, voglio dormire, domani si trotta al lavoro, ma prima devo almeno salutarlo, devo dirgli anch’io quella maledetta e antipatica parola. In fondo gli voglio bene, ci sono cresciuto, anche se di lui conservo pochissime discussioni sensate; ma tu guarda come riduce l’Alzaimer… Ne soffre da oltre venticinque anni, ma cazzo, una malattia che ti fa camminare a zonzo per due anni… Aspetto che l’ultimo gruppo di pseudo parenti gli stampi un bacio finto sulla guancia scarna e squamata, poi mi giro, nessuno mi calcola, gli vado vicino e poggio le mani sulle ruote sottili della sedia, «E… allora nonno, forza, rimettiti e… a domani.» Niente da fare, quella dannata parola non mi esce proprio e di baciarlo, a essere sincero, un po’ mi fa schifo, ma una carezza, almeno tenergli la mano, devo riuscirci. Gli prendo una manina, piccola e ossuta, le vene in rilievo sotto la pelle lucida e le unghie gialle con qualche residuo nero annidato sotto, non bene identificato. Sto in silenzio, sta in silenzio, mi fissa un secondo, ora il suo sguardo cambia: apre la bocca e da sotto la lingua toglie qualcosa di piccolo e lucente, una specie di pillola o forse è una capsula. Non lo so, perché sono troppo concentrato a sperare che non me la metta in mano, così piena di saliva. Invece lo fa, aspetta che io apra la mano, mentre tiene con il pollice e l’indice tremolante il suo piccolo regalo per me; ora i suoi occhi cambiano e sembrano supplichevoli. Devo resistere, che sarà mai un po’ di bava? E poi potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo, ridotto com’è chissà se arriva a domani. Gli lascio la mano e apro il palmo, faccio tutto con una e almeno tengo pulita l’altra, lui fa cadere la pasticca (credo di questo si tratti), poi sospira e mi sussurra, «Solo se serve, solo – se – serve», quindi mima il gesto di masticare e deglutire. Io rimango allibito, forse crede che metta quella roba in bocca solo per farlo contento, gli do una pacca sulle spalle e accenno il distacco abbassando lo sguardo. Come diavolo si è ridotto. Appena mi sollevo ha uno scatto improvviso, mi afferra, con entrambe le mani mi tira a sé, inizia a urlare, con il poco, pochissimo fiato che ha. Mi ritraggo e per qualche metro mi segue, poi mi ricordo che è su una sedia a rotelle e che di quel passo sto fresco a tirare, dato che ha una presa micidiale. Tutti si girano e i loro sguardi di minaccia e finta commiserazione mi fanno sciogliere: passo per un ribelle o un poco di buono, ma io voglio davvero bene al nonno, seppur a modo mio. Lui continua a mimare di mettere in bocca, gli occhi sembrano schizzare dalle orbite e il grigio che li vela adesso pare colorarsi dell’azzurro deciso di una volta, quando era un giovane bello e forte. Non so che fare, tutti mi osservano come per dirmi – e che ci vuole, fallo contento, è vecchio e malato, non hai un minimo di cuore. –  Ma io ho un gran cuore e il fegato pure e siccome al nonno voglio bene davvero e voi siete una massa di falsi, lo accontento: vicino a me il mio bicchiere di the. Ci immergo la pillola, mentre con l’altra mano l’assatanato continua a tirare, la sciacquo per bene, nella remota possibilità che della sua bava nulla resti. Mentre tutti mi osservano divertiti chiudo gli occhi e la metto in bocca, sto per deglutire, ma mi ricordo che lui l’ha tolta da sotto la lingua. Mi fermo, la muovo disgustato e la piccola intrusa trova alloggio in un’insenatura sotto la lingua, lì si posa e con mia sorpresa non mi da fastidio, anzi, non la sento per niente. Però continua a farmi schifo. Ne ho abbastanza, ora che tutti trattengono una risata sotto i baffi, mio padre defilato che scuote la testa e mia madre che di nascosto corre in bagno, portandosi le mani alla bocca; guardo il nonno e vedo nei suoi occhi pace e serenità, spero di sbagliarmi ma quello sguardo sembra dirmi  – ora posso crepare in pace .- Gli accenno un sorriso mentre i primi rigurgiti di vomito si affacciano alla bocca, non resisto e devo salire in fretta le scale, senza riuscire a dargli nemmeno un bacio, per l’ennesima volta. Sfondo la porta del cesso e mi aggrappo al water, butto fuori l’anima. Appena finito mi sollevo, mi ricordo della pillola che di certo è sgusciata fuori, faccio un rapido controllo: stranamente è ancora lì. Al piano di sotto è un continuo vociare, voglio scendere e mandarli tutti a quel bellissimo paese, ma sono stanco, improvvisamente stanco e non mi va di vedere ancora il vecchio, quello sguardo non mi è piaciuto affatto. Torno in camera, mi spoglio e sprofondo nel letto, poi mi lascio crogiolare dal tepore delle coperte, mi ricordo che quella cosa sta sotto la mia lingua, devo toglierla, ma che fretta c’è? Ormai ho vomitato e credo pure che la mia bava abbia adeguatamente sostituito quella del nonno; ma tu guarda che pensieri che faccio, ok, domani mattina la butto via.

La sveglia, ho dimenticato di puntare la sveglia. Di colpo un pensiero mi attanaglia: è tardi, faccio tardi al lavoro. Apro gli occhi, do ascolto al mio orologio biologico, qualcosa mi dice che è giorno ma intorno a me è tutto buio. Non so nemmeno se gli occhi sono realmente aperti, mi pare di non essere qui, o lì. Sono circondato dal silenzio e capisco di essere disteso ma questo non è il mio letto, non so cos’è. Percepisco una distanza siderale tra me e le pareti, non vedo il filo di luce che dalla finestra entra, non odo mio padre che tira lo sciacquone in bagno, in verità non sento assolutamente nulla. Sono disteso su una superficie, questo non è il mio letto, ma una fredda, freddissima lastra di ghiaccio; è liscia, così levigata che le dita scivolano come fosse olio, cerco di aggrapparmi a qualche bordo, insenatura, buco … insomma, un maledetto appiglio. Ma il freddo continua, il suolo scorre inesorabile sotto le mie unghie, il respiro diventa ansioso, il cuore inanella una serie di battiti da tachicardia: dove cazzo sono? Poi la mano si ferma, in verità incontro un ostacolo, forse la fine di un incubo così reale che faticherò a dimenticare. Ma quella che afferro è ancora una mano, unta, si direbbe coperta di una qualche colla; ok, se è un incubo tanto vale finire di viverlo, vorrà dire che mi sveglierò con le mutande bagnate. Seguo l’arto lasciando che le dita vi corrano sopra, percepisco una leggera peluria e capisco che si tratta di un maschio, poi avanzo verso la faccia e con il solo tatto provo a immaginarne le fattezze. Due occhi, una bocca, un naso, ok, ma chi è? Soprattutto perché non si sveglia? Il mio senso d’orientamento mi viene in soccorso e una volta sollevato mi sorprende un lieve capogiro; affondare le mani nel nulla mi fa rabbrividire. Non è un sogno né un incubo, mi gira la testa e questo è reale. Adesso faccio uso di entrambe le mani, tasto il viso e scendo giù, sul collo, sul petto, sul ventre e poi… cavolo, ma è nudo, questo qui è nudo! Ritraggo le mani e l’angoscia inizia a penetrarmi nelle vene, i vasi si dilatano e il cuore prende una rincorsa impossibile da fermare; provo a voltarmi, distendo le mani di fronte a me e le poggio alla mia sinistra: sento ancora un cazzo di corpo nudo. Non urlo, mi viene da farlo ma non ci riesco, penso che è troppo presto per urlare e che devo tenermi tutto dentro ancora un po’, finché non capisco cosa mi sta succedendo. Concentrarmi, devo concentrarmi. Non è facile con un carro armato che ti opprime il petto, il grido del cuore si fa acuto e le orecchie iniziano a fischiare, poi ancora buio nel buio.

(Continua)

Alessandro Falzani

Contatti:

Twitter: https://twitter.com/AlessandroFalz3

Facebook: https://www.facebook.com/alessandro.falzani.73