L’eco devastante del silenzio in “Sulla mia pelle”: il film dedicato agli ultimi giorni di Stefano Cucchi

Dedicato a Stefano Cucchi, ai suoi familiari e amici, a tutti coloro che hanno subito torture, aggressioni violente e a tutti i detenuti uccisi dalle violenze delle forze dell’ordine

Sulla mia pelle è il titolo del nuovo film diretto da Alessio Cremonini che, per la prima volta, porta sul grande schermo la tragica vicenda di Stefano Cucchi; giovane ucciso dalla violenza brutale e inaccettabile delle forze dell’ordine.

Il ruolo di Stefano viene interpretato dallo straordinario Alessandro Borghi che riesce, per un attimo, a far brillare nuovamente di luce gli occhi del ragazzo cogliendone movenze fisiche, voce, espressione e gestualità. L’impatto scenico di Borghi, inoltre, è fondamentale anche per lo spettatore che, proprio grazie alla bravura dell’attore, può immedesimarsi nel ragazzo rivivendo, sulla propria pelle, il calvario di un uomo abbandonato, dallo Stato e dalle istituzioni, nelle fredde e ovattate stanze di prigione e degli ospedali.

Il regista, durante la trasposizione dei fatti, tende ad allontanarsi dalle dinamiche patetiche raccontate dai media e dalla cronaca giornalistica presentando un’atmosfera asettica e mai enfatica. Il pubblico viene condotto in una voragine di dolore e sofferenza simboleggiati da un’eco silenziosa e costante che turba profondamente. Il silenzio si trasforma in rumore cupo, fastidioso e assordante quando viene chiusa la porta della stanza della caserma; luogo in cui Stefano, immobilizzato e inerme, viene massacrato; il silenzio affonda nella profonda sofferenza vissuta dai parenti e amici di questo ragazzo; il silenzio diventa rabbia nelle battute amare di un uomo strappato alla vita da Carabinieri violenti e volgari e abbandonato da un’ indifferenza umana agghiacciante.

Ancora adesso, ripensandoci, resto in silenzio e, con la voce rotta dalla commozione, traccio lacrime di dolore, angoscia e di rabbia che, tinte d’inchiostro nero, impattano sul bianco tessuto della carta.

Jes

Quasi quasi svenivo

Maryam 14/07/2017 Sansepolcro, kilowatfestival

Teatro delle Albe/Ermanna Montanari

testo Luca Doninelli

in scena Ermanna Montanari

musica Luigi Ceccarelli

regia del suono Marco Olivieri

disegno luci Francesco Catacchio

direzione tecnica Luca Fagioli

assistente spazio e costumi Roberto Magnani

consulenza e traduzione in arabo Tahar Lamri

in video Khadija Assoulaimani

voce e percussioni in audio Marzouk Mejri

realizzazione video Alessandro Renda

ideazione, spazio, costumi e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

in collaborazione con Teatro de gli Incamminati/deSidera

Quarta parete velata da uno schermo retinato sul quale proiettare per lo più scritte, per lo più in arabo. Inizia e la scena viene disegnata da cornici di arabeschi in terra e sullo sfondo. Poi entra lei. Quattro i quadri: tre preghiere rivolte a Maryam ed il discorso di Maryam. Ci si aspettava una rivisitazione del mito di Maria in chiave musulmana ed invece ecco in scena storie di donne musulmane raccontate in prima persona a Maryam. Donne devote a Maryam straziate dal dolore per la perdita di una figlia, un fratello, un figlio. Tre donne. Tutte presentate dalla Montanari questa volta “sola” in scena, sulla destra, mentre a sinistra, sul fondo, lo spazio occupato dalla cornice di arabeschi cede il posto, tra la prima e la seconda preghiera, al volto di una donna col capo coperto. Non è una fotografia ma un video che riporta lo sbattere delle palpebre mentre le parole, come per magia, acquistano non credibilità, perché la credibilità di Ermanna Montanari è fuori discussione (capace com’è d’essere credibile anche quando indossa l’habitus di un devoto, cosa non facile a detta di un recentissimo Marco Baliani), ma umanità. E se fin qui la mente poteva anche vagare ecco che quel volto non ci può lasciare indifferenti al racconto. Un volto che ci fa immaginare le donne che raccontano frammenti della propria vita. E noi quella vita ce la immaginiamo, a teatro, ipnotizzati. Sì, perché quasi per l’intera durata di quello che è stato molto più di uno spettacolo, ma visti i pochi secondi di calo si potrebbe tranquillamente eliminare il quasi, in scena c’e un’attrice neanche trasfigurata, ma capace di ipnotizzare lo spettatore caricandosi di un’aurea che ci fa scordare di essere a teatro. Non vediamo più l’attrice, i suoi gesti, i suoi abiti di scena piuttosto quotidiani. Regna l’aurea, complice una musica araba o arabeggiante davvero coinvolgente. Un’ora che potrebbe non bastarvi e durante la quale può capitare di andare quasi in apnea, finché la spina dorsale si allunga e ci ricorda di respirare.

Maria Luisa Sementilli