Enric Marco, maestro della menzogna

L’ex sindacalista spagnolo Enric Marco

La finzione affascina, da sempre, tutti gli strati della società, senza esclusione alcuna. Dai racconti orali alla letteratura, dai film alle serie tv fino al teatro, la menzogna, trasformata in arte, ha permesso nei secoli alle persone di prendersi una pausa dalla difficile realtà quotidiana per lasciarsi trasportare in un mondo parallelo, migliore perché diverso dal proprio. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, è sempre stato ben chiaro dove si fermasse il reale e dove cominciasse l’invenzione, essendo i due mondi, quello vero e quello fittizio, separati nettamente da un foglio di carta, da uno schermo, da un palcoscenico. C’è un uomo però che ha trasformato la propria vita in una sola, grande menzogna, rendendo impossibile distinguervi il vero dal falso, attraverso un’identità costruita ad arte, stabilita a tavolino e poi raccontata al mondo come se fosse reale. Ha fatto all’incirca ciò che fanno i romanzieri, che partono dalla proprie esperienze e da quelle altrui per costruire i soggetti, le vite, le storie; con la differenza che quest’uomo l’ha fatto con se stesso, trasformando con bravura quasi geniale, seppur malvagia ed immorale, la propria persona in un vero e proprio personaggio. Signore e signori, si apra il sipario (perdonatemi l’introduzione da teatro, ma non se ne può davvero fare a meno) sulla vita del più grande bugiardo dei tempi moderni e, forse, della storia: Enric Marco.  

La carriera

Il nome di Enric Marco, nato a Barcellona il 12 aprile del 1921, cominciò a circolare in Spagna all’epoca della Transición, ossia nel periodo che seguì la morte del dittatore Francisco Franco e che sancì il passaggio della nazione iberica da regime autoritario a stato democratico; fu in quegli anni, infatti, che Marco cominciò la scalata al sindacato di stampo anarchico CNT (Confederación Nacional del Trabajo), di cui divenne segretario generale per un anno. A contribuire alla sua elezione ci furono anche le sue testimonianze riguardo al proprio passato, nelle quali affermava di essere stato un grande avversario del franchismo e di averlo combattuto sin dai tempi della Guerra Civile (1936-1939); tuttavia il suo eccezionale curriculum (verbale, non mai suffragato da prova alcuna) non gli valse la rielezione nel successivo congresso del sindacato, dopo il quale entrò in rotta con la CNT stessa e ne fu per questo espulso. Si dedicò allora alla Federazione di Associazioni di Genitori di Alunni della Catalogna, di cui divenne vicepresidente nel 1998. Durante tutti quegli anni di militanze sindacali i colleghi affermarono di sapere poco o nulla sul suo passato, e in particolare sulla sua presunta deportazione nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg, della quale cominciò a parlare solo sul finire degli anni Settanta.

Enric Marco con un’antica bandiera della Repubblica Spagnola,
commemorativa delle vittime iberiche sterminate nel campo di Mauthausen

Le testimonianze di ex deportato

Risalgono a quei tempi, infatti, le prime conferenze ed interviste tenute da Enric Marco in merito alla propria esperienza di deportato nei Lager nazisti. Stando ai suoi racconti, dopo aver appunto lottato contro Franco ed essere stato costretto all’esilio dalla sua ascesa al potere si sarebbe recato in Francia per unirsi alla resistenza anti tedesca nel paese; sarebbe però stato intercettato e catturato dalla Gestapo che, dopo interrogatori e torture indicibili, l’avrebbe spedito nel campo di concentramento di Flossenbürg, dal quale sarebbe uscito solo con la fine della guerra; da lì sarebbe poi tornato clandestinamente nella sua terra natale per riprendere la lotta contro la dittatura franchista. Grazie ai suoi racconti estremamente patetici, alla sua capacità di parlare in pubblico, e anche alla sua ambizione, dopo essere entrato nel 2000 a far parte dell’associazione Amical Mauthausen, che riuniva i sopravvissuti spagnoli ai Lager nazisti, Marco ne divenne presto segretario e presidente. Curiosamente, aveva fatto il suo ingresso nell’ organizzazione a più di trentotto anni dalla sua fondazione, quando molti dei sopravvissuti erano ormai morti; in ogni caso, grazie alla carica aveva potuto tenere nel 2005 un commovente discorso di fronte al Congresso Nazionale Spagnolo, causando anche le lacrime di alcuni deputati. Lo stesso anno, poi, in occasione dei sessant’ anni della liberazione di Mauthausen, avrebbe dovuto tenere un discorso proprio nel campo di concentramento austriaco in qualità di rappresentante di tutte le vittime spagnole, di fronte, tra gli altri, all’allora Primo Ministro iberico Zapatero; per prendere parte all’evento Marco si era già recato in Austria con in tasca il discorso che avrebbe dovuto pronunciare, ma aveva deciso all’improvviso di ritornare precipitosamente in patria. La verità su di lui era infatti venuta a galla.   

Per la sua opera di divulgatore e di testimone Marco aveva anche ottenuto la Creu de Sant Jordi, la massima onorificenza della Catalogna

La scoperta della menzogna

Le persone che si erano fatte abbindolare dall’arte oratoria e dalla recitazione di Marco erano innumerevoli e comprendevano persino i veri deportati, che non avevano mai intravisto alcuna incongruenza nelle sue testimonianze; tuttavia, l’ex sindacalista catalano non aveva fatto i conti con lo storico Benito Bermejo. Questi, dotato di un fiuto considerevole, nonché di una grande meticolosità nel suo lavoro, dopo alcuni incontri con l’uomo aveva avvertito una certa puzza di bruciato; si era allora messo alla ricerca di prove in merito alla deportazione di Marco, ed era così giunto ad una scoperta inquietante. Non solo il nome del presidente dell’associazione Amical Mauthausen non risultava negli archivi di nessun campo di concentramento, tanto meno in quelli di Flossenbürg, ma la vicenda era stata l’esatto contrario di quella che aveva raccontato: piuttosto che combattere contro il nazismo, infatti, l’aveva sostenuto, e aveva fatto parte del nutrito gruppo di lavoratori volontari mandati da Franco a Hitler nel 1941 per ringraziarlo del sostegno durante la Guerra Civile. Marco era poi sì stato arrestato dalla Gestapo, ma per violazione della censura, ed era stato sì prigioniero, ma per pochissimo tempo e soprattutto senza passare mai per un campo di concentramento. Tornato in Spagna, poi, lungi dal lottare contro la dittatura, aveva fatto perdere le sue tracce, per poter poi cominciare la scalata alla CNT senza il peso del suo passato.

Lo storico Benito Bermejo

Bermejo, dopo esser giunto alle sue conclusioni, dimostrò grande intelligenza e non sfruttò la scoperta per farsi pubblicità, ma operò in maniera estremamente corretta, informando la direzione dell’Amical Mauthausen prima della stampa; quest’accortezza permise all’associazione di evitare la brutta figura di aver mandato a parlare in Austria un impostore e di salvare, quantomeno in parte, la faccia, sostituendo il finto sopravvissuto con uno vero. Marco, dal canto suo, una volta tornato in Catalogna ammise candidamente di essersi inventato la propria deportazione e di aver basato i suoi discorsi e le sue conferenze sui racconti sentiti da altre persone. Dopo uno smacco del genere chiunque si sarebbe aspettato il ritiro a vita privata dell’uomo, che all’epoca dei fatti, nel 2005, aveva ormai ottantaquattro anni; a dimostrazione però di una personalità estremamente complessa, Marco continuò ad apparire in televisione e sui giornali, affermando di non pentirsi di ciò che aveva fatto. A suo dire, avrebbe agito in maniera totalmente disinteressata, e avrebbe mentito solamente per rendere la sua campagna d’informazione sull’orrore nazista più convincente:

«Tutto quello che racconto l’ho vissuto, anche se in un altro luogo (il carcere della Gestapo, ndr); solo ho cambiato posto, per far conoscere meglio il dolore delle vittime».

Un artista dell’impostura

Lasciando per un momento da parte la ripugnanza che genera la condotta di Enric Marco, è indubbio che dietro alle sue bugie si trovi un autentico genio, malvagio, certo, ma pur sempre un genio. Uno spirito comune non sarebbe mai stato in grado di fare quello che ha fatto, una vera e propria impresa che richiede uno sforzo abnorme di memoria e di immaginazione: egli, come scrive Mario Vargas Llosa in un suo articolo del 2005 (lo scrittore peruviano è colui che più di tutti ha saputo cogliere le profonde sfumature del personaggio), era riuscito a «svuotarsi di se stesso e reincarnarsi nel fantasma che s’era fabbricato», ed aveva così potuto ingannare non solo la moglie e le figlie, che non ne sapevano nulla, ma gli stessi deportati, coloro i quali avevano vissuto sulla propria pelle la vita nei Lager e che erano stati talmente convinti da lui da eleggerlo loro rappresentante. Se pure i sopravvissuti avevano trovato convincente la sua storia, bisogna ammettere che Marco doveva aver fatto per forza un lavoro superbo, immane, anche se, lo sottolineo ancora una volta, orrendo ed immorale. L’unico con cui non aveva fatto i conti era il sagace Bermejo, e se non fosse stato per il suo fiuto chissà per quanti anni ancora avrebbe proseguito con la sua farsa.

Il Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa,
che non ha mai nascosto la sua curiosità per il personaggio di Enric Marco

Il fascino dell’impostore

È certo che un personaggio come quello di Marco non può che affascinare. Partendo da alcuni fatti reali, come l’arresto da parte della Gestapo, ci ha ricamato sopra un mondo di fantasia, ingigantendo i fatti, le sofferenze, le immagini, trasportando se stesso dove non era stato e facendo compiere al proprio personaggio, perché d’un vero e proprio personaggio si tratta, azioni che il vero Enric non si sarebbe mai sognato di compiere. Ha realizzato il sogno in cui tutti noi inconsciamente c’immergiamo quando incominciamo un romanzo, un film, un videogioco: essere altro da noi (Je est un autre, per dirla alla Rimbaud), allontanarsi dalla propria vita per viverne un’altra, più intensa, differente. Nel farlo, Marco si è appropriato del diritto dei sopravvissuti ai campi di concentramento di essere compatiti, senza però aver sperimentato le medesime sofferenze, senza essere stato condannato, come loro, a ricordare quei terribili momenti nelle notti più buie; ha rubato loro il diritto di commuovere e di far tremare le coscienze, senza però pagare lo stesso, terribile prezzo.

A rendere il suo caso ancora più curioso (e farne forse un caso clinico per uno studio psichiatrico) è lo scopo per cui ha deciso di mentire, poiché il sindacalista catalano, al contrario di alcuni politici, venditori, banchieri e mille altre figure del mondo moderno, non ha mai mentito per un proprio tornaconto economico: tutto ciò che l’aveva spinto verso un’impostura tanto grave era un’ansia d’attenzione, la stessa che forse l’aveva portato prima alla segreteria della CNT e poi al protagonismo nelle associazioni di genitori di studenti. Per usare ancora una volta parole di Mario Vargas Llosa, Marco è un «narcisista bramoso di pubblicità, avido “mediopata”, ossessionato dall’essere sempre in copertina»; non è però un accumulatore di ricchezze senza scrupoli, come invece ci si aspetterebbe da un personaggio capace di atti del genere. A confermare questa visione di uomo ansioso di trovarsi al centro delle cronache c’è un ultimo dettaglio: Marco si è prestato volentieri a molte ore di intervista con lo scrittore Javier Cercas per permettergli di scrivere il romanzo “L’impostore”, nonostante questi gli avesse messo bene in chiaro fin da subito che si sarebbe trattato di una vera e propria denuncia, che avrebbe portato alla luce tutti i suoi inganni e tutta la sua malvagità; insomma, quale psicopatico aiuterebbe mai qualcuno in un lavoro del genere nei propri confronti?

Lo scrittore Javier Cercas

Pure nel libro di Cercas, tuttavia, Enric Marco finisce per essere il vero (anti)eroe del romanzo, ancor più dell’onesto Bermejo e del meticoloso Cercas, per quel fascino senza tempo del malvagio, del corrotto, dell’impostore. E al di là della morale, che porta inevitabilmente a schierarsi in maniera netta contro di lui, non si può fare a meno di sottolineare, ancora una volta, la grandezza del suo ingegno, capace di ingannare gli iningannabili e di costruirsi una vita in cui è ormai diventato impossibile distinguere la verità dalla menzogna, la realtà dalla finzione, il fatto dal… romanzo.  

«Ho cambiato ambientazione, ma anche io sono un sopravvissuto. Come osano dire che non sono uno di loro solo perché non sono stato in un campo di concentramento?»

Washoe

N.d.r. L’articolo è ripreso dalla pagina culturale Aquile Solitarie e può considerarsi un ‘Guest Post’. Ha inizio quindi, proprio a partire da questo mese, uno scambio culturale tra la redazione de Labirinto-Magico e quella delle ‘Aquile Solitarie’.

Tratto da: https://aquilesolitarie.altervista.org/enric-marco-maestro-della-menzogna/

Omaggio allo studio Ghibli: il lavoro ‘dietro le quinte’ della casa cinematografica

Rovistando in soffitta, nella casa dei genitori della mia compagna Jun, durante la lunga quarantena cinese per il Covid-19, riceviamo una bellissima sorpresa dal passato. Di cosa si tratta? Precisamente di un grosso volume dalla copertina in bianco contrassegnata da un titolo in giapponese che, almeno inizialmente, sembra indicarmi ben poco.

Abbastanza incuriosito decido, su consiglio della stessa Jun – già a conoscenza del suo contenuto – di aprirlo. Il libro, acquistato da lei diversi anni prima a Pechino, comprende una preziosa raccolta fotografica di schizzi e disegni preparativi, frutto del lavoro realizzato dal celebre Studio Ghibli: uno degli studi cinematografici giapponesi, specializzati in animazione, più famosi al mondo. Nato nel 1985, dall’incontro tra Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Takuma Yasuyoshi (nella veste di presidente) e Hara Toru (come direttore amministrativo delegato), lo Studio Ghibli realizza, a partire dal 1986, una serie di capolavori di animazione di altissimo livello che presto diventeranno dei veri e propri ‘cult’ per intere generazioni. Il volume, un bellissimo omaggio al cinema giapponese, raccoglie alcuni tra i film d’animazione e produzioni dello  ripercorrendone la storia attraverso i disegni e gli sketch di capolavori come Laputa – Castle in the sky (‘Laputa – castello nel cielo’); My neighbor Totoro (‘Il mio vicino Totoro’) e moltissimi altri.

(per scoprire l’intera lista dei capolavori che si celano nel volume percorri le slide)

Il volume, che rappresenta uno scorcio in parte inedito per questi capolavori cinematografici, consente al pubblico e a tutti gli amanti della casa di produzione giapponese, di avvicinarsi al lungo, faticoso e invisibile lavoro finalizzato alla realizzazione di una pellicola d’animazione. Attraverso questo materiale perciò possiamo avvicinarci alle prime fasi di studio e lavorazione di un cartone animato e, allo stesso tempo, relazionarci con i grandi maestri della tradizione nipponica quali, ad esempio, Hayao Miyazaki e Isao Takahata che, come ben sappiamo, hanno fatto la storia e la fortuna del cinema d’animazione giapponese ma anche osservare, più da vicino, i disegni realizzati per registi esordienti quali Mochizuki Tomomi e Kondō Yoshifumi che, a partire dai primi anni ‘90, vengono integrati nel team dello Studio Ghibli. Nonostante nel libro vengono riportati esclusivamente schizzi e disegni realizzati a matita e appena colorati a pastello, riusciamo comunque a riconoscere il grandissimo talento di questi ‘pionieri’ dell’animazione nipponica e mondiale che, attraverso la loro creatività passione e impegno, ci hanno consentito di ‘vivere’, entusiasmanti avventure in compagnia di personaggi bizzarri e fantastici.

 (N.d.R.):  1. La produzione di Nausicaa nella valle del vento oggi viene, erroneamente, attribuita allo Studio Ghibli. In realtà la pellicola, uscita nel 1984, è realizzata da Topcraft e distribuita dalla Toei Company. Cfr.  https://it.wikipedia.org/wiki/Nausica%C3%A4_della_Valle_del_vento_(film)

2. Non sono riuscito a risalire, purtroppo, al nome del prezioso volume giapponese dal quale ho estratto i contenuti per via di comprensibili difficoltà di traduzione.

Bibliografia:

M. R. NOVIELLI, Animerama: Storia del cinema di animazione, Marsilio Editore, 2015

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BREVI NOTE

Antefatto: cioè ante sospensione dell’attività didattica e ante decreto Io resto a casa.

25 febbraio 2020

Oggi sono stata a Perugia. Per strada mi sono coperta naso e bocca col bavero del cappotto perché mi era arrivata una folata di smog.

Una ragazza – dell’età che “io sono invincibile” – mi ha guardata con un ghigno a metà tra lo stupore e la superiorità.

Ho pensato che lei abbia pensato che il mio gesto fosse dovuto al virus.

Evidentemente il virus era già entrato nella cultura e nella società.

Prima settimana di isolamento.

Marzo 2020

Per motivi di studio avvio la visione di Viaggio in Italia, documentario sul Living Theatre del 1976. Il filmato parte dal punto in cui Julian Beck e Judith Malina si dividono le seguenti battute:

  • Abbiamo il proposito di rappresentare il mito del primo assassinio
  • e quindi di tracciare le conseguenze di questo mito
  • analizzare ripetutamente le conseguenze di questo mito
  • poiché dalle conseguenze di quella prima morte risultano tutte le altre.

Il Living occupa una piazza di Taormina. Mi inizio ad inquietare all’ultima battuta e l’inquietudine prosegue quando, rapidissima dopo le suddette parole, parte l’azione: gli attori del Living Theatre tossiscono e si dimenano fino a cadere a terra “morti”. La casualità dell’aver visto questa come scena prima di tutto il video non fa che richiamare più velocemente alla mente il contagio con relative definitive conseguenze di questo periodo più tragico, forse, del mito stesso di Caino. Sta di fatto che, oggi come ieri, il Living Theatre lascia il segno, anche se “solo” bucando lo schermo.

Gli italiani saranno abituati.

Mi chiedo se gli italiani siano abituati a stare in casa. Mi chiedo se gli italiani si abitueranno a stare in casa per un lungo periodo di tempo. Soprattutto avverto la preoccupazione dei genitori con i loro figli. Mi stupisco di tale preoccupazione. Mi ricordo che da bambina trascorrevo giornate in casa con i miei familiari senza colpo ferire: noia sì, ma anche compiti da eseguire, disegni da tracciare e colorare, giochi da inventare e forse troppa televisione. Ricordo sì le infuriate dei genitori scaturite dai litigi di noi bambini, ma in definitiva lo stare a casa era la norma. Oggi si soffre a stare a casa. Siamo abituati ad uscire anche solo per farci una passeggiata o per prendersi un caffè al bar. D’altra parte arrivano rincuoranti le voci di amici e conoscenti pronti ad affermare che restare a casa non sarà certo un problema visto che abitualmente lo fanno. Poi però i giorni passano inesorabilmente solitari ed anche questi miei amici e conoscenti si sentirebbero più persi senza una connessione internet. Appena scattato il decreto Io resto a casa corro ad avvertire via social sul rischio di incorrere in depressione nel periodo dell’isolamento: in passato sono stata isolata per ben più di qualche mese e conosco le conseguenze di un tale stile di vita. Dunque ben vengano le comunicazioni via etere, primo comandamento: non perdere di vista nessuno. In tanti l’hanno capito: spopolano le fotografie delle videochiamate tra amici e chi non si fotografa tuttavia di videochiamate ne fa. Il problema è per chi non ha ancora dimestichezza con questi mezzi tecnologici. Alla fine della prima settimana di isolamento, la prima di tante che dovremmo affrontare, mi spavento: una donna urla in strada sotto la mia finestra che non ne può più di stare in casa ed un’altra donna le risponde che neanche lei ne può più di stare in casa. Mi spavento per due motivi: per le condizioni psichiche delle due; perché mi chiedo se gli italiani ce la faranno a resistere tanto a lungo in condizioni di isolamento. Poi mi calmo pensando che si abitueranno.

Per forza rallentare.

Rallentare per forza. Rallentare nei consumi e nella produzione. Rallentare nel traffico di merci e di persone. Rallentare negli eventi e nelle attività. Finalmente si tornerà a risparmiare e a risparmiarci, forse. Eppure già è stata annunciata l’accelerazione per la ricostruzione e forse, ancora una volta, passerà inascoltato Latouche con la sua «decrescita». Intanto siamo senza trasporti aerei, dunque torniamo a ricordarci delle distanze; ma le comunicazioni non viaggiano con tempi dilatati, sono veloci più che mai. Non è come fu per la peste del ‘600. Noi siamo uno Stato, noi abbiamo i mezzi di comunicazione di massa. Per una volta tanto tutto ciò non suona come una minaccia ma come la garanzia del meglio che poteva toccarci in sorte.

Punti forti o deboli del nostro sviluppo in corso e futuro.

Una Nazione che in gran parte si ferma ci fa accorgere del fatto che siamo come un coro. In un coro ognuno è importante: ogni lavoratore è risultato essere importante. Questo emerge dalla difficile situazione economica e dalle misure del decreto del 16 marzo 2020. Nella già annunciata «fase della ricostruzione» forse il lavoro tornerà finalmente a essere centrale, più dei consumi. Forse di nuovo ci sarà lavoro per ognuno. Forse la reale e non amata burocrazia italiana riceverà un altro duro colpo. Forse impareremo ad usarla al meglio questa dannata e benedetta tecnologia. Forse uno dei comparti “tagliati” negli anni precedenti ne verrà fuori più forte: la sanità ovviamente. Allora non c’è che da avere paura per il prossimo cataclisma pensando a quanti comparti ci sono da recuperare. Per favore anticipiamo il cataclisma. Per la prossima volta facciamoci trovare preparati. Si conoscono già i punti deboli del nostro sistema.

Maria Luisa Sementilli

Contatti:

Email: marialuisasementilli@virgilio.it

FUGA DAL LABIRINTO MAGICO. Come evadere passeggiando tra i libri.

di Giacinto Licursi

illustrazione di: Alessia Delli Rocioli

Vorrei esser ricco, da permettermi una segretaria a cui dettare passeggiando, perché i pensieri migliori mi vengono quando non sono alla macchina. Leggo Tropico del Cancro di Henry Miller e penso «diamine se ha ragione!». Peccato che negli ultimi tempi ho avuto poco tempo per passeggiare. Passeggiare, intendo, nel vero senso del termine. Uno, a mio avviso, passeggia sul serio soltanto quando non ha molti grattacapi per la testa, per dirla in lingua vera non ha un bel cazzo da fare; allora, quello sì che si può definire passeggiare! Ma se hai per la testa un posto o anche una minima idea di dove stai andando, be’ allora addio, non stai più passeggiando, stai correndo verso un dannato scopo. Chi passeggia beatamente non sta lì troppo a menar il can per l’aia, che importa se intanto intorno gli accade l’impossibile, la Realtà; gli importa invece assai che il piede sinistro prosegua assieme a quello destro e via dicendo. Al più, chi passeggia potrà sofisticare sul ritmo dell’andatura, sulla scelta delle calzature indossate e sul nodo dei lacci, sull’ampiezza della falcata, sul declinare dolce di via Po a Torino verso il fiume o magari potrà intrattenersi a contare quanti scalini bisogna salire lungo via Appia per raggiungere il centro storico di Perugia – 198 per l’esattezza – ma mai e poi mai si sognerebbe di intraprendere un’altra attività che esuli dal solo passeggiare.

 A vent’anni, fresco di università, passeggiavo eccome! Tutto sommato devo ammettere che funzionava, passeggiando avevo un sacco di ottimi spunti per i miei racconti. Così l’autista dell’autobus, il punkabbestia con il cane, la vecchia con la pelliccia di visone ad aprile, il vicino di casa incrociato una volta sola per sbaglio sul pianerottolo, la fioraia triste, la barista cinese, il parrucchiere cantante, il pizzaiolo afgano, il kebabaro turco, la commessa del discount, il tizio fuori dal supermercato che ti chiede due euro, la farmacista feticista, il pusher alla stazione, l’avvocato del sindacato, lo studente fuori sede, tutti questi e molti altri erano i personaggi di un mondo che mi circondava e che sentivo la necessità di raccontare. Peccato che anch’io come Miller non avessi all’epoca abbastanza soldi da permettermi una segretaria a cui dettare passeggiando, altrimenti a quest’ora sarei già uno scrittore affermato. L’idea di un racconto durava pressappoco il tempo che ci vuole a cambiare canale alla tv. Gestire gli input che ti sommergono dall’esterno non è semplice a vent’anni, soprattutto quando vivi fuori casa per la prima volta e il mondo ti sembra una cazzo di anaconda che ti stritola le ossa ad ogni giro di spire. Poi crescendo capisci che è peggio. Ho riletto alcuni dei miei primi racconti, al quinto rigo ero già su Google a cercare la ricetta per dei muffin perfetti alle gocce di cioccolato. La narrazione, dispiace dirlo, non funzionava. Sono nato alla fine degli anni Ottanta del Novecento del secolo scorso. Ciò significa che la mia idea del mondo per molto tempo è stata influenzata da quel secolo lì, da quella cultura; che ci volete fare adoro gli scrittori dell’Ottocento, sono e rimarrò un Romantico. Eppure il nuovo millennio pone gli scrittori di fronte a nuove sfide da affrontare, nuovi interrogativi e soprattutto necessita di nuovi pensatori illuminati capaci di immaginare scenari altri da quelli narrati quotidianamente del terrore diffuso. La macchina della Propaganda. L’arte di manipolare l’opinione pubblica di Edward Bernays può essere smantellata, è ancora possibile evadere da questo Labirinto Magico se davvero lo vogliamo, il filo di Arianna non è perso, i nostri racconti ci permetteranno di trovare insieme una via d’uscita.

Ho varcato da poco la soglia dei trent’anni. H. D. Thoreau direbbe che sono entrato appieno nell’età in cui tutte le illusioni giovanili vengono meno. A ventotto anni avrei dovuto fare come lui in Walden ovvero Vita nei boschi, abbandonare la città e rifugiarmi in qualche bosco a ricercare me stesso. Oggi i trentenni hanno un grande difetto, non passeggiano più molto volentieri, hanno la testa talmente piena di pensieri che gli è impossibile farlo: il lavoro, la casa, la famiglia e tutto il resto. Io stesso non passeggio più come un tempo. Per lo più adesso mi sposto in auto o con i mezzi pubblici. Sarà l’età, mi devo essere impigrito. Se esco di casa ora è perché ho un serio motivo, tipo fare la spesa o cose del genere. Da qualche parte devo aver letto che la vita è quella cosa a cui uno pensa tutti i giorni. Se fosse così allora la mia vita sarebbe un continuo senso di fame. Ho una paura fottuta di diventare povero lo ammetto, perché i poveri hanno sempre fame e freddo, ed io odio il freddo. Per questo credo che la maggior parte delle persone eviti i poveri e i senzatetto, sotto sotto ha paura di fare la stessa misera fine. Il consumismo massificato ci ha reso schiavi dei beni, è un dato di fatto. L’altro serio motivo per cui esco di casa è il lavoro. Se non vuoi soffrire la fame devi lavorare, e per lavorare non puoi perdere tempo a passeggiare per strada, devi correre; e quando sei perso in un fottuto Labirinto Magico correre non ti serve a niente. Molti dei lavori svolti in passato dai nostri nonni e dai nostri genitori oggi sono spariti o vanno scomparendo, rimpiazzati da altri con nomi dall’accento inglese e spesso più à la page. Le offerte di lavoro oggi sono piene di annunci che ricercano social media manager, web designer, riders, business celebrity builder, big data analyst… chi sarà in grado oggi di raccogliere la sfida e di parlare di loro, di narrare delle loro storie? Tra l’altro alcune di queste professioni, tipo l’assistente sociale per social network o l’agricoltore verticale, non esistono formalmente ancora, ma tra dieci o forse dodici anni molto probabilmente sì. La domanda è: saremo capaci di affrontare queste nuove sfide narrative, saremo in grado di trovare le parole adeguate per raccontare i fatti aderenti alla realtà oppure no?

Non ho la risposta a queste domande, non ancora. Il labirinto intorno a me si fa sempre più stretto; per ora non importa, non sto correndo da nessuna parte, passeggio virtualmente nel Labirinto Magico, la mia è un’evasione pacifica, i libri nello zaino mi aiuteranno a scovare nuovi orizzonti verso cui puntare il mio cammino di libertà.

Data 12/03/2020

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Esistenzialismo e anima guerriera in Adversus: l’ultimo album dei Colle der Fomento.

Sono passati già due anni dall’uscita di Adversus, quarto album dei romani Colle der Fomento, eppure, ancora oggi, non posso fare a meno di ascoltarlo. Prodotto da Bassi Maestro, Dj Craim e Little Tony Negri, l’album si rivela originale sin dalla copertina in cui è ritratta una maschera da guerra Menpō, usata anticamente dai guerrieri nipponici. Adversus, termine latino che si traduce con le parole opposto/avverso, rappresenta, molto probabilmente, l’album più maturo della compagine romana e può considerarsi, citando direttamente il primo brano della tracklist, come storia di una lunga guerra ovvero la battaglia intima e introspettiva e con il mondo, sempre più freddo ed arido, condotta dall’individuo:

C’è una guerra là fuori non puoi startene in disparte
C’è una guerra dentro, ti consuma nella mente e carne
C’è un nemico che spara se non spari tu per primo
E c’è un nemico nel riflesso dello specchio ogni mattino
E vuole uccidere me, sì ma non è ancora il momento
Ancora tengo banco e lotto in questa notte cor silenzio […]

(Colle der Fomento – Storia di una lunga guerra)

I testi del disco, come sempre taglienti e dalla metrica impeccabile, assumono in questo lavoro una dimensione intima ed esistenziale che si connette alla realtà circostante in cui i Colle der Fomento non sembrano proprio ritrovarsi. Ciò, ad esempio, si evince in brani come Eppure sono qui o in Noodles dove gli artisti, nonostante un sentimento di perdizione, dettato dalle condizioni della società circostante ma anche da episodi strettamente intimi e personali, continuano a lottare e a sputare, come un pugile in combattimento, il loro sangue:

[…] Ho preso qualche treno, qualche nave
Qualche sogno qualche tempo fa
Seguendo un’intuizione e poi sono tornato qua
Coi miei bagagli a mano su per tutte queste scale
Scalciando contro il cielo, scavando sul fondale
Senza pensare a ciò che ho perso nel tragitto
Tenendo stretto il meglio di me stesso che non ho mai scritto
Ringhiando al buio contro una parete
Grattando via la quiete […]
(Colle der FomentoNoodles)

La lotta della band, che può definirsi in un certo senso autoconsapevolezza, si spinge ad una forte rottura, come si coglie in Penso diverso, forse il più politicamente impegnato dell’album, contro le mediocri ideologie politiche sorte in Italia e in altre aree d’Europa le quali, sempre più spesso, incidono a discapito delle persone più deboli:


[…] Mentre il mondo intorno si sgretola
Tu chiudi la tua porta e spegni il segnale
È un confine sottile
Chi è dentro è dentro, chi è fuori è un bersaglio
Mentre sogni un fucile da puntare
Su ogni singolo errore, ogni singolo sbaglio […]
 (Colle der FomentoPenso diverso)

Tutto ciò viene sorretto e impreziosito dal ‘sound’ di Dj Craim che crea sonorità innovative che trasmettono un’atmosfera ricercata che si sposa perfettamente con la struttura testuale dell’album. Ciò, ad esempio, si evince dal fischio iniziale presente in Storia di una lunga guerra (che coincide volutamente a quello finale dell’album contenuto nel brano Mempo), dagli accordi di chitarra essenziali quanto penetranti in Eppure sono qui, dal suono cupo e nostalgiche di pezzi come Polvere, che rimanda alle riflessioni sull’esistenza e la morte o dall’hardcore veloce e rabbioso in Mempo. L’album si avvale inoltre di importanti featuring come si può cogliere con Kaos (in Sergio Leone e Miglia e promesse) e dalla tromba di Roy Paci (in Polvere) che testimoniano, nuovamente, l’impegno profuso dai Colle per la realizzazione di questo disco. La battaglia personale e civile, condotta da Danno, Masito e Dj Baro, in Adversus si conclude con l’ultimo brano hardcore Mempo in cui riemerge, dopo il dolore e le sofferenze, l’anima guerriera e combattiva dei Colle der Fomento.

Tracklist:

  1. Storia di una lunga guerra – 3:44
  2. Eppure sono qui – 4:14
  3. Nulla Virtus – 3:32
  4. Noodles – 3:36
  5. Lettere d’Argento – 3:19
  6. Adversus – 3:09
  7. Penso diverso – 4:58
  8. Sergio Leone (feat. Kaos One) – 3:34
  9. Nostargia – 3:32
  10. Miglia e promesse(feat. Kaos One)  – 3:32
  11. Musica e fumo (Re-Edit) – 4:23
  12. Polvere (Roy Paci) – 5:43
  13. Mempo – 3:39

Jes

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Se questo è un uomo: un antidoto contro l’intolleranza e il razzismo.

Razzismo e omofobia, ombre oscure di un passato non troppo lontano, si riaffacciano minacciosamente in Europa e nel mondo. Vagano come fantasmi di un terribile incubo e si rivelano nel quotidiano dove ormai è diventato comune assistere – direttamente o indirettamente – ad insulti verbali e violenze fisiche, a minacce e continui atti d’odio. I capo-branco – ovvero i ‘politicanti’ di turno posati sulle loro scrivanie – dagli altopiani, rivolgendosi ai ‘mostri’ della stessa specie, ululano rabbiosamente – per fame di potere – parole volgari e inumane. Il branco – cogliendo il messaggio – si trasforma in un essere umano brutale e vigliacco e, come in una partita di caccia, punta la sua vittima, l’afferra con denti affilati come coltelli, la colpisce e l’annienta diventando il simbolo inequivocabile di un’umanità ormai perduta. Di fronte a tutto questo – senza dubbio – bisognerebbe accendere la torcia e cercare un po’ di luce o prendere in mano una bussola per ritrovare l’orientamento e il cammino perduto. Bisognerebbe abbandonarsi alla letteratura e alla poesia, ai saggi e alla storia per ritrovarsi. Bisognerebbe adoperare saggiamente il cervello e proiettarlo verso la cultura ed iniziare a meditare sul nostro presente. A tal proposito, ad esempio, si potrebbe scegliere di rileggere Se questo è un uomo, romanzo autobiografico scritto da Primo Levi in seguito alla terribile esperienza vissuta nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel caso di questa opera letteraria l’inchiostro nero uscito dalla penna dello scrittore diventa il simbolo di un’ atroce sofferenza e ciò si coglie sin dalle parti iniziali del romanzo:

« I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo soltanto quarantacinque […] Proprio così, punto per punto: vagoni merci chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina […] Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. […] Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità. Gli sportelli erano stati chiusi subito. […] Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz». 

P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989 (ristampa), pp. 20-21, 23.

Il viaggio verso Auschwitz, come si legge in questo frammento, ha inizio nel vagone di un treno dove uomini, donne e bambini, al pari di ‘merce di dozzina’, viene compresso al suo interno. L’essere umano – come si legge dalle parole dello scrittore – si sente totalmente annientato, perduto e solo. Nonostante ciò i soldati tedeschi – da considerarsi gli esecutori di questa tragedia umana – sembrano incuranti della fame, della sete e delle ardue condizioni vissute dai deportati:

« Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri , coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine».

P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989 (ristampa), pp. 24-25

L’incubo di quel viaggio si conclude dopo pochi giorni quando il treno arriva ad Auschwitz; luogo in cui i deportati perdono definitivamente la loro libertà restando intrappolati tra le mura grigie e i ferri spinati del lager nazista. Alcuni di essi, tra cui i disabili e le persone più deboli, vengono uccisi vigliaccamente nelle camere a gas mentre gli altri, come si legge ancora tra le pagine del libro, subiscono ulteriori umiliazioni dentro una stanza squallida del lager:

«Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi a stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere […] Finalmente si apre un’altra porta: eccoci tutti chiusi, nudi tosati e in piedi, coi piedi nell’acqua, è una sala di docce. […] non ci dànno da bere […] non abbiamo né scarpe né vestiti ma siamo tutti nudi coi piedi nell’acqua, e fa freddo è cinque giorni che viaggiamo e non possiamo neppure sederci. […] quando si saranno annoiati di vederci nudi, ballare da un piede all’altro e provare ogni tanto a sederci sul pavimento, ma ci sono tre dita d’acqua fredda e non ci possiamo sedere».

P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989 (ristampa), pp. 34, 27-38

Levi, facendo riferimento a L’Inferno dantesco – analogia continua nel romanzo – descrive scene di terribile, disumana e insopportabile crudeltà. I deportati, come si legge dalle parole dello scrittore, vengono torturati, annientati fisicamente e mentalmente, spogliati del loro «essere» più intimo e privati di qualsiasi forma di libertà. Lo stesso autore, stremato dal lavoro, sofferente per la fame e torturato dagli incubi, vive quotidianamente a contatto con la morte, elemento costante nell’atmosfera rarefatta e desolata del lager tedesco. Egli però, a differenza di moltissimi altri prigionieri, riesce a sopravvivere ad Auschwitz e a testimoniarci la tragedia vissuta nel lager. Il dolore tuttavia rimarrà sempre impresso in lui e ciò lo condurrà, nel 1987, a togliersi la vita.

La lettura, come si rivela anche in questo caso, è un dono. In Se questo è un uomo infatti, attraverso il processo di immedesimazione, riusciamo a rivivere con la nostra mente una delle fasi più desolanti della storia dell’umanità in cui morirono milioni di uomini tra cui: ebrei, civili sovietici, polacchi e serbi, oppositori politici e membri della Resistenza, persone con disabilità, Rom, testimoni di Geova e omosessuali. L’intolleranza, nel momento in cui si sovrappone all’ignoranza – come ci insegna Levi – conduce l’essere umano alla violenza brutale spingendolo a compiere atti malvagi, disumani e atroci. Oggi, come abbiamo avuto modo di comprendere con la rilettura di Se questo è un uomo, possiamo sicuramente affermare con forza che l’ intolleranza e il razzismo non ci portano da nessuna parte. Oggi bisognerebbe combattere tutto questo e opporsi – per evitare gli errori commessi nel passato – a tutti gli insignificanti ‘profeti’ dell’odio e appassionati di citofoni.                                 

Jes          

La scimmia pensa, la scimmia fa di Chuch Palanhiuk: quando la realtà supera la fantasia

Il nome di Chuck Palahniuk è spesso associato al celebre best-seller Fight club, divenuto, nel 1999, anche un cult-movie dal titolo omonimo. L’esperienza dello scrittore americano, tuttavia, non deve – e non può – essere racchiusa in un’unica opera. Il talento letterario di Palahniuk, infatti, lo ritroviamo anche in altri suoi lavori come nel caso del saggio La Scimmia pensa, la scimmia fa. Dalla copertina del libro, confezionata da una splendida veste grafica in cui si vede una scimmia con in mano una pistola, rimaniamo colpiti, sin da subito, dal sottotitolo, ovvero, “Quando la realtà supera la fantasia”. Questa espressione, particolarmente acuta, mostra l’interesse dell’autore per la rappresentazione della realtà, elemento che traspare, in maniera del tutto cristallina, anche in Realtà e narrazione: una premessa prefazione scritta da Palahniuk in persona. Il saggio, composto da un totale di 23 racconti, è suddiviso in 3 differenti parti, intitolate, rispettivamente Insieme; Ritratti; Personale; ognuna delle quali caratterizzata da un taglio narrativo diverso. In Insieme, una raccolta di 9 racconti (Il festival del testicolo; La carne si produce qui; Voi siete qui; Demolizione; La mia vita da cane; Professioni di fede in pietra; Frontiere; Una lattina di carne umana; La signora), lo scrittore trae ispirazione dalle stravaganze dell’uomo contemporaneo. Ciò si può osservare, ad esempio, in Il festival del testicolo, narrazione di un bizzarro festival (appunto il “Testicle Festival”) svolto in una piccola cittadina del Montana; in Demolizione basato su un demolition derby con le mietitrebbie o in Professioni di fede in pietra in cui viene raccontata l’eccentrica passione di alcuni milionari americani diventati costruttori di castelli. In Ritratti, la seconda parte del saggio, troviamo, invece, una selezione di 7 racconti: Con parole sue; Perché non si muove; Non cerco Amy; Leggersi le carte; I bodhisattva; Errore umano; Egregio signor Levin,. In questo caso l’autore, attraverso l’espediente dell’intervista, delinea i profili di alcuni interessanti personaggi della società attuale. Questo è ciò che viene a compiersi in Perché non si muove, dove Andrew Sullivan, giornalista, scrittore inglese e attivista per i diritti degli omosessuali, espone alcuni momenti della sua vita o in Leggersi le carte, in cui la celebre rockstar Marylin Manson (pseudonimo di Brian Hugh Warner), mediante un’autolettura dei tarocchi, compie un percorso autobiografico e della sua personale esperienza artistica. Il saggio si conclude con Personale, sezione autobiografica e più intima, caratterizzata da 7 racconti: Accompagnatore; Quasi California; Lip Enhancer; La scimmia pensa, la scimmia fa; Camminare sul filo; Adesso ricordo ; Premi di consolazione. Tra i racconti da segnalare, in questa parte, emergono – senza ombra di dubbio –  Accompagnatore, descrizione accurata del tempo trascorso da Palanhiuk insieme ad un malato terminale e Quasi California, racconto tragicomico e grottesco, in cui lo scrittore narra di una sua infezione al cuoio capelluto poco prima dell’incontro con gli agenti della produzione del film Fight Club.

A questo punto, allora, la domanda che sorge spontanea è:« perché leggere La Scimmia pensa, la scimmia fa?» La risposta è semplice. Palanhiuk, attraverso un linguaggio innovativo, caratterizzato da uno stile crudo, asciutto e a tratti nichilista, ci conduce, mediante la sua dimensione minimalista, ad esplorare varie sfaccettature del genere umano. Lo scrittore ci presenta situazioni grottesche, assurde e tragicomiche, ribaltando, abilmente, il concetto di realtà ordinaria. La narrazione di eventi, talvolta anche banali, dunque, non sembrano stancare mai il lettore che, divertito, dalla narrazione di storie tratte esclusivamente dalla realtà, prova, nel momento della lettura, sensazioni di straordinario ed intenso stupore. Da leggere assolutamente.

Jes

anche in:

http://www.lettoriribelli.com/2017/08/la-scimmia-pensa-la-scimmia-fa.html

Monarch: l’inferno della tortura illustrato da Akab

Passeggiando in una libreria, in compagnia di Jun, rimaniamo affascinati, nella sezione dei libri illustrati, da un volume molto interessante intitolato Monarch. Il suo autore AKAB, nome d’arte di Gabriele di Benedetto, ci conduce mediante il suo disegno claustrofobico e tetro, verso i confini più oscuri della “natura” umana. Il tema principale di questo volume palindromo (cioè che presenta due punti di vista) è quello della tortura. L’emozionante, quanto suggestivo libro illustrato, ambientato negli Stati Uniti, trae ispirazione dalla ricerca denominata progetto MKULTRA, realmente esistita e condotta tra gli anni ‘50 e ‘70 dai servizi segreti statunitensi . Tale ricerca, realizzata in maniera illegale e clandestina, veniva effettuata su uomini e donne che, diventati veri e propri prigionieri, subivano ogni tipo di supplizio. Su di essi venivano sperimentate sostanze psicotrope ma anche metodi di deprivazione sensoriale, lobotomia ed elettroshock, abusi sessuali e verbali, volti al control mind, ovvero alla manipolazione della mente umana. L’orrore e l’atmosfera di sofferenza sono ben rappresentati da AKAB che si avvale del punto di vista della vittima (una donna) e di quello, del tutto differente, del carnefice che trovano espressione in due sezioni separate. Nel caso della parte dedicata alla donna, forse la più commovente, la prigioniera elabora 30 metodi per ritrovare la libertà perduta; in quella ispirata al carnefice, invece, quest’ultimo pensa a 30 metodi su come torturare e provocare sofferenza ad una persona. L’opera, ben curata anche nella sua veste grafica, presenta immagini e parole cariche di dolore, in cui lo stesso AKaB sembra rivivere in prima persona gli orrori e la sofferenza umana. In Monarch, l’equilibrio tra scrittura e disegno è ben dosato dall’artista che, attraverso questo volume edito nel 2013, dà vita ad un vero e proprio “capolavoro” denunciando le atrocità della tortura, un male che purtroppo ancora oggi continua a mietere vittime e atroci sofferenze in tutto il mondo.


Jes

©AkaB

http://mattatoio23.blogspot.it/

Le bellezze del mondo nella fotografia di Sebastião Salgado

Arrivato a Lisbona, in occasione di un breve viaggio compiuto due anni fa, il mio caro amico Matteo mi propone di accompagnarlo alla mostra di un fotografo brasiliano. Entriamo così alla Cordoaria Nacional, centro espositivo della capitale lusitana, dove ha luogo Genesis, progetto fotografico di Sebastião Salgado. L’esposizione, curata da Lélia Wanick Salgado (moglie dell’autore), si compone di 245 fotografie in bianco e nero, frutto dell’intensa attività del fotografo condotta in alcune delle aree più remote del pianeta, come i ghiacciai dell’Antartide, la taiga dell’Alaska, le montagne dell’America, del Cile e della Siberia, i deserti dell’America e dell’Africa, fino ad arrivare alle foreste tropicali di Congo, Amazzonia, Indonesia e Nuova Guinea. Le fotografie, realizzate tra il 2003 e il 2011, ritraggono, in tutta la loro bellezza, splendidi paesaggi naturalistici che, non ancora deturpati dalla presenza dell’uomo, diventano un vero e proprio manifesto in favore dell’ambiente, come dichiara, a proposito del suo lavoro, lo stesso autore: «Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all’ aria, all’ acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’ addomesticamento e sono ancora “selvagge”; alle remote tribù dagli stili di vita “primitivi” e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazioni umane». Salgado, mediante immagini potenti e suggestive, incanta lo spettatore attraverso scenari di straordinaria bellezza, come nel caso dei territori dell’Antartide, della Patagonia e dell’Alaska, dipinte dal bianco freddo dei ghiacciai, dalle tonalità grigiastre dei monti e dalle increspature scure dell’oceano. Lo splendore della natura paesaggistica, in diversi casi, è equilibrata dalla presenza di vari animali, come si vede, ad esempio, da un gruppo di pinguini che si tuffano da un pendio ghiacciato verso le profondità del mare; dalle code di balene che fuoriescono, come delle sirene, dall’acqua; dalle immense distese di foche che posano su territori aspri e rocciosi oppure dei gabbiani in volo o posati sul ciglio di una montagna.

Jes

@Sebastião Salgado