Il Conto

Antonio aprì gli occhi. Era notte fonda. Non riusciva a dormire. Sua moglie sognava beata come un bambino stanco. Si infilò le pantofole e cominciò a brancolare nel buio. Sentiva un richiamo. Una voce. E un urlo sempre più forte che si faceva spazio nel silenzio. Poi un’armonia appena distinguibile tra il rumore frastornante di passi contro passi. Scarpe che battono contro pavimenti di… Chiuse gli occhi. Si tappò le orecchie. Corse in cucina. Strappò un pezzo di carta e la ascoltò. Come aveva sempre amato fare. La avvicinò ad un orecchio. Poi la strappò in pezzi sempre più piccoli. Sentiva solo il suono eccitante dei frammenti che si sgretolavano e cadevano a terra senza far rumore. Aveva sempre amato i suoni che emanano le cose quando si frantumano e si spargono a terra in mille pezzi. Gli aveva sempre mandato di volta il cervello peggio di una droga. O del sapore del brandy sulle labbra che rimane dopo l’ebrezza di una notte fuori casa. Ad un certo punto sentì un sussurro sempre più fitto. Come di fragili brandelli di stoffa che piovono dal cielo e si posano a terra senza posa. Guardò la porta di casa. Sembrava volersi aprire. Afferrò il suo giaccone grigio ed uscì. Un alito di gelo gli fece stringere un pugno come a volersi spaccare. Nevicava fitto fitto. Così. Senza nessuna previsione. Si morse le labbra credendo di sognare. Erano gelide. E vere, soprattutto. Era sveglio. A passi lenti si incamminò nel nulla. Sentiva il solito richiamo. Stavolta muto. Perché era nello stomaco. Poi nei timpani. Nei polmoni. Nella gola. Fece appena trecento metri in un’ora. Si fermava ad ascoltare con ferocia ogni singolo passo sulla neve generare quel suono soffice e tagliente per la sua pelle. Come un flash improvviso vide un uomo seduto su una panchina, in disparte. Guardava i fiocchi cadere ad uno ad uno e la sua testa era tutta immersa in quel turbinio così paziente. Le sue labbra sussurravano parole in una lingua fatta di suoni incomprensibili, come l’unione di più rumori a formare un’unica melodia. Era vestito con un frac bianco e una rosa nera all’occhiello. Si confondeva con la neve e risplendeva nella notte. Antonio si avvicinò. Era ipnotizzato. Ad ogni suono pronunciato le sue gambe avanzavano di qualche metro. Era sempre più vicino. L’uomo cominciò a parlare.

– Sapevo che saresti venuto. Dovevo saperlo fin da subito che cosa occorreva per attirarti a me. Ci sono voluti sette anni ma ne è valsa la pena.

– Tu chi sei? Che cosa vuoi da me? Come mi hai fatto arrivare fin qui senza che lo volessi? – rispose lui come ridestato dall’incanto.

– Io non ho fatto niente. Sei tu che sei caduto nella tua stessa trappola.

– Quale trappola? Che cosa stai dicendo? Lasciami andare!

I suoi piedi erano ancorati a terra.

– Hai un’ora di tempo – riprese l’uomo col frac bianco – Sai cosa devi fare. Se non tornerai qui con ciò che voglio, la tua casa e tutto quello che contiene, compresa tua moglie, si dissolveranno nel sole come la polvere bianca di questa bufera.

Quindi si alzò e scomparve correndo lentamente tra la neve che cadeva. Più fitta che mai. Antonio era impallidito. Non capiva. Che cosa aveva voluto dire? Chi era quell’uomo che lo aveva condotto fin lì con quegli strani sussurri per lui non nuovi? Ora che ci pensava, non assomigliavano forse ai suoni che amava ascoltare per uscire fuori di sé? Ma come aveva fatto a controllare i suoi passi? Restava lì. I secondi passavano così come i fiocchi di neve continuavano a cadere senza sosta. E coprivano la città spenta. Coprivano gli odori, i colori, le cose fragili che quando si frantumano si fanno in mille pezzi ed emettono rumori penetranti. Antonio continuava a pensare. Della sua vita ricordava soltanto gli ultimi sette anni dopo l’incidente. E degli anni precedenti assolutamente niente. Non ricordava i suoi genitori ormai passati a miglior vita. La sua infanzia, la sua adolescenza, come aveva conosciuto Cristina. Aveva ricominciato. Ma è impossibile ricominciare da zero senza avere il ricordo di quello che è stato. Come le ultime briciole di neve sui tetti delle case quando l’incanto lascia il posto al disincanto. E anche dell’incidente non ricordava stranamente più nulla. Solo l’amore per quegli strani suoni gli era rimasto. Come se lì fosse la chiave di tutto. Continuava a pensare. Vedeva solo bianco. Sia che gli occhi fossero chiusi. Sia che fossero aperti. Cominciò a correre sulla neve senza meta. Lo aiutava a ricordare. Anche senza sapere cosa. Prendeva una via.Poi ne imboccava un’altra. E un’altra ancora. Fino a perdersi. Si sentiva rosicchiato e risucchiato da qualcosa sotto la pelle. Si stava consumando a poco a poco. Sentì un urlo in fondo alla strada. Chiuse gli occhi. Tornò indietro tentando di ascoltare il suono che emanava il silenzio in modo da trovare l’origine di quel suono stridulo che aveva squarciato tutta la notte. Era un registratore ambulante. Percepiva ogni sibilo. Ogni fruscio. Ogni carezza di due amanti nel loro rifugio segreto. Ascoltava attentamente i suoi passi sulla neve. Aveva come il presentimento che lì si nascondeva ciò che cercava. Correva. Correva. Correva. Era tornato al punto di partenza. La panchina c’era ancora. L’uomo col frac bianco, invece, ancora non c’era. Forse era già passato a ritirare la “cosa”. Era troppo tardi. Pensò alla minaccia. Vide l’immagine di sua moglie che dormiva beata come un bambino stanco. Non c’era più tempo. Ma forse ce n’era abbastanza per poterla salvare. Anche a costo di farlo sull’ultimo capo del filo. Raggiunse la sua casa come un fulmine inaspettato. Era scalzo, davanti allo zerbino. Da quanto tempo lo era? E perché non se n’era accorto fino ad allora Improvvisamente sentì un coccio di vetro conficcarsi nella pianta del piede destro e con la sua puntura gli attraversò l’anima. La porta si aprì. Una luce livida si accese nella stanza d’ingresso. Vide sua moglie e l’uomo col frac bianco in piedi di fronte a lui tenere per mano una bambina vestita di nero che guardava in basso, sul punto di piangere. Nemmeno in quell’istante che lo rivide ricordò. No. Non ricordò. Che un giorno per caso aveva sentito dietro di sé l’amato scricchiolio di vetri di bottiglia che si frantumano in mille pezzi quando vengono calpestati e si era girato. E aveva visto la bambina che lo aveva generato, quel maledetto suono. E gli si era avvicinato. Lo aveva convinto ad andare al Luna Park con lui. E lì ne aveva abusato fino ad ucciderla.  Fino a zittirlo per sempre. No. Non ricordò. Che la stessa notte aveva confessato tutto a sua moglie dopo essersi scolato quattro bottiglie di whisky. Non ricordò. La porta si chiuse alle sue spalle. In quel preciso momento il Conto avanzò verso di lui. E rideva. Rideva fino a strapparsi le budella di dosso.

Lorenzo Pataro

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Il fiato del drago

La terra aveva tremato di nuovo. Quella volta era successo durante la notte. Tutto era iniziato con un vento che ringhiava al di fuori delle imposte chiuse, come un animale famelico. La casa tremava tutta; sembrava di essere al centro di un tornado. La bambina era sdraiata nel suo lettino dalla trapunta con i disegni delle principesse Disney; non riusciva a dormire. Nella sua immaginazione, quello non era il vento, ma il mostro del sonno che voleva rapirla. Stringeva a sé l’orsacchiotto di peluche con il papillon rosso, che le sussurrava di stare tranquilla, che lui l’avrebbe protetta dall’uomo nero. La stanza era avvolta nel buio come un mantello nero; la lucina da notte era fulminata e l’unica fonte di luce era la spia verde della lampada d’emergenza che proiettava ombre inquietanti sul muro, nonostante fosse flebile. Gli occhi della bambina erano spalancati e le orecchie tese a captare qualsiasi rumore al di fuori del vento che ringhiava. Il suo respiro era alquanto affannoso e sentiva le guance bagnarsi dalle sue lacrime di paura, mentre stringeva il peluche talmente forte da non farlo respirare. Stava assorbendo le sue lacrime, come faceva sempre: era un amico fedele lui. Sentì improvvisamente qualcosa che sbatteva violentemente fuori; la bambina scattò in piedi. «Che cos’era, Fred?» sussurrò al peluche. La bambina scostò le coperte e appoggiò i piedi nudi sul cotto freddo, rabbrividendo. Abbracciò Fred, come se fosse il suo scudo e si avvicinò al balcone: era da lì che aveva sentito il rumore. Deglutì; sentiva la gola secca. Aveva sempre avuto paura dei tornado. Aprì il balcone, avvertendo immediatamente il freddo vento che la schiaffeggiava. Abbassò anche le imposte, quanto bastava per permetterle di vedere fuori: era meglio se non lo avesse fatto. C’era davvero un tornado: vedeva buste di plastica volare da sole come fantasmi; le fronde degli alberi scosse a tal punto che potevano essere strappate dalla terra; i pali dell’elettricità che danzavano, rilasciando un suono come di uno sciame d’api. Ed ecco che accadde tutto in un attimo. La bambina non capiva cosa stesse succedendo. Sentì una strana vibrazione con i piedi nudi sul pavimento; istintivamente alzò lo sguardo sul soffitto e vide gli striscioni di carta velina appesi al lampadario muoversi da soli. E la vibrazione si intensificò, fino a fare cadere in ginocchio la bambina che iniziò a urlare e a chiamare la mamma. Non c’era bisogno delle sue grida: i suoi genitori si erano già svegliati in preda al panico e la prima stanza in cui si erano precipitati era quella della figlia. La madre aveva il volto contratto in una smorfia di dolore, sembrava essere stato deformato dalla plastilina; il suo papà urlava alla moglie di prendere la bambina e di uscire immediatamente. La bambina piangeva in preda al panico: prima l’uomo nero, poi il tornado e ora la terra tremava. Che succedeva? La madre l’afferrò e si precipitò lungo le scale, chiamando i vicini già in allerta. La bambina cercava di tenere stretto Fred, che non voleva perdere per nulla al mondo. Scendere le scale con una bambina di otto anni in braccio non era cosa facile, aggiungendo anche il fatto che le scosse ne destabilizzavano l’equilibrio fisico e mentale. La bambina, dalla spalla della madre, vedeva altre persone precipitarsi lungo le scale con vestaglie e pigiami, mentre sopra il boato delle scosse di terremoto distruggeva il palazzo. Sembrava che un enorme drago stesse camminando su di loro, sgretolando quella scatola di cemento come se fosse stato un grissino. Ma il drago fu più veloce di loro. Nella confusione, Fred cadde e la bambina urlava e si dimenava per tornare a riprenderlo, rendendo tutto ancora più difficile. Nessuna delle persone dietro di lei si chinò a raccoglierlo e a ridarglielo, tutti volevano scappare perché era questione di secondi se volevano salvarsi. In giro si sarebbero trovati milioni di orsacchiotti, ma la vita era una. Il drago fu più veloce e mattone dopo mattone sgretolò quel grissino di cemento, imprigionando tutti. La mattina dopo, quando i vigili del fuoco giunsero sul posto per cercare persone sotto le macerie, con grande rammarico trovarono solo un orsacchiotto con un papillon rosso, sporco di polvere, con lo spettro della casa distrutta dal drago attorno ad esso.

Alessia Di Palma

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Balla

Mi è sempre risultato più facile scrivere che parlare. quando scrivi non hai nessudo davanti, hai tempo per riflettere e l’unica persona che ti può giudicare è appunto quella che sta scrivendo. Che poi le relazioni sociali vanno male per la paura di un giudizio altrui, così piano piano tutti dicono quello che gli altri vogliono sentirsi dire e va a finire che ci puliamo il culo con la merda. «Devi stare zitto, zitto zitto sto ascoltando sta merda di radio e se parli non capisco un cazzo». Stavo ancora pensando a voce alta, mi succedeva spesso nell’ultimo periodo. A sbraitare che stessi zitto era quello schizzato di Giorgio, conosciuto circa 4 anni fa ad una manifestazione non ricordo per cosa. Giorgio era il classico pasticcone di cui avere paura, all’epoca non era cosi. Sempre stato uno spirito introverso, ma non come ora, quella roba gli stava friggendo il cervello ed avevo quasi rinunciato a dirglielo. Eravamo cambiati entrambi, sicuramente molto, Ma lui quasi non si poteva riconoscere, portava un acconciatura particolare, una cresta che ricordava vagamente la testa di un gallo visto il colore rosso. Vestito completamente di nero con pantaloni attillati ed anfibi anch’essi neri…un pankettone in pratica. Stava ascoltando le parole di una canzone ska punk, ma la ricezione era una merda e si sentiva una parola si e due no. Anche a me piaceva quella musica mi piaceva il pogo, lo sfogarsi con altre persone con rabbia e non cattiveria. La gente pensa che il pogo sia una specie di rissa in piasta a tempo, ma non è così c è una sorte di codice almeno da quello che le mie esperienze mi hanno fatto notare, niente pugni ma solo spinte, siamo tutti uno stesso corpo che si muove e salta a ritmo, quindi non ha senso prendersela sul personale con qualcuno e sopratutto se qualcuno cade bisogna rialzarlo, perché i pestoni in faccia fanno male. 3 regole che compongono uno schema anarchico basato sullo sfogo.

Eravamo in una casa che Giorgio aveva trovato non so come e non so da chi.Sapevo solamente che era una topaia, una vera e propria merda, ma poco mi interessava visto che non pagavo e non ero mai stato una persona di grandi esigenze.L’importante era avere un tetto sopra la testa ed una scorta di birre per sopportare le stronzate di Gio, il resto veniva da se.
La canzone che stavano passando era Fall back down dai Rancid :

” She’s not the one coming back for you
She’s not the one coming back for you
If I fall back down, you’re gonna help me back up again
If I fall back down, you’re gonna be my friend”

La canzone perfetta per quella situazione. Gio era già su di giri, aveva il cuore che pompava sangue e le endorfine che si liberavano nel cervello, anche grazie alla musica ma non solo ovviamente. Io mi alzai mi scolai due birre alla russa ed iniziai a ballare, adoravo quel ritmo e le parole cascavano a pennello. La mia ragazza Erika, aveva avuto un occasione di lavoro in Svizzera, all’epoca non era così facile contattare una persona come adesso, facebook non esisteva e io non avevo il telefono. Lei prima di partire mi continuava a ripetere che sarebbe tornata, ma in fondo entrambi sapevama che non era vero, diciamo che era un modo per ” lasciarci bene ”.
Io sfogavo la mia rabbia nell’alcol e nella musica in più ogni tanto scrivevo, ma soprattutto bevevo, iniziando a diventare pure un pelo rotondo.
Facevo abbastanza schifo ma nulla importava perché :

She’s not the one coming back for you
She’s not the one coming back for you
If I fall back down, you’re gonna help me back up again.

Stava funzionando tutto a meraviglia, fino a quando la canzone finii Giorgio quasi non se ne accorse continuando a ballare. Ad una certa partii Dancing queen degli abba, si fermo di colpo mi guardo con quello sguardo terrificante ed inizio a bestemmiare in un raptus isterico. Prese la radio, la scaraventó a terra ed inizio a tirargli calci finché non la distrusse completamente. Ma poco me ne fotteva, in fondo non era mica mia.Mi sedetti su quel divano sudicio, scolai un’altra birra e mi addormentai con quella canzone di merda in testa.

Tyler Vanók

N.d.R: La canzone Fall back down dei Rancid esce nel 2003 e fa parte dell’album Indestructible .. per chi volesse riascoltarla…

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Aimez-vous Brahms?

È un’estate strana, dal passo un po’ sfatto che zoppica verso l’autunno. Il caldo soffocante, umido di agosto è solo un ricordo fra le strade rianimate dal traffico. La città sembra un plastico: pulita, ordinata, con le auto incolonnate, giacche e cravatte in fila per andare al lavoro; studenti agli angoli di strade acciottolate che hanno più anni dei loro trisnonni. Tutti con una destinazione in tasca, un posto verso cui andare. Al mattino, col fiume alle spalle, quasi tutto è dovere.“Green is go, red is no” è l’ultima cosa che il taxista gli dice prima di lasciarlo davanti alla stazione di L’Enfant Plaza. “We have coloured roofs and well manicured parks” sente una voce alle spalle raccontare mentre lui si allontana dall’auto, e con la coda dell’occhio intravede un gruppetto di persone diligentemente al seguito della loro guida. Un giovane, grisaglia elegante, giacca sbottonata, scarpe comode e cuffie nelle orecchie si avvicina e chiede proprio a lui: “Hey y’all got a cigarette?”I don’t smoke”. Dopo averlo fissato, con l’aria un po’ delusa, lo stesso giovane gli chiede ancora: “Where you working?” “Today? at the metro station”. “Wut?!” Quella mattina era uscito dal suo hotel con una semplice maglietta, un paio di jeans, un cappellino in mano, ai piedi un paio di sneakers; a tracolla portava una lunga custodia di colore blu. Prima di entrare a L’Enfant Plaza si guarda alle spalle un’ultima volta. Dentro la stazione ci sono negozi, bar, un chioschetto che vende giornali, una ragazza dall’aria brasiliana che lucida scarpe. Si piazza lì accanto al suo stand. Gli sembra un buon posto. Il suo dirimpettaio è un distributore automatico di biglietti della lotteria, molto frequentato. Dà un’altra occhiata in giro, si mette in disparte dal flusso arrembante di gambe, guarda le facce. Tutti hanno fretta, fretta dentro, anche chi fa la coda per il biglietto. In controtempo, con calma, si piega sulle ginocchia e appoggia con cautela sul pavimento, sopra dei biglietti scartati della lotteria, la custodia blu, come se tutta l’operazione fosse un rito che esige la massima calma, un insieme di gesti lenti fatti per mettere ordine. Mentre la apre, fa scivolare dentro uno di quei biglietti, con lo zodiaco disegnato sopra una ruota della fortuna girata come sempre dalla parte sbagliata. “Today you can buy a violin for 100 dollars that sounds just as good as anything Antonio Stradivari made 300 years ago” commentano due che gli passano accanto come un soffio di vento. Lui impugna il manico afferrandolo con dolcezza, come se dovesse tirare fuori da un sacco di guai un piccolo gatto. Davanti a lui non c’è nessuno e inizia, piano, a suonare la Ciaccona: otto battute ripetute e variate in una progressione ritmica di forme sempre nuove. Le note, lacerate come il suo cuore. Ma la gente passa e ignora quel violinista che si arrampica con le dita sulle corde come un acrobata farebbe in mezzo ai cristalli. E dopo Bach, Schubert e Manuel Ponce e Massenet e ancora Bach. Suona e continua a suonare mentre tutti hanno fretta, come di scappare dal loro destino. Salgono in superficie portati da cascate di scale, nuotano nella corrente della sua musica e scivolano via, sempre più minuscoli, sono ombre indistinguibili verso le porte di vetro. Puntini senza nome. Un paio di anni prima era morto un barbone in quella stazione e non se n’era accorto nessuno, o forse sì ma comunque nessuno si era fermato. I giornali erano usciti con una breve di cronaca e qualche riga era stata scritta sull’indifferenza della gente. È da quarantatré minuti che suona il suo Stradivari davanti alla metro di L’Enfant Plaza come se fosse un musicista di strada qualunque, lui che fino a ieri metteva il frac nei teatri eleganti, la gente pagava per sentirlo suonare e soffocava i colpi di tosse fino a quando il silenzio finale e l’applauso liberano tutti. Qui riceve solo uno sguardo veloce, o al più qualche monetina. Monetine! Il distributore di biglietti della lotteria tintinna il via vai della mattina e della fortuna. È il suo accompagnamento disarmonico. Tra una pausa e l’altra manca il silenzio, è come avere un’orchestra impazzita alle spalle. Non basterebbero dieci maestri a fermarne la cacofonia. A volte qualcuno rallenta il passo, si ferma per una manciata di secondi ad ascoltare le note in crescendo che escono dal violino di quel tizio mai visto prima che si agita sotto un cappellino da baseball. Cintia è tentata di fare un’eccezione: è bravo quel violinista accanto al suo bugigattolo da lucida scarpe, ma è una questione di spazio e soprattutto di principio. “Hey you” gli grida dietro. Lui forse non sente, continua a suonare. Lei si avvicina, esplosiva, scuotendo la testa piena di riccioli. “Hey you. Every damn day I’m here shining shoes and sweeping up. Shall I call the police?” Lui la guarda stupito, col violino in mano, senza dire niente. I suoi occhi blu lapislazzuli. Il tono di Cintia si fa meno duro.  “You are too loud. Don’t let me hear my customers! Move there!” e gli fa segno con la mano di allontanarsi un po’, e poi anche il cenno di un sorriso. Lo vede anche lei che non è il solito musicista di strada. Signori, non gratta via la solita lagna, anche se da queste parti in pochi fanno caso alla musica, ed è per questo che non c’è bisogno di essere bravi. Bastano quattro note, un tentativo di melodia ogni tanto per ricordare a chi è di passaggio che c’è anche la vita, un’anima, il mondo e non solo il lavoro. Oh, Brahms… goodbye my times. Lui continua a suonare, qualche metro più in là, qualcuno si ferma: due monetine, un biglietto da un dollaro. È niente male il sottofondo, è un piacere a buon prezzo per quest’angolo di metro con la gente che corre; fosse magari un ritmo più allegro, un tantino di jazz.  Così una giornata comincia migliore. Dopo un’ora gli saranno passati davanti… mille persone? più o meno il flusso dell’ora di punta. Forse di più. Posa il violino, conta l’incasso: trentadue dollari e diciassette centesimi; tre cents a testa scivolati di tasca, insieme alla fretta, nella custodia del suo Stradivari. Sì, può cavarsela persino senza un agente. Trendadue dollari e diciassette centesimi c’è chi non riesce a metterli insieme in un’intera giornata. Ma lui può cavarsela e adesso è ora di andare. Là dietro le porte c’è il sole che brilla, sembra quasi primavera…  sì, è tempo di andare, a vivere, lasciare il posto al prossimo suonatore… mentre alle spalle continua il via vai, passi su passi, cascate di scale, sguardi diritti, mani aggrappate alle borse, facce senza espressione. Tutti guardano avanti, attenti a dove mettono i piedi, come se non volessero lasciarsi cambiare da niente e nessuno, nemmeno dal mondo; e non si accorgono nemmeno di essere.

Rabolas

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Memoria (parte 2)

(continuazione)

Mi risveglio, sì, credo di essere sveglio. Ormai so di trovarmi da qualche parte e se non sto dando di matto adesso sono sveglio, quindi poco fa ero svenuto, o forse dormivo, o forse non lo so ma quello di cui sono certo è che ora mi ritrovo qualcosa che mi blocca le gambe. Sento la pelle nuda, quindi è un corpo – che sia il tipo di prima che si è svegliato? – No, non lo è, perché la mia mano lo ricerca e lo trova subito, lì, dove stava prima. Provo con l’altra mano, dal lato opposto, anche quel tipo è ancora lì. Inutile girarci intorno, sulle mie gambe c’è un altro corpo, ma quello che adesso mi suscita nervoso è: perché sento la sua pelle? No, non può essere. Mi tasto la faccia, il petto e… sono nudo, sono nudo anch’io. Rimango immobile, ora mi riesce difficile contenere un pianto di nervoso e terrore, ma qualcosa mi dice che se devo farmela sotto, devo farlo in silenzio. Cerco di soffocare il singhiozzo e di respirare il meno possibile, trattengo il muco che nel naso si crea, lo ritraggo, calmo. Che faccio adesso, dove accidenti mi trovo? Però sono vivo, almeno questo è sicuro, sennò non starei qui a piangere, mentre la fronte s’imperla di sudore. Già, sento caldo anche se nudo, sento un gran caldo ma le chiappe sono gelide, su questa lastra fredda. Una sola orrenda cosa mi viene in mente di fare, non voglio nemmeno pensare sia possibile, ma che altro devo tentare? Metto la mano sul petto dell’amico alla sinistra, magari quello che sento non è solo il battito del mio cuore ma anche del suo; invece no, non batte. Deglutisco, mi mordo le labbra e serro forte le palpebre a tal punto che il nero per un attimo sfuma e tanti piccoli punti bianchi mi appaiono, ma va bene tutto, purché non sia un fottuto velo nero. Non pronuncio quella parola, non ci penso nemmeno, mi giro dall’altro amico e gli rivolgo la stessa domanda poggiando la mano sul petto: merda, sono morti. Nella mente non ho più spazio per la razionalità e lo sconforto, a tutto questo decido di dare un nome: follia. Sono un pazzo, uno scemo che sogna, incapace di svegliarsi. Improvvisamente un baluginio e i miei occhi ricercano quella sottilissima linea di luce che si apre sopra la mia testa: dritta, bianca, lunghissima. Continua ad allargarsi e mi è chiaro che qualcosa si sta mostrando sopra di me. Mi rimetto giù disteso e aspetto nemmeno io so che cosa. In questo frangente appare un corpo, sollevato da una specie di braccio metallico scintillante che, con due movimenti veloci e precisi, lo scaraventa giù, nell’abisso di tenebra dove sono sepolto. La linea di luce inizia ad assottigliarsi sempre più sino a scomparire; cerco di imprimerla bene nelle mie pupille, perché se ho compreso dove sono finito, devo trovare un cazzo di modo per venirne fuori.

Tremiladuecentosedici, tremiladuecentodiciassette… eccola, di nuovo! La luce riappare sopra di me, ormai sono quasi sepolto dai corpi che continuano a piovermi addosso. Sei volte, sei fottute volte ho contato l’intervallo tra un’apertura e l’altra: tremiladuecentodiciassette secondi, circa cinquantacinque minuti. Questa è la finestra temporale che ho a disposizione; un altro cadavere mi cade vicino. Ora i miei occhi iniziano ad abituarsi ai costanti bagliori, ma ciò a cui non posso pensare è di essere circondato da cadaveri: tutti morti, controllati uno per uno. Sono impegnato a tal punto a capire cosa succede sopra la mia testa che non mi guardo intorno, tuttavia qualcosa mi dice che la storia va avanti da un pezzo e non oso immaginare quanti uomini giacciono ammassati proprio qui, vicino. Ho deciso, aspetterò la prossima apertura per guardarmi in giro, a occhio e croce ho dieci secondi di luce e devono bastarmi per dare una sbirciata.

Duemilasettecentosedici… duemilasettecentodiciassette… punto lo sguardo in alto, fisso il manto nero che mi accappona la pelle. Nell’oscurità è come se tutte queste persone morte mi fissassero, sento i loro sguardi addosso e la loro presenza mi inquieta, mi assale. Tremiladuecentouno… ormai ci siamo, concentrazione, tremiladuecentoquattro, cinque, sei… sento un ronzio metallico in alto, acuto e lontano, mi sollevo appena, devo riuscire ad avere la miglior visuale possibile. Tremiladuecentosedici… e diciassette. Ci siamo, ci siamo! Si apre, non devo guardare sopra, so già cosa accadrà e sposto la testa appena, giusto da buttare lo sguardo poco più in là del naso dell’amico. Otto, nove, dieci. La pioggia di luce candida scompare e io non so davvero se sono pazzo o se quest’incubo è troppo reale. Non ho dubbi, perché li conosco troppo bene, so chi sono tutte quelle persone, so perché sono tutti maschi: quei corpi sono io.

Adesso la domanda che più m’inquieta è: chi sono io e chi sono loro, quanti me esistono e perché stiamo tutti ammassati come capre, tutti morti, tranne me. Mi è chiaro che non posso rispondermi, avvolto dalle tenebre non riesco a riflettere, il mio pensiero è incapace di prendere qualsiasi direzione, già, ma la testa si alza d’istinto e risponde per me: se tutto questo ha un senso e una risposta, di certo si trova lì sopra. Cazzo, non ho portato il conto, quindi non so quanto tempo mi rimane prima dell’ennesima apertura, ma un’idea mi balena in testa e illumina quest’oscuro cimitero che mi accoglie. Manca poco ormai e appena quel coso si riapre mi metto all’opera. Trascorro i successivi non so quanti secondi e la luce torna, ormai acquisisco il ritmo biologico e inizio a credere che tra un po’alzerò la testa azzeccando il momento esatto dell’apertura senza contare; più o meno come quando fisso la sveglia un minuto prima che suoni, sapendo che è quasi ora. Cade l’ennesimo me. Dieci secondi e la luce scompare. Mi sollevo deciso, cercando di non pensare al tappeto di corpi che devo calpestare, chiedo scusa a ogni passo che faccio, poi li prendo, tastando a caso nel vuoto, consapevole che in ogni parte ove butto le mani afferro la mia persona. Ho bene impresso il pezzo di spazio in cui il braccio meccanico molla la presa, lì è dove si ammucchiano. Milleduecentotre… milleduecentoquattro… caspita quanto peso; tu stai qui e tu mettiti sopra, di certo un altro sta proprio dietro di me. Continuo instancabile ammassando corpi su corpi sino a che distendo le braccia e tocco teste e bocche sopra di me: più di così non riesco a fare. Tremiladuecento… nooo! Ho perso il conto, tremo, sono stanco, affannato, ma potrei non avere altre possibilità o la forza mentale per andare oltre. Devo salire, più che posso, aggrappandomi a mani, piedi, nasi, organi genitali. Sento che è il momento, il mio orologio biologico ormai non sbaglia più. Il ronzio, lo sento, ora è molto vicino; la superficie sopra di me scivola senza il minimo rumore, aprendosi in due parti: ecco la luce ed ecco il braccio. Mi sta proprio sui capelli e vedo quel povero me penzoloni che mi cade addosso: calma, ho dieci fottuti secondi. Incrocio lo sguardo spento e capovolto del compare, mi scanso appena tenendomi in equilibrio sulle mie chiappe e schiene, il braccio sta tornando su: adesso. Con le mani raggiungo il freddo metallo e mi aggrappo con la sola forza della disperazione, quello mi solleva come una piuma e si accovaccia a terra, vicino a un lungo tubo di vetro. Tutto intorno è bianco candido, non ci sono mura, gli occhi mi danno fastidio, troppa luce. La superficie si chiude sotto di me e lascio quei poveri dannati alla mia molteplice compagnia. So a cosa serve quel tubo, lo immagino bene, ma adesso fatto trenta facciamo trentuno. Questo braccio è particolare: liscio e sinuoso, non vedo tubi, raccordi o bulloni, è molto silenzioso ma in qualche modo deve pur alimentarsi per funzionare. Gli giro intorno, ho ancora un po’ di tempo prima che il prossimo siluro arrivi e sento con la punta dei piedi che c’è una protuberanza la quale prosegue in linea retta, in una certa direzione che non riesco a decifrare. Un canale, un tubo, un cavo elettrico forse, non ho altri riferimenti, devo seguirlo. Cammino e il piede non perde un attimo il bozzo del pavimento che pochi minuti dopo torna perfettamente regolare, – merda l’ho perso – mi dico sconsolato. Invece un muro bianco si solleva silenzioso e una serie di piccoli alloggi mi appare, anche l’illuminazione mi è più congeniale, – adesso, almeno vedo dove cazzo mi trovo. – Cammino cauto e impaurito: qualcuno, che non sono io che crepa, ci deve pur essere e non ho la minima idea di quali siano le sue intenzioni. Arrivo al primo alloggio, butto l’occhio sul tavolo, ci sono tante pillole luccicanti messe in fila, mi ricordano vagamente qualcosa ma ho la testa troppo incasinata per sforzarmi di mettere a fuoco, poi scorgo finalmente una finestra! Una fi-ne-stra! Il cuore mi sorride e la speranza che si era dileguata dalla mia testa torna a bussarmi e chiede di entrare; riesco a vedere che sono da qualche parte in un bosco, è giorno e c’è nebbia. No, aspetta che guardo meglio, gli occhi mi prendono ancora in giro, quella non è nebbia: è neve. La neve mi ricorda ancora qualcosa ma che cazzo, ora basta ricordare, devo trovare il modo di andarmene da qui. Poi un boato mi raggela, proviene da sotto i miei piedi e se non sbaglio è da lì che sono venuto fuori; si, sotto di me ci sono… io. Inizio a sentirmi spinto verso l’alto, una forza propulsiva spaventosa mi schiaccia le cervella, raggiungo la finestra, devo capire che diavolo succede ma non mi occorre molto: questa casa (o cosa) si solleva da terra e le centinaia di miei corpi piovono sfracellandosi al suolo. Vengono espulsi proprio da dove ero rinchiuso. Rimane un cratere enorme dalla forma ovale e come formiche che sbucano dalla tana, una decina di ruspe giungono sull’orlo dell’orrida fossa e concedono “degna” sepoltura ai miei amici. – Mio Dio, questa non è una casa, è una nave volante! – La matassa si dipana nella mia mente, quella che credevo fosse una fottuta leggenda metropolitana prende spazio nella testa e la riempie di maledette congetture, che non mi piacciono affatto. Privo di idee, pietrificato dall’orrore, mi chiedo solo chi sia al comando di tutto ciò e quale sia lo scopo ultimo; non mi rimane che proseguire mentre la nave continua a salire di quota e pian piano il cielo si fa nero. Esco dalla stanza e il corridoio si restringe, diventa angusto e soffocante, sicché una persona ci passa a malapena; con il cuore in gola giungo alla fine di esso e sulla mia testa una cupola immensa mi lascia ammaliato, alla vista dell’universo infinito. Da un altro corridoio alla mia destra arriva agitata una donna nuda: ci guardiamo un attimo negli occhi per capire entrambi che stiamo vivendo la medesima follia. Un suono acuto attira la nostra attenzione e dinanzi a noi, in una torre alta e trasparente, un uomo in tenuta militare, circondato da altri con un’ uniforme simile ci osserva pensieroso. Io e la donna non parliamo, ma ci dimeniamo come pazzi e muoviamo le mani, iniziamo a ridere, perché forse tutto questo è un sogno, il frutto di una droga o siamo solo di passaggio in un posto sbagliato. Ma i militari si dividono in due gruppi, lasciandoci intravedere quello che hanno dietro, capisco che abbiamo un altro problema. Due letti verticali ci lasciano piena visione di quello che accade: iniziamo a piangere e mettere le mani sulla bocca, me la faccio addosso, perché ormai non ho più il controllo psicomotorio del mio corpo, o di quello che credo esserlo. Io e la ragazza siamo su quei letti, fasciati come salami e due bracci meccanici, simili a quello di poco prima, ci stanno aprendo la testa; arrivano due esseri bassi, scheletrici e neri, dalla loro bocca partono ramificazioni che vanno a insinuarsi nei nostri crani. Vedo che abbiamo convulsioni, gli occhi girano impazziti, sino a esplodere. Gli esseri neri gesticolano con i militari, fanno movimenti veloci e precisi, gli umani abbassano la testa e si siedono a quelle che presumo siano le loro postazioni. Poi, una voce rompe la coltre di pazzia a cui assisto. «Signori Marc e Anna, ci complimentiamo con voi per essere sopravvissuti alla fase avanzata di clonazione moltiplicativa. Nostro scopo era che almeno uno di voi vivesse nella rispettiva colonia e avesse le stesse identiche caratteristiche dei due cloni che purtroppo hanno appena fallito. Come avrete capito, la razza umana collabora in maniera prolifica e pacifica con esseri alieni senzienti e a noi superiori. Ma non abbiate timori, essi ci rispettano e hanno individuato nel nostro dna, la possibilità di ibridare le menti e renderci partecipi del loro progetto universale: creare esseri superiori nel corpo e nelle capacità mentali.» Poi si ferma un attimo, mentre io e la donna cominciamo a capire di aver paura di qualcosa di cui in realtà non dovremmo: perdere la vita. In verità non l’abbiamo mai avuta, ma è strano, io mi sento come se avessi vissuto una vita intera: mia madre, papà, la scuola, ricordo tutto nei minimi dettagli, mio nonno…»

Una macabra intuizione fa breccia nel mio cervello clonato e come un treno, adesso, mi si schiantano addosso tutti i tasselli: la pillola, cazzo, la pillola. Ruoto la lingua e sveglio la bimba dal letargo indefinito, è lì ancora, da non so quanto. La stessa che ho visto sul quel dannato tavolo…

No, non sarà che il nonno…

La voce fredda e inflessibile dell’uomo riprende, «Voi, signori, siete l’esatta copia dell’essere umano da cui discendete e oggi, la vostra mente tenterà l’unione con quella di una razza superiore. Siatene felici e speriamo di poter condividere presto l’enorme sapienza che vi apprestate ad assimilare. Sappiate che la Terra vi sarà riconoscente, così come l’esercito degli Stati Uniti d’America.» Sotto i nostri piedi si aprono spazi vuoti, fluttuiamo e due enormi cilindri ci imprigionano, capisco subito dove ci stanno portando. Vedo la donna che batte disperata le mani sulla parete trasparente, mi supplica di aiutarla, piange e solo adesso mi accorgo di provare un sentimento davvero umano: la pietà. La mente torna a mio nonno, o meglio, al nonno del povero ragazzo da cui sono stato generato e solo ora mi accorgo di quanti fottuti indizi mi aveva dato, perché almeno io, il suo clone, potessi continuare a vivere.

Quando era nudo, trovato sotto la neve, oppure le mani sporche di terra, perché aveva scavato una volta scaraventato fuori da questa  cazzo di nave. Poi si era fregato una pillola, perché aveva intuito che una volta finito il lavoro questi stronzi di militari sono costretti a uccidersi con le loro mani, senza che i mostri lascino il minimo segno: sapeva a cosa sarebbe servita quella capsula ed era pronto a usarla. Ma il nonno doveva aver avuto proprio le palle, per uscire da quella fossa, fregarsi la pillola, tornare in mezzo agli altri morti e aspettare che la botola si aprisse. Chissà quale clone lo aveva aiutato a sua volta, da quanto tempo prima era stato avvertito e si era tenuto pronto; però bravo nonno, almeno tu li hai fottuti. Adesso so che il mondo non è solo degli umani, ma ogni tanto anche qualche clone si fa vivo e riesce a sfuggire da questo inferno volante. Lo so, lo capisco solo ora, non ho dato il giusto peso alla memoria, ai ricordi del passato che non ho vissuto e non ho capito di avere una cosa che si chiama intuizione. Tranquillo nonno, non sono incazzato con te, in fondo non stai bene di testa. Ma io sono Marc, giusto? Ok, non avrò intuizione né memoria, ma ricordo di avere le palle: mi spiace per lei, la donna intendo, per quello che dovrà passare, ma non mi avranno mai. Senza pensarci muovo la lingua e cerco la pillola, vedo la donna che un secondo prima di me sfila sul letto e subito due cinte robuste la imbragano, sto per atterrare anch’io. La pillola? Dov’è? Dov’è!!? Che stronzo… non c’è, non c’è mai stata, se non la memoria di essa, che ancora mi frega, sino all’ultimo secondo.

Poi scivolo sul letto, le cinghie mi afferrano, la mia mente si eclissa… tutto è buio.

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Memoria (parte 1)

Davvero una gran bella festa, così, tutti insieme, è da tanto che non ci ritroviamo. Anche se solo per un compleanno, per l’ottantatreesimo del nonno. Nella mia famiglia i compleanni contano come il due di picche, anzi, io personalmente tendo a dimenticarli. Ma stavolta davvero non si può: a due anni dalla sua scomparsa, fuga o di qualunque cosa si sia trattata, ritrovarlo l’altro ieri proprio lì, sul ciglio del viale innevato, è stata una gioia inattesa. Nudo, infreddolito e con lo sguardo perso e gli occhi infossati, stretto tra le braccia. Come ci è finito lì? Come ha resistito alla neve gelida? Non lo so, nessuno lo sa, soprattutto perché abitiamo nella stessa casa, questa, a quasi trecento chilometri da dove è stato trovato. Gli sbirri hanno faticato persino nel mettergli addosso una coperta; seppur secco come un ramoscello ha una forza paurosa e la sua magrezza mette in risalto i nervi sottili e tesi delle braccia. Quello che io non mi spiego è: come cavolo ha fatto a riconoscere la strada di casa se in vita sua non è mai uscito da queste quattro mura? Sì, al limite ha fatto un giro in città, però so per certo che così lontano non ci è mai arrivato; odia viaggiare, volare e soprattutto camminare. Spinge gli agenti e punta dritta la strada davanti a sé, come guidato da una volontà esterna e avesse un solo obiettivo: tornare a casa. Come sa che quella è la giusta direzione? Non gli importa che il coso penzola o che sculetta con due piccole natiche secche, che è cosparso di una qualche sostanza e che la barba, lunga e ispida, pare quella di Babbo Natale. «Casa, caaaasa, ca-sa», ripete meccanicamente, per strada, nella volante della polizia, durante l’interrogatorio e fino a ieri, quando è tornato da noi. Poi ha smesso, si è ammutolito e tranquillizzato, si è svegliato stamattina e pare un’altra persona.

 Intorno a me un continuo vociare, un ripetersi incontrollato della parola – auguri -, un continuo – come stai? -, qualche spintone che per poco non fa rovesciare il mio the; d’altronde quasi centoventi persone in ottanta metri quadri, fate voi. Ok, era scomparso, chissà dove, adesso torna e caso vuole che sia il suo compleanno; ok pure questo. Però facciamola finita e torniamo a essere quella cazzo di famiglia dove la parola auguri è stitica a essere pronunciata. Poi mi ricordo che forse, l’unico a non aver dato gli auguri al nonno sono io: ho sonno, voglio dormire, domani si trotta al lavoro, ma prima devo almeno salutarlo, devo dirgli anch’io quella maledetta e antipatica parola. In fondo gli voglio bene, ci sono cresciuto, anche se di lui conservo pochissime discussioni sensate; ma tu guarda come riduce l’Alzaimer… Ne soffre da oltre venticinque anni, ma cazzo, una malattia che ti fa camminare a zonzo per due anni… Aspetto che l’ultimo gruppo di pseudo parenti gli stampi un bacio finto sulla guancia scarna e squamata, poi mi giro, nessuno mi calcola, gli vado vicino e poggio le mani sulle ruote sottili della sedia, «E… allora nonno, forza, rimettiti e… a domani.» Niente da fare, quella dannata parola non mi esce proprio e di baciarlo, a essere sincero, un po’ mi fa schifo, ma una carezza, almeno tenergli la mano, devo riuscirci. Gli prendo una manina, piccola e ossuta, le vene in rilievo sotto la pelle lucida e le unghie gialle con qualche residuo nero annidato sotto, non bene identificato. Sto in silenzio, sta in silenzio, mi fissa un secondo, ora il suo sguardo cambia: apre la bocca e da sotto la lingua toglie qualcosa di piccolo e lucente, una specie di pillola o forse è una capsula. Non lo so, perché sono troppo concentrato a sperare che non me la metta in mano, così piena di saliva. Invece lo fa, aspetta che io apra la mano, mentre tiene con il pollice e l’indice tremolante il suo piccolo regalo per me; ora i suoi occhi cambiano e sembrano supplichevoli. Devo resistere, che sarà mai un po’ di bava? E poi potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo, ridotto com’è chissà se arriva a domani. Gli lascio la mano e apro il palmo, faccio tutto con una e almeno tengo pulita l’altra, lui fa cadere la pasticca (credo di questo si tratti), poi sospira e mi sussurra, «Solo se serve, solo – se – serve», quindi mima il gesto di masticare e deglutire. Io rimango allibito, forse crede che metta quella roba in bocca solo per farlo contento, gli do una pacca sulle spalle e accenno il distacco abbassando lo sguardo. Come diavolo si è ridotto. Appena mi sollevo ha uno scatto improvviso, mi afferra, con entrambe le mani mi tira a sé, inizia a urlare, con il poco, pochissimo fiato che ha. Mi ritraggo e per qualche metro mi segue, poi mi ricordo che è su una sedia a rotelle e che di quel passo sto fresco a tirare, dato che ha una presa micidiale. Tutti si girano e i loro sguardi di minaccia e finta commiserazione mi fanno sciogliere: passo per un ribelle o un poco di buono, ma io voglio davvero bene al nonno, seppur a modo mio. Lui continua a mimare di mettere in bocca, gli occhi sembrano schizzare dalle orbite e il grigio che li vela adesso pare colorarsi dell’azzurro deciso di una volta, quando era un giovane bello e forte. Non so che fare, tutti mi osservano come per dirmi – e che ci vuole, fallo contento, è vecchio e malato, non hai un minimo di cuore. –  Ma io ho un gran cuore e il fegato pure e siccome al nonno voglio bene davvero e voi siete una massa di falsi, lo accontento: vicino a me il mio bicchiere di the. Ci immergo la pillola, mentre con l’altra mano l’assatanato continua a tirare, la sciacquo per bene, nella remota possibilità che della sua bava nulla resti. Mentre tutti mi osservano divertiti chiudo gli occhi e la metto in bocca, sto per deglutire, ma mi ricordo che lui l’ha tolta da sotto la lingua. Mi fermo, la muovo disgustato e la piccola intrusa trova alloggio in un’insenatura sotto la lingua, lì si posa e con mia sorpresa non mi da fastidio, anzi, non la sento per niente. Però continua a farmi schifo. Ne ho abbastanza, ora che tutti trattengono una risata sotto i baffi, mio padre defilato che scuote la testa e mia madre che di nascosto corre in bagno, portandosi le mani alla bocca; guardo il nonno e vedo nei suoi occhi pace e serenità, spero di sbagliarmi ma quello sguardo sembra dirmi  – ora posso crepare in pace .- Gli accenno un sorriso mentre i primi rigurgiti di vomito si affacciano alla bocca, non resisto e devo salire in fretta le scale, senza riuscire a dargli nemmeno un bacio, per l’ennesima volta. Sfondo la porta del cesso e mi aggrappo al water, butto fuori l’anima. Appena finito mi sollevo, mi ricordo della pillola che di certo è sgusciata fuori, faccio un rapido controllo: stranamente è ancora lì. Al piano di sotto è un continuo vociare, voglio scendere e mandarli tutti a quel bellissimo paese, ma sono stanco, improvvisamente stanco e non mi va di vedere ancora il vecchio, quello sguardo non mi è piaciuto affatto. Torno in camera, mi spoglio e sprofondo nel letto, poi mi lascio crogiolare dal tepore delle coperte, mi ricordo che quella cosa sta sotto la mia lingua, devo toglierla, ma che fretta c’è? Ormai ho vomitato e credo pure che la mia bava abbia adeguatamente sostituito quella del nonno; ma tu guarda che pensieri che faccio, ok, domani mattina la butto via.

La sveglia, ho dimenticato di puntare la sveglia. Di colpo un pensiero mi attanaglia: è tardi, faccio tardi al lavoro. Apro gli occhi, do ascolto al mio orologio biologico, qualcosa mi dice che è giorno ma intorno a me è tutto buio. Non so nemmeno se gli occhi sono realmente aperti, mi pare di non essere qui, o lì. Sono circondato dal silenzio e capisco di essere disteso ma questo non è il mio letto, non so cos’è. Percepisco una distanza siderale tra me e le pareti, non vedo il filo di luce che dalla finestra entra, non odo mio padre che tira lo sciacquone in bagno, in verità non sento assolutamente nulla. Sono disteso su una superficie, questo non è il mio letto, ma una fredda, freddissima lastra di ghiaccio; è liscia, così levigata che le dita scivolano come fosse olio, cerco di aggrapparmi a qualche bordo, insenatura, buco … insomma, un maledetto appiglio. Ma il freddo continua, il suolo scorre inesorabile sotto le mie unghie, il respiro diventa ansioso, il cuore inanella una serie di battiti da tachicardia: dove cazzo sono? Poi la mano si ferma, in verità incontro un ostacolo, forse la fine di un incubo così reale che faticherò a dimenticare. Ma quella che afferro è ancora una mano, unta, si direbbe coperta di una qualche colla; ok, se è un incubo tanto vale finire di viverlo, vorrà dire che mi sveglierò con le mutande bagnate. Seguo l’arto lasciando che le dita vi corrano sopra, percepisco una leggera peluria e capisco che si tratta di un maschio, poi avanzo verso la faccia e con il solo tatto provo a immaginarne le fattezze. Due occhi, una bocca, un naso, ok, ma chi è? Soprattutto perché non si sveglia? Il mio senso d’orientamento mi viene in soccorso e una volta sollevato mi sorprende un lieve capogiro; affondare le mani nel nulla mi fa rabbrividire. Non è un sogno né un incubo, mi gira la testa e questo è reale. Adesso faccio uso di entrambe le mani, tasto il viso e scendo giù, sul collo, sul petto, sul ventre e poi… cavolo, ma è nudo, questo qui è nudo! Ritraggo le mani e l’angoscia inizia a penetrarmi nelle vene, i vasi si dilatano e il cuore prende una rincorsa impossibile da fermare; provo a voltarmi, distendo le mani di fronte a me e le poggio alla mia sinistra: sento ancora un cazzo di corpo nudo. Non urlo, mi viene da farlo ma non ci riesco, penso che è troppo presto per urlare e che devo tenermi tutto dentro ancora un po’, finché non capisco cosa mi sta succedendo. Concentrarmi, devo concentrarmi. Non è facile con un carro armato che ti opprime il petto, il grido del cuore si fa acuto e le orecchie iniziano a fischiare, poi ancora buio nel buio.

(Continua)

Alessandro Falzani

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I numeri dispari

I Numeri Dispari è nato da un capitolo di Mia Nonna Fuma adattato a racconto interattivo con un finale alternativo.

Da ragazzo ero ossessionato dai numeri dispari senza mai capirne il motivo; semplicemente tutto quello che facevo si riconduceva a un numero dispari. Mi scrocchiavo le dita 5 volte al giorno piuttosto che 6, bevevo latte e mangiavo 5 o 7 biscotti a colazione, normalmente usavo una maglietta solo per un giorno e a volte per 3 e se sudavo al secondo giorno faceva lo stesso, arrivavo sempre al terzo; sono nato il 31 luglio dell’81, ho perso la verginità a 17 anni, ho fumato la prima sigaretta a 15. Sono nato in un paese il cui nome è di 5 lettere e sono cresciuto in un altro il cui nome ne contiene 7. 7 come le sue chiese, i bar invece erano 3, mentre la scuola era solo una. La mia famiglia ha sempre vissuto in via Dante (5 lettere) Alighieri (9 lettere), ma 9+5 fa 14, che è pari, ma è lo stesso perché ho sempre detto di vivere in via Dante (5 lettere e numero dispari appunto). Le montagne che potevo distinguere (e quindi contare) che circondavano il mio paese erano 11. Ho 5 fratelli, 7 cugini, 13 zii e questa ossessione per i numeri dispari ha sempre accompagnato le mie più grandi passioni: il cinema, la letteratura e la musica. I miei dischi preferiti avevano un numero dispari di canzoni, i titoli dei miei film e libri preferiti erano formati da un numero dispari di parole. Ma la cosa più strana è che in qualche modo i numeri dispari stavano per condizionare anche il mio futuro.

Mi ha sempre colpito una particolarità dei semafori (formato da un numero dispari di colori). Il rosso è il colore usato per indicare lo stop nella circolazione del traffico; ma perché viene usato proprio il rosso per bloccare un essere umano? Perché usare proprio tale colore in un contesto così importante che potrebbe determinare una tragedia come un incidente stradale? Secondo la logica di un semaforo, il rosso dovrebbe fermare un individuo che, durante la guida di un mezzo di trasporto, dovrebbe sentire in qualche modo una sensazione di calma, apatia e tranquillità che lo indurrebbe a parare la sua attività. Ma non è forse il rosso il colore storicamente usato dai rivoluzionari socialisti e comunisti? Non è forse il rosso il colore che indica il calore, il soffocamento e il sudore dando la voglia di fuggire da una fonte di orribile afa, per raggiungere una piacevole ombra? Non è forse il rosso il colore del cuore, del sangue e della circolazione, un flusso che non si può parare per non spegnere una vita? Rivoluzione, fuga e flusso che non può pararsi e non calma, apatia e tranquillità; quindi, secondo la logica naturale della sua definizione il rosso agita e non placa. Forse c’è qualcosa che non va nel funzionamento di un semaforo e chissà è anche questo causa d’incidenti stradali.

Durante questo pensiero la mia prof di letteratura (che indossava un pullover rosso) stava spiegando l’avventurosa vita di qualche scrittore e si accorse che ero mentalmente assente; mi minacciò che il giorno dopo mi avrebbe interrogato proprio su quello scrittore. Ovviamente, la mattina successiva mi giocai la scuola; scesi dall’autobus un paio di fermate prima di quella accanto al mio liceo e rimasi colpito dalla luce rossa che illuminava la scritta del cinema lux (3 lettere), davano un film il cui titolo (formato da 3 parole) non mi diceva niente ma quella luce rossa fu così intensa che decisi di fermarmi a guardare il film. Adoro tuttora quel film, mi fece innamorare definitivamente del cinema, la chiamano la settima (numero dispari) arte e ne avevo capito finalmente il motivo. Presi la mia decisione, avrei voluto dedicarmi al cinema, avrei voluto realizzare un film, ma non un film qualsiasi. Ne volevo fare uno di quelli che si trova geniale senza un particolare motivo; magari per i colori o chissà per la colonna sonora accattivante, non sapevo esattamente il perché ma ero convinto di voler fare un film mitico. Non era facile visto che non avevo la minima idea di come si realizzasse un film; non sapevo come usare una telecamera, parole come montaggio o sceneggiatura per me erano nomi conosciuti ma astratti, erano come le parole quaresima o barbabietola da zucchero, erano come quelle parole strane che tutti conoscono ma che nessuno riesce a visualizzare. Dovevo scoprire i misteri della settima arte proprio io, che ero pigro cronico e quasi sempre mentalmente assente; d’altro canto la simbologia dei numeri dispari era così chiara che non avevo dubbi, avrei fatto quel film. Bisognava cercare un’università dove poter apprendere come realizzare un film. Quell’università che cercavo effettivamente esisteva ma lontana dalla mia città, quindi, dovevo convincere i miei genitori che sarei stato costretto ad emigrare per i miei studi. I numeri dispari, i miei continui 7 in pagella, i miei 3 fumetti preferiti, i 1001 pensieri che avevo quotidianamente, stavano creando il mio futuro.

Ero un giovane uomo arrabbiato, volevo esprimere i miei pensieri, ma dovevo lavorare sodo, perlomeno studiare qualsiasi cosa che mi aiutasse a realizzare il mio film. Intanto la festa patronale si stava avvicinando e il mio piccolo paese era colpito da un’euforia dovuta ai preparativi di quella celebrazione così importante. A volte immaginavo tutti cantare e ballare, mentre sistemavano le colorate e strane illuminazioni che riuscivano perfettamente a visualizzare la parola kitsch. Tutti insieme felici come i simpatici personaggi di The nightmare before Christmas; solo che invece di halloween i festeggiamenti erano per la festa del santo. Perché la gente era così attratta da un santo protettore? Perché tale santo era così adorato e gli altri così ignorati? Perché la gente era così felice vagando comprando collanine e pistacchi da un lato all’altro di quel triste paese che iniziava con un cimitero e finiva con un mattatoio? Oltretutto si trattava di un santo la cui leggenda narrava che fosse stato sbranato dalle formiche; quindi non capivo cosa ci fosse da festeggiare! Non capivo e continuavo a pensarci fermandomi a fissare le luci; perché quel giorno quella chiesa era regolarmente piena mentre le altre erano solo un luogo di ritrovo per giocare a ping pong e tresette (Gioco di carte il cui nome è formato da due numeri dispari)?

Quelle luci non mi davano risposta e nel frattempo mi ritrovai in una conversazione con uno strano signore che apparentemente non conoscevo ma che, in realtà, era un amico di famiglia. Iniziò a parlarmi con affetto ma io non riuscivo a capire dove e quando l’avessi conosciuto. Le luci in festa per il santo illuminavano il viso del signore con cui stavo parlando; era simpatico ma fuori luogo poiché io ero troppo concentrato sui miei 1001 pensieri dovuti, appunto, alle luci. Stavamo parlando di religione e politica o semplicemente sulla salute dei miei genitori? L’unico ricordo che ho è che mi commentò che avrebbe fatto visita il giorno dopo alla mia famiglia e che sicuramente ci saremmo rivisti presto. Infatti, il giorno dopo m’incontrai con lui proprio a casa mia; ci sedemmo insieme ai miei genitori e a sua moglie, intorno a un tavolo bevendo caffè e mangiando biscotti appena sfornati da mia madre. Io mi limitavo ad ascoltare passivamente la loro conversazione pensando come sempre ai fatti miei; in particolare, stavo pensando alle seguenti coincidenze che si stavano verificando.

Prima coincidenza: la coppia di amici proveniva da una città del nord, dove c’era una sede della facoltà di cinema a cui mi sarei dovuto iscrivere; seconda coincidenza: la coppia di amici continuava a ripetere che si sentivano soli. Era l’unica cosa che avevo captato da quella conversazione. Non avevano figli e neppure nipoti, erano soli e un po’ tristi e avrebbe fatto loro piacere ospitare qualcuno in casa; terza coincidenza: i miei genitori non avevano mai considerato la possibilità che uno dei loro figli potesse lasciare il paese natale per andare a studiare fuori a “soli” 19 (numero dispari) anni. Quindi, stando agli indizi, essere ospitato dalla coppia di amici era un’ottima scusa per studiare quello che volevo e fuori di casa; ma cosa più importante gli indizi erano 3 e grazie ai numeri dispari potevo passare tranquillamente all’attacco. Mi sentii felice come non mai, ero eccitato,  guardai fuori dalla finestra che affacciava sulla strada principale e vidi il mio stato d’animo materializzarsi in uno smile che rideva di gioia, facendomi vedere 17 (numero dispari) denti in un sorriso che mi diede il coraggio di cui avevo bisogno. Convinsi subito i miei a farmi partire.

Fu così che scoprii l’esistenza dell’invenzione più geniale di tutti i tempi dopo la birra con le noccioline, la sigaretta dopo il caffè e il risiko: il post-it. Avevo già varie idee per il mio film ma erano solo pensieri sparsi che uno smemorato come me aveva bisogno di appuntare. Iniziai ad attaccare un po’ dappertutto i post-it con i miei pensieri legati alla realizzazione del mio film.

Post-it bianco con bordo grigio: attaccato sul cassetto del mio comodino. Nel film non dovevano esserci troppi nomi. Ho sempre odiato dover ricordare i nomi dei personaggi dei film; a volte, in quelli americani, non sapevo neppure il modo corretto in cui scrivere nomi come Gion, Omer, Bart, Spaidermen e Arnold Svarznegher. Il problema più grosso l’avevo soprattutto guardando la cara televisione, dove i film sono spezzettati dalla pubblicità; 3 minuti regolari di pubblicità mi facevano dimenticare i nomi dei personaggi dei film, quei nomi di personaggi che si mischiavano con scene che pubblicizzavano automobili e profumi. Quindi nel mio film, i nomi sarebbero stati assegnati solo a pochi personaggi, i protagonisti; mentre tutti gli altri sarebbero stati di contorno. Tanti personaggi inutili senza un nome che non partecipano attivamente alla storia della pellicola, che fanno cose evitabili ma che tutto sommato vengono apprezzate dal pubblico. Come i personaggi di Steve Buscemi o Alfred Molina, come la presenza di Totò ne I soliti ignoti o come la scritta “il mattino ha l’ora in bocca” battuta a macchina da Jack Nicholson. Pochi nomi.

Post-it nascosto: il fascino per l’horror. Mi sono sempre piaciuti i film dell’orrore, soprattutto i classici di Hollywood degli anni 80; allo stesso tempo non riusciva a essere il mio genere preferito. Ho sempre trovato i film horror interessanti ma inconclusi, privi di qualcosa che me li facesse apprezzare completamente; volevo, quindi, nel mio film, una componente horror che non fosse però quella dominante. Un pizzico di horror.

Post-it viola: l’odio per i sex symbol che non lo sono. Mi hanno sempre infastidito attori mediamente bruttini, trasformati forzatamente in sex symbol solo perché interpreti di Harry Potter o Transformer; ce ne sono ormai troppi. Attori così brutti da essere impossibile trasformarli in sex symbol.

Post-it patetico: morale o non morale? In generale odiavo la morale quando era patetica ma ugualmente avrei voluto lanciare qualche messaggio. Non sempre (anzi quasi mai), i ragazzi che vanno in chiesa sono buoni mentre quelli che non ci vanno sono comunisti e si drogano. Possibile presenza di un chierichetto serial killer. Non bisogna fidarsi di tutto quello che si sente in televisione; in ogni settore esistono raccomandati e/o corrotti. Si può avere un professore di fisica che non ha idea di cosa sia un Joule o di chi sia Archimede, si può votare un politico che ritiene Mussolini il più grande statista della storia, si può chiedere un milk shake solo perché ben pubblicizzato ma senza conoscere nemmeno uno degli ingredienti. E soprattutto la televisione contribuisce a questi malintesi grazie a corruzione, globalizzazione e qualche giornalista impreparato. Non sempre è bene fidarsi della televisione. Ho sempre odiato i conflitti patetici tra bene e male; di solito vince sempre il bene che può essere interpretato da un supereroe, una bionda bruttina, un hobbit o un poliziotto, sul male che può essere rappresentato da un mostro creato geneticamente, una bionda bella, un anello o un personaggio interpretato da Gary Oldman. Questa volta avrebbe vinto il male. Non ne potevo più di finti buoni e finti cattivi; pensavo che gli indiani d’America fossero dei pezzi di merda per colpa di John Wayne, pensavo che i russi erano una popolazione malvagia per colpa di Sylvester Stallone e Bruce Willis, e sempre per colpa di Sylvester Stallone pensavo che i vietnamiti fossero dei pazzi assassini senza neppure sapere dove si trovasse il Vietnam. Buoni veramente buoni e cattivi veramente cattivi.

Post-it giallo: l’importanza della colonna sonora. La musica in un film è importante, potrebbe addirittura far apprezzare film non bellissimi. Come sarebbe stato Il corvo con le canzoni di Robbie Williams e Elton John al posto di Cure e Nine Inch Nails? Come sarebbe stato Il favoloso mondo di Amelie senza quella colonna sonora? Come sarebbe stato Into the wild con la voce di sottofondo di Michael Bublé al posto di quella di Eddie Weber? Come sarebbe stata la corsa di Renton senza Lust For life di Iggy Pop? E la discesa in bicicletta di Jake Gyllenhaal senza Killing the Moon degli Echo & the Bunnymen? Non era certo facile realizzare un film con una buona colonna sonora; decisi che avrei usato quelle canzoni che accompagnavano le mie giornate, che molto probabilmente a molti non sarebbero piaciute ma che allo stesso tempo, ascoltandole, fanno camminare spensieratamente o non fanno arrabbiare mentre ci si ritrova a fare interminabili code immersi nel traffico. Indie Rock.

Durante la pianificazione del mio futuro film si avvicinavano gli esami di maturità; erano appena diventati gli esami del TUTTO; bisognava studiare e sapere tutto di ogni materia. In pratica avrei dovuto sapere tutto sulla meccanica, dovevo saper definire concetti complessi come la forza, il lavoro e la potenza; ma il mio professore di fisica non sapeva nulla al riguardo. Conosceva a memoria i giocatori della rosa juventina e del Real Madrid di quell’anno forse, ma non conosceva l’unita di misura dell’energia e che quest’ultima non si può distruggere perché si trasforma; però sapeva tutto sui sigari, io non sapevo neppure che un sigaro fosse fatto di foglie di tabacco, mentre lui poteva parlarne per ore. Cosa renda i sigari cubani così speciali, quali siano le nazioni dove si coltiva maggiormente il tabacco, che cos’è il microclima, com’è fatto un toscano; sapeva tutto su calcio e sigari ma niente di fisica. Fu il primo indizio dell’esistenza dei raccomandati.

Ero ossessionato dai miei prof di letteratura. Quella dell’ultimo anno di liceo mi obbligò a leggere un libro di Dacia Maraini e si arrabbiò quando ne parlai male nella mia relazione; mi disse che non capivo nulla di letteratura. Forse non capivo realmente nulla di letteratura ma di sicuro non avrei mai letto un altro libro di Dacia Maraini. Per questo non studiai mai bene la letteratura, avevo una specie di antipatia per quella che m’imponevano; quindi preferivo leggere i libri di Sclavi, Benni e Baricco piuttosto che studiare Dante, Petrarca e Boccaccio. Non potevo sapere quel TUTTO di letteratura che mi veniva richiesto per l’esame di maturità. Continuavo ad annoiarmi durante le ore di storia; uno dei miei prof era esaltato dalle dittature nazifasciste. Un giorno ci disse che gli ebrei avevano rotto facendo le vittime. Quindi, non avevo neppure un buon rapporto con la storia; sarebbe stato difficile sapere TUTTO per l’esame. L’unico buon ricordo, lo riserbo per il prof di matematica dell’ultimo anno di liceo; me l’ha fatta apprezzare. Ci spiegava l’utilità della matematica oltre che le operazioni sui numeri; ci spiegava la formula matematica di una derivata e di un limite che tende a infinito andando oltre le formule. Sapevamo quanto erano utili la trigonometria e gli integrali nella vita di tutti i giorni, come le formule matematiche permettano di misurare facilmente le lunghezze di ponti e fiumi, e le altezze delle montagne.

Salvo qualche piccolo inconveniente con i prof che non mi piacevano, tutto sommato, a scuola, me la cavavo e sarei sopravvissuto all’esame di maturità. Non aspiravo al 100 ma sapevo di volermi mantenere sopra l’80; mi sarei aspettato un numero dispari per il mio voto finale ovviamente. Iniziavano i saluti e gli incontri finali tra compagni di scuola; ci si metteva d’accordo magari per cercare un appartamento insieme nella stessa città universitaria. Io non mi misi d’accordo con nessuno perché una città del nord è una meta inusuale per un ragazzo del sud che, magari, avrebbe preferito la capitale. Il trucco per sostenere bene l’esame di maturità era assecondare il professore. Se il professore esterno di storia, che stava in commissione, avesse avuto la camicia abbottonata fino all’ultimo bottone e sistemata dentro i pantaloni, i capelli folti, se fosse stato sorridente lasciando intravedere da quella piccola fessura tra la camicia e il collo uno scorcio di crocifisso, se avesse avuto la fede e i mocassini, sarebbe stato chiaramente di destra. Con un professore così non si sarebbe potuto parlare come si fa nei centri sociali, dove il Che è visto come un eroe, dove si parla con nostalgia di Berlinguer, dove si critica la politica del governo attuale sia di destra o di sinistra. Con un professore così sarebbe stato preferibile parlare di argomenti importanti, come le guerre mondiali, in modo obiettivo.

Assecondando i professori me la cavai abbastanza bene all’esame ma una cosa andò decisamente storta; il mio voto finale fu 96, un numero pari! La mia teoria sui numeri dispari crollò improvvisamente e paurosamente; avevo basato tutto il mio futuro sui numeri dispari e un numero così importante, come il mio voto di maturità, era pari! Stavo sicuramente sbagliando qualcosa nella mia vita; e se non stessi prendendo la decisione giusta sul mio futuro? Tutto sommato ero arrivato a certe decisioni dopo strane coincidenze dovute ai numeri dispari. Ma alla fine mi ero imbattuto in un numero pari, forse non avrei dovuto iscrivermi a una scuola di cinema? Forse non ero adatto a quel tipo di studio? Cambiai idea e decisi di orientarmi verso un’altra facoltà. Ma la città e la mia prima abitazione erano già decise, non avrei potuto cambiare città anche perché gli amici dei miei genitori erano già in attesa del mio arrivo. Decisi quindi di iscrivermi ad una facoltà diversa da cinema, che avrei potuto frequentare in quella città. Decisi di iscrivermi a ingegneria. Anche se mi piacevano fisica e matematica non volevo concentrarmi troppo su uno studio scientifico e quindi decisi di iscrivermi a ingegneria gestionale. La consideravo la meno scientifica tra i settori dell’ingegneria.

Partii quindi per il mio primo viaggio direzione nord. Superai il test d’ingresso ma quando mi recai in segreteria per iscrivermi ebbi un’altra brutta sorpresa; la mia facoltà aveva sede in una sezione staccata, a 100 chilometri dalla mia casa che si trovava proprio accanto alla segreteria. Ormai, in tutte le facoltà, si era conclusa la fase dei test d’accesso e, quindi, mi sarei potuto iscrivere solo ad un’università ad accesso libero. Scelsi quindi informatica senza capirne il perché.

Effettivamente, molte delle mie scelte che hanno caratterizzato l’evolversi della mia vita non hanno un perché. Forse questo è causa di depressione per molta gente, forse questa è la causa della mia depressione. Tutto è iniziato per colpa dei numeri dispari; i numeri dispari sono la causa di tutti i miei mali. Ho appena compiuto 20 anni, un numero pari; ora sono convinto che in realtà i numeri pari avrebbero dovuto orientare le mie scelte e il mio futuro. Sono ancora in tempo per cambiare il mio destino; ho deciso, la mia vita si concluderà con un numero pari. Adesso ho 20 anni e chissà, la mia vita si potrebbe concludere domani.

Alessandro Raschellà

Illustrazione: Giuseppe Barillaro

Racconto tratto da: https://alessandroraschella.com/2017/11/24/i-numeri-dispari/

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La collina e il mare

Perugia, 31/12/2019

Osservo a larghe maglie

l’orizzonte sconfinato del mattino

e il sole che brilla senza pause

sul viso del passante.

Ancora le piante

secche soffrono la stagione

e i vicini si riparano al caldo

del focolare; eppure si può oggi

godere per poco del calore

naturale.

Domino su questo terrazzo

– o di farlo credo – la bassezza

del mondo e allontano da me

le ipocrisie diffuse della gente,

e resto con me stesso

e le musiche attorno

a covare il fuoco

che dallo stomaco sale

fino alla mente stimolata

dalla pace celeste.

Le case parlano, le sirene strepitano,

gracchiano le serrande e le auto

rombano sotto al volo indisturbato

degli uccelli migratori

fino alle colline almeno,

ove un avido cacciatore annoiato

attende sulla soglia

del ferreo grilletto.

I gatti maschio lottano

per una femmina da dominare

umanamente

e mai così prossimo sembra

essermi stato

il mare.

Diego Farfanelli  

Contatti:

email: diegofarfanelli@outlook.it

Official site: https://www.lignotocheriappare.com/

Lo scopo della vita è regalare un’emozione.

Per quanto impercettibile e delicata, se hai regalato un’emozione ad una persona hai dato alla tua vita uno scopo. Pensavo <Tutte troiate.> mentre leggevo un articolo di una scrittrice asiatica che si aggrappava a chissà che sorta di religione orientale per dar una spiegazione a ciò che non si poteva spiegare. <Tutte troiate.> pensavo tra me e me, finchè aspettavo seduto in silenzio che il parrucchiere finisse di tagliare i capelli alla ragazza che avevo davanti. Ogni tanto lanciavo un’occhiata al parrucchiere distraendo lo sguardo dalla lettura, sperando che per colpa di un errore infilzasse la ragazza. Ero soprafatto dalla monotonia, ed anche un atto di violenza estrema avrebbe potuto cambiarmi la giornata, non migliorarla ma per lo meno smuoverla. In fin dei conti a regalare un’emozione ci riescon tutti. Riflettendo su ciò che avevo appena letto, pensavo “Pure ‘sto parucchiere accorciando i capelli di quella stronza le sta regalando un emozione”… Bha tutte stronzate affermai nella mia testa imperterrito e sicuro che nulla avrebbe smosso il mio pensiero. Erano le cinque del pomeriggio di un venerdì d’estate, si crepava dal caldo e non vedevo l’ora di uscire da ‘sto buco di merda in cui mancava pure l’aria condizionata. Quest’ultimo era tristemente situato affianco ad un sexy shop. Pensavo “Che squallore, potevano trovare un posto un po migliore”. Pensavo alle vecchie che andavano a farsi regalare un’emozione dal parrucchiere, passavano davanti al sexy shop ed erano obbligate a vedere cazzi finti e lingerie erotiche addosso a manichini che erano l’opposto di loro, sentendosi in colpa perche non avrebbero più avuto l’occasione di indossarle per il proprio uomo poiché diventate dei cumuli di grasso. Pensavo “Che schifo la vita”, non volevo invecchiare almeno non così, non come loro. Volevo rimanere giovane e spensierato, non volevo angustiarmi delle responsabilità che annientano l’uomo. Volevo vivere di emozioni, farmi regalare emozioni ed emozionare, sì era quello che desideravo. In quel momento sentii <Ragazzo ragazzo è il tuo turno.> Tutto sparì in un opaco ricordo. Vidi che la ragazza era ancora viva e più contenta che mai per la nuova acconciatura. Mi sedetti. Aspettai che cominciasse con me. Sperando di essere un po più fortunato della ragazza e che quelle forbici affondassero la mia di gola.

Tyler Vanòk

Contatti:

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Forse un giorno

Resto qui seduto davanti allo schermo del computer. Guardo un film, ascolto musica, lavoro. Solita routine quotidiana. Lì fuori è freddo. Il vento è gelido e i fiocchi di neve cadono al suolo. La luna sembra ora addormentarsi per fare spazio al sole. Un nuovo giorno. Consueta routine. Intrappolato in uno schermo. Fermo ed immobile come un palo della luce ad attendere una nuova scossa elettrica per illuminare la notte. La grandine diventa tempesta. Il mare muove le sue onde rapide e silenziose. Sospesa come un’isola, una barca fluttua tra le onde. Nessun porto risponde. MAYDAY. MAYDAY. Uomini, donne e bambini. Uomini donne e bambini. Un letto, una stanza, un vetro. Tre bagni. 47 persone. Un vetro da cui guardare. Come è immenso il mare. Lontana e meravigliosa devastazione è la terra. I gabbiani liberi volano nel cielo. Il mio cuore in gabbia. Il mio cuore in gabbia. Che ne sarà di noi? Che ne sarà di me? Ci rimanderanno tutti a casa. Ci spingeranno tutti via. Lacrime. Sangue e lacrime. Dolore e angoscia. Ansia e rabbia. Perché siamo qui? Cosa vogliono da noi? Lì fuori. Lì fuori?! C’è nessuno? Dove siete? Lacrime e angoscia. Lacrime e angoscia.  Cos’è questa solitudine? Alle 15.40 del pomeriggio portano dei viveri. Pane ed acqua. Acqua e pane. È la solita routine. In pochi metri quadri a mangiare appena del pane e a sorseggiare la poca acqua. Ridatemi la palla e i miei amici. Ridatemi il calcio e la porta fatta con due pietre disposte sul terreno. Ridatemi la possibilità di roteare col pallone e far finta, per gioco, di essere Messi. Ridatemi la danza classica, e la gioia innata che fuoriesce dal ballo.  dov’è la mia musica? Ridatemi la luce. Qui ho una nausea orrenda. Mohamed non ha più fame. Ha smesso di mangiare da 48 ore. Kendrick non riesce più a chiudere gli occhi infestati da lacrime e incubi. Il cuore è in trappola. Jeena è incinta. A qualcuno frega qualcosa? Qui fuori!!! Jeenna è incinta A QUALCUNO FREGA QUALCOOOSSAAAAAA??????? La terra è lontana. Neppure un monte a rispondere con una eco. Solo il silenzio e il battito d’ali e il canto di gabbiani. Io e te. Tu ed io. Distanti miglia nautiche o vicini di stanza. Tu ed io chi siamo? Siamo umani? Cosa sentiamo? Solo un grande vuoto che divora l’anima. Tu amico dove sei? Ancora anneghi i tuoi occhi nello schermo luminescente di un pc? Dove sei? Loro ci hanno abbandonato e tu? Lontani miglia ci ricongiungiamo nella scrittura. Due esseri lontani. Sperimentiamo la telepatia letteraria. Non ci resta che far questo per raggiungere un’isola deserta circondata da onde silenziose. Devo lasciarti amico. Devo davvero andare. Non mi resta, per il momento, che abbandonare il mio cuore oltre le stelle. Un giorno sarà di nuovo terra, un giorno, forse, di nuovo  vita.  

Moustafa Aboub

Incontri tra baratri e altezze di Sé e Altro

TESTAMENTO QUOTIDIANO

Ricominciare

non mi piace

e quando sento

l’incombenza della fine

rimango fermo

a mormorare nel silenzio

le mie ultime volontà:

“Da qui in avanti,

un passo indietro.”

PORTICI D’ARRIVO

Perché non corri?

La meta è laggiù

e una volta raggiunta

potrai lasciarti alle spalle

questa loggia di volte

in cui hai detto a te stesso:

“Ce la posso fare!”

Prima forse era un azzardo,

un bisogno di slanciarsi

per vedere dove andava

il tracciato di piastrelle,

che se è stato costruito

un motivo ci sarà.

Ora invece sembra assurdo,

ma vien voglia di fermarsi,

congelare le impressioni

e portare a passi lenti

una domanda sulla soglia:

“Dove voglio andare?”

IN BIANCO

 Un mozzicone di matita

si spegne tra le mie dita.

La notte consuma il sonno

come gomma sulla grafite,

a cancellare ciò che sapevo,

vanificare i miei pochi sforzi

di avere detto ciò che serviva,

prima che il sole mi rinfacciasse

d’esser rimasto lo stesso foglio

al suo risveglio di grandi speranze.

LE REAZIONI CHE (NON) MI CONVENGONO

Detenuto a parole,

nei fatti (non) mi trattengo;

osservato di sottecchi,

a viso aperto (non) mi espongo;

omaggiato dagli insulti,

benefici (non) apprezzo;

coccolato dal silenzio,

molti suoni (non) carezzo;

sfavorito nel percorso,

sul mio podio (non) gioisco;

accusato di finzioni,

la realtà (non) sopperisco;

destinato a inizio certo,

conclusione (non) ricerco;

calpestato sul soffitto,

le mie basi (non) conservo.

Qualcuno mi chiede

a che cosa rinuncio.

Rispondo che agli altri

io nego me stesso.

TESTIMONE DI PERCORSI INCERTI

Provo repulsione verso ciò che mi risucchia

presto o troppo tardi

il presente mi rosicchia:

chiave d’apertura sconosciuta alla mia sosta,

serro gli spiragli d’imprudenza alla tempesta.

Mente alacremente in moto,

arresa a proiezioni,

non importa se poi vere:

l’uomo dorme d’illusioni.

Conto i passi indietro nell’ebbrezza del progresso,

so che chi lusinga si trastulla nell’eccesso.

Perdo le scommesse non trovando prospettive,

nutro le certezze di chi assorbe aspettative.

Vuoto nuove tasche alla ricerca del difetto

nuovo o forse vecchio

per cui vivo senzatetto.

MANOVRE DI NAUFRAGHI DIMENTICATI

Raccogliere consigli

da memorie di conchiglie

e affidarsi a girovaghi

messaggi in bottiglia.

Intagliare ricordi

su cortecce di sabbia

e rileggere storie

tra formiche in subbuglio.

Germogliare pretesti

per svegliarsi di notte

e cullare le stelle

sulle spoglie di un sogno.

Bisbigliare peccati

sopra nidi di uccelli

e impagliare il perdono

nell’imbroglio dei giorni.

CASI D’INCURIA

Querulo fiore sbocciato d’inverno,

Natura fu madre sbadata e impaziente;

trottola rotta che ruota in eterno,

tra sogno e realtà non discerne la lente.

Muto compasso ha smarrito il suo perno,

bisbetica carta fu sorda e esigente;

pignatta rigonfia ma vuota all’interno,

colpita per scherzo rilascia il suo niente.

Divina Commedia a cui manca l’Inferno,

condanne e dannati son canti al presente;

rimedio di un tempo che sfida il moderno,

non cura l’assenza di un corpo apparente.

DECLINAZIONE DI UNA SCONFITTA IPOTETICA

Impegno che vanifica.

Speranza che mortifica.

Preghiera che sacrifica.

Bestemmia che pontifica.

Giudizio che certifica.

Giustizia che giustifica.

Stefano Di Ubaldo

Foto di: Vanessa Biava

Poesie estratte da: Da qui in avanti, un passo indietro; Alétheia Editore (2017).

https://www.aletheiaeditore.it/

Don’t worry

I flash dei fotografi, il lamento rauco delle giovani donne, gli sbuffi delle onde sulla banchina affollata, l’odore acre degli scarichi delle navi, la luna riflessa nel mare increspato all’orizzonte, pallida per la nausea. I miei occhi abbagliati dalla luce della lampada sopra la barella, la corsa in ospedale, il forte bruciore al petto, le voci dei paramedici, la sensazione di aver ingerito un intero sacchetto di sale dal naso.
Questa dannata maschera per l’ossigeno non serve a un bel niente! Ehi dico a voi. Ho la gola in fiamme, datemi dell’acqua… magari senza sale però. Ma con chi sto parlando! È chiaro, se ne fregano, mi porteranno in ospedale e una volta guarito mi ributteranno in mare. Un viaggio a vuoto penserà mia madre, uno spreco di tempo dirà mio padre, potevamo restare a giocare sulla sabbia protesterà mia sorella. Sempre con quei castelli che il vento del deserto si porta via!
Ehi, ehi, andateci piano con i miei occhi e non puntatemi quel faretto fosforescente nelle pupille, non sono mica cieco. Ho solo perso un po’ di sensibilità alle mani e la fame di tutti questi giorni trascorsi in mare è svanita di botto. Chissà, forse ho ingerito un astice mentre venivo a riva a nuoto, o un marlin come quello dello sfortunato pescatore di Hemingway. Ad ogni modo me ne starò qui buono mentre mia madre finisce di apparecchiare in tavola e mio padre torna da lavoro con le tasche vuote e la pancia gonfia dalla rabbia. Mio nonno allora, vedendo la faccia del figlio ingegnere costretto a lavorare per due spicci, dirà che la colpa è tutta di quelli che vennero a prendersi la terra, a costruire le aziende con nomi stranieri e a portare disordine e scompiglio tra la brava gente. Ma il mondo va così: a me hanno insegnato a sorridere e a ringraziare per quel poco che ho, dimenticando il passato e sperando nel futuro.
Sì ma questi mi hanno lasciato da solo. E poi in che razza di posto mi trovo, questo non è un ospedale. Sembra più un ripostiglio. Va be’ sempre meglio dei nostri che quando non sono rasi al suolo da un missile sono pieni di spifferi nei muri. Diavolo, parlo proprio come mio nonno! Anche se qui si inizia a gelare. Deve essere il condizionatore. Be’ capisco che è estate, ma poi non vi lamentate se emigrano anche i pinguini!
Ok, fa nulla, scenderò in strada a dare due calci al pallone e mi riscalderò, con questo sole oggi potrei cuocerci le uova. Se non fosse per questi maledetti aerei militari gli uccelli si poserebbero sui tetti delle case, le ragazze si affaccerebbero alle finestre e io farei molti più palleggi.
Ma guarda, dalla spiaggia arriva mia sorella col suo secchiello. E c’è anche mia madre, e mio padre! Si tengono per mano, mio padre ha il viso rilassato (si vede che gli hanno pagato gli straordinari!), mia madre indica verso il cielo: che fico! gli aerei sono scomparsi. Al loro posto ci sono di nuovo gli uccelli, i castelli di sabbia di mia sorella, le palme zeppe di datteri maturi, le Artemisie rigogliose, mio nonno che sbuffa sorridente, le ragazze che amo e che amerò come si fa con una cosa tanto desiderata e mai conosciuta.
Credo che ci siamo: il viaggio è quasi finito, la luna ha vomitato e la notte ci avvolge con delle note mica male.

“Don’t worry about a thing
Cause every little thing gonna be alright”

Be’ che ne dite, non male uscire di scena con Bob Marley no?! Almeno a me è andata bene, a sedici anni ci sono arrivato.

“Don’t worry about a thing
Cause every little thing gonna be alright”

Marco Mitidieri

Illustrazione di: Francesca Rosa

Mc Donald’s Corporation

Colto da un intensa sensazione di fame mi avvicino all’ingresso del Mc Donald’s. La porta in vetro, segnata da un’impronta di unto, mi conduce verso il bancone dove uomini e donne, distinti da camicie bianche e pantaloni marroni, si danno da fare – il più velocemente possibile – per servire la clientela. Le persone in fila, influenzate da immagini luminose ed artificiali, aspettano con ansia il cibo pregustando, mentalmente, il loro junk-food. Nella cucina, intanto, gli impiegati, contrassegnati da un berretto con il logo Mc in giallo, svelti conducono le loro mansioni quotidiane: il ragazzo di colore immerge nello stesso olio di 4 ore prima finissime stecche di patate surgelate; poco distante una donna robusta impacchetta, in una seducente cartoncino bianco, blu e rosso, gli hamburger che, pronti per essere consumati, vengono disposti su una piattaforma metallica. Il direttore, nel frattempo, nella parte più lontana della cucina, chiama in disparte un impiegato suggerendogli di svolgere il servizio più celermente. Tutto si svolge come di consueto: le macchine del gelato si svuotano di crema bianca posata su coni dal design impeccabile; la cameriera prende il panino e scherza con la sua collega; la donna alla cassa maneggia banconote e batte il conto:<<8 euro e sessanta. Vuole delle salse?>>. Alle mie spalle, intanto, un gruppo di turiste americane, con dei voluminosi zaini da viaggio, scherzano e ridono. Sulla destra, invece, una famiglia, seduta su un piccolo tavolino nero, nel classico stile minimal – particolarmente apprezzato dalla multinazionale americana – divorano voracemente i loro menù. Disorientato in fila, proprio come me, un bambino in lacrime, reclama il suo happy meal, mentre io, al centro del locale, in attesa di consumare il mio dannato panino, presto attenzione ad ogni minimo particolare. Finalmente arriva il mio turno. Ordino un Big-tasty per colmare il mio senso di fame. Alla cassa ecco l’uomo che poco tempo prima immergeva le patatine nella friggitrice. Freddo e imperturbabile, batte il conto. Provo a scambiare due chiacchiere con lui ma vengo del tutto ignorato. Il povero uomo ha fretta; c’è ancora troppa clientela da servire. Prendo il mio menù e mi muovo alla ricerca di un posto a sedere. Sulla mia destra, sopra un tavolo nero, un uomo divora, circondato da un mare di patatine cascate sul vassoio, il suo hamburger. Al suo fianco una donna, probabilmente la moglie, mangia la sua insalata evitando, così, di accumulare troppe calorie. Trovo finalmente il posto. Mi siedo. Ho fame. Prendo allora, in tutta fretta, il panino e con grossi morsi comincio ad ingurgitarlo. Le salse contenute nel mio gustoso junk-burger si impiastricciano sulle mie guance, con la mano sinistra, invece, anch’essa appiccicosa, prendo una manciata di patatine. A pochi metri di distanza, intanto, un addetto alle pulizie, quasi certamente di origine indiana, in tutta la sua umiltà, pulisce tavoli e getta in un cassonetto dell’immondizia gli scarti di qualche mangiatore compulsivo. In pochi minuti, dopo aver divorato il cibo, con le mani ancora sudicie di salsa barbecue e senape, prendo il cilindro bianco della coca-cola ed inizio a berla. Qualche tavolo più in là alcuni ragazzi, finito il pasto, perduti ormai in universi paralleli, si abbandonano ai luminescenti schermi dei loro I-phone. Altri, invece, terminato il loro pranzo, chiacchierano e ridono tra loro. Nel  frattempo, nel corridoio, una donna in vistose difficoltà – probabilmente di origine Rom – si avvicina ai tavoli alla ricerca di cibo o qualche spiccio. Le persone sedute a pranzo, come ipnotizzate dal proprio Mc-food, non le prestano attenzione. Alcuni non si degnano nemmeno di alzare lo sguardo verso di lei; altri, invece, Infastiditi, lanciano occhiatacce e ingiuriano la povera donna indifesa. La donna, distante da me, delusa dall’egoismo umano, esce sconsolata e sconfitta dal fast-food. Anch’io, nel frattempo, concluso il mio pasto, mi dirigo all’uscita. All’esterno del locale una folata di vento muove qualcosa che si schianta sul mio viso. Repentino raccolgo l’oggetto: una cartolina. Al centro del foglio plastificato la foto di un bambino africano denutrito viene usata per promuovere la ricerca di fondi in favore delle popolazioni africane in difficoltà. Colpito – metaforicamente parlando – da un diretto di un boxeur, vengo scaraventato a terra e ricondotto alla triste e raccapricciante realtà contemporanea. Il manifesto atroce della disuguaglianza sociale che affligge il mondo si materializza negli occhi neri di un bambino denutrito. Il suo sguardo, triste, malinconico e scavato dalla morte,  continua a fissarmi e ad osservare disgustato, all’interno del fast-food, decine di persone ingorde e soddisfatte nei loro vassoi stracolmi di cibo: tutti sorridenti, indifferenti e cinici, con la saliva che gli penzola dalla bocca, continuano a mangiare ferocemente hamburger e patatine.

Jes

Prove d’esistenza

Ida
Sogna il mare che la cullò
in fasce di lino bianche
Ricorda la ruvidezza delle pietre joniche
che la levigarono
quando l’amor di giovinezza
le dava un sorriso di libertà
Scuote i suoi occhi al cielo
alternando preghiere e bestemmie
Ed è Madre
Ed è sola
Arrotola le dita e ne fa pugni innervati
Gli alberi aggraziati
soffiano un vento che non è più
e mi racconta di un tempo che più non le appartiene
Coi suoi occhi illacrimati se ne va
fischiando un motivo che la illude d’essere
Sfollata rastrella la sua ultima stagione
Ramificazione d’illusioni

Nascita
Queste quattro ali di fumo
m’annebbiano e mi cancellano

Fuori riposa come una dama
in un caldo abbraccio di stelle
una luna d’azzurr’oro dipinta
Due amanti si raccontano
e si lasciano scivolare addosso
sulla loro pelle la notte
Avranno amore da scambiarsi
I loro sessi si confonderanno
l’uno nell’altro come versi
d’una poesia che non ha fine

E sarà giorno ed io scoprirò
la mia assenza

Divenire
Mi trasmuto
in gocciole
di pioggia
Come pianto
dal cielo
vengo giù

Divenire
donando al sole
i mie specchi

Arcobaleno

La notte si dipinge
La notte si dipinge
d’invisibili sguardi
La luna divora
sogni estremi
Lenzuola calde
d’amore
Silenziosi sorseggi
di speranze
Un sussulto
per dirsi addio
Il domani
che tarda ad arrivare

Lama di verso
Lama di verso
Un seme
un fiore
un frutto
Un seme
Il nulla
La tua esistenza è assenza

Mancanza
Tu non sai che la tua mancanza

Dacché l’uomo è nulla che si soffre
La sua pienezza è nel vuoto rimastogli

Quieto vento
Quieto vento

Notte d’estate

Mi accarezzo
in silenzio
l’anima

In questo trambusto
di stelle
nasce la luna
ed io fuggo
oltre il disfacimento
del cielo

Francesco Cavallo

Nell’indifferenza più totale

Dopo 12 ore di lavoro, stanco morto, mi dirigo verso la stazione per prendere il treno. Arrivato a Santa Maria Novella, rincoglionito come un’astronauta di ritorno dalla sua prima missione su Marte, perduto nello schermo digitale del mio cellulare, mi scontro, violentemente, con un uomo alto e possente: << Oh cazzo! è un militare>>. Armato fino al midollo – aveva addirittura un apparecchio dentale – il soldato mi punta direttamente, senza fare tanti complimenti, la sua mitraglia in faccia e, con una voce decisa e allo stesso tempo distorta, a causa del ferro spinato al confine tra i suoi denti e le sue labbra, mi dice:<<Algzi Lle manri>>. Immobile ed in preda ad un terribile shock, alzo le mani. A due passi dalla canna nera di un’arma da fuoco, puntata in direzione della mia testa, sudo vistosamente inzuppando la t-shirt. L’agente, intanto, dopo essersi immediatamente reso conto della mia collaborazione, anche lui sottoposto a stress, mi chiede:<<come ti chiami?>>. Rispondo così, con il mio accento arabo, proferendo il mio nome e, dopo aver ottenuto il suo permesso, consegno il mio documento. Il militare, accompagnato da un suo collega, dopo aver letto e verificato i dati contenuti sul mio permesso di soggiorno, come se nulla fosse accaduto, abbassa la mitraglia e, chiedendomi scusa, mi lascia lì, circondato dagli sguardi di terrore, ansia e odio della gente in transito vicino ai binari. Il mio corpo, in preda alla paura, continua a grondare sudore che, nella veste di gocce, scivola sulla mia schiena, provocando in me un leggero, quanto intenso, brivido di freddo. Anche il cuore batte tremendamente forte e le gambe, piegate da un’orribile sensazione di stanchezza, sembrano cedere. Le persone intorno a me, restìe a dimenticare l’accaduto, continuano ad osservarmi. Inconsapevoli della gaffe degli uomini in divisa, i loro sguardi impauriti e colmi di domande, dubbi e giudizi sembrano trasformarsi in pugnali ardenti che si conficcano nel mio cuore. Decido di non curarmene. Mi dirigo perciò verso il binario in attesa del treno che mi avrebbe accompagnato a casa da mia moglie e i miei bambini. Alle 22.30, Ancora circondato dagli sguardi dei passanti, una voce registrata annuncia il ritardo di un’ora del mio treno. Solo, spaventato e con un’intensa sensazione di fame, dopo aver timbrato il mio biglietto, mi siedo su una panchina ad attendere quel dannato mezzo di trasporto. Finalmente arriva. Entro e, senza curarmene, mi dirigo verso il vagone più vicino posandomi sul primo sedile sulla sinistra. Inizio così a leggere un libro. All’improvviso vengo interrotto da una voce:<<biglietto prego>>. Mostro il biglietto al controllore che subito dopo con voce seria e decisa mi dice:<<Siamo in prima classe e lei ha un biglietto per la seconda>>. Mortificato allora rispondo:<<mi dispiace. Ora mi sposto in seconda classe>>. L’uomo delle F.s non ne vuole sapere allora, impassibile, mi dice :<<Non è possibile. Deve pagare una multa di 80 euro>>. Innervosito, vivo a stento con evidenti problemi finanziari, non ho voglia di consegnare la mia paga quotidiana in favore di una compagnia perennemente in ritardo, inizio perciò a giustificarmi in maniera un po’ più animata ma sempre con gentilezza:<<mi dispiace. Guardi mi sposto subito>>. Il controllore non ammette alcuna replica. Arrabbiato comincio ad urlare e ad andare su di giri. Intanto la borghesia seduta in prima classe inizia a scrutarmi, dall’alto verso il basso, infastidita. Il controllore continua a chiedermi, come il migliore dei truffatori, quei dannati 80 €. La mia rabbia ora è alle stelle. Vorrei cominciare a prenderlo a calci. Sudato, ormai fuori controllo, come una scheggia impazzita, continuo a protestare contro sua maestà “bigliettoinprimaclasse”. Stanco ormai, dei miei inutili reclami, vistosamente stressato e sudato, forse per rabbia e disperazione, mi tolgo di dosso tutti gli abiti. Nudo. Ecco la mia carne nera sbattuta contro quella inutile autorità vestita da nazi-fascista. Al centro del vagone, circondato dalla voce del controllore e dalla calca di viaggiatori curiosi, esprimo con un gesto tutta la mia rabbia ed il mio dissenso. Nel frattempo entra la Polizia ferroviaria che mi preleva, con la forza, portandomi un asciugamano per coprire le nudità del corpo. Decidono di accompagnarmi così fino alla stazione di polizia di Arezzo. Sceso dal treno, strattonato da due agenti, continuo a dimenarmi. Lungo il vagone, intanto, si scatena una eco interminabile. La signora con un bambino sul passeggino dice:<<quel nero non ha pagato il biglietto. Dovrebbero espellerli tutti>>. L’avvocato invece, seduto più in là, aggiunge:<<quell’uomo è pazzo. ha sicuramente problemi mentali>>. Il ragazzino nerd, con arroganza, in romanesco aggiunge:<< anvedi ao. C’avemo pure l’incredibile Hurk su sto treno>>. Il brusio è intenso. Si intersecano, nello spazio longitudinale del treno, commenti carichi di rabbia, odio e anche di curiosità. Un gruppo di donne, nell’indifferenza più totale, divertite dall’accaduto, inizia a scambiarsi battute a sfondo sessuale. A Diversi kilometri di distanza invece, io, un povero uomo, vengo massacrato di botte nella caserma. I colpi del manganello sono violentissimi; dalla testa fuoriescono lacrime di sangue e, intanto morente, cado verso il suolo. I miei occhi castani, colmi di lacrime, mi abbandonano lentamente. Riverso in una pozza orribile e grumosa, ucciso da bastardi in divisa, saluto il mondo facendo scorrere nella mia mente, mediante l’immaginazione, con l’ultimo briciolo di energia, i volti dei miei tre figli e lo sguardo dolce di mia moglie che attendono, disperati, il mio ritorno invano. Nel vagone intanto, come se nulla fosse accaduto, la gente, priva di alcuna umanità, continua, come se fosse dentro un cabaret, a divertirsi e a parlare con accanimento di quel pazzo marocchino.

Mostafa Aboub

Pesci siamesi

Non sapevo se quel mare fosse reale o immaginario, vissuto o sognato. Lo osservavo dal finestrino e non riuscivo a distoglierne lo sguardo. Era blu come le cose che non hanno limiti, increspato come il susseguirsi dei pensieri. Non sapevo nulla di quell’estate, la mia unica certezza era che quel mare sarebbe stato l’inizio di tutto. Mohammed sedeva di fronte muto, gli occhi fissi sul mare aperto, la mente naufraga nei pensieri. Era passata un’ora ormai e quel silenzio mi infastidiva. Lanciai uno sguardo distratto allo smartphone per controllare l’ora e ridare così un senso al tempo. Ancora venti minuti balbetto a mezza voce. Mohammed mi guarda. Rido. Ride anche lui. Ha capito che il mio sorriso vuol dire casa. Casa. Mare aperto. Pensieri. Troppi pensieri. Stretti in trame infinite e contorte entrambi lanciavamo le reti sull’oceano dei nostri ricordi, certi che la pesca avrebbe portato a galla narrazioni frammentate d’un passato che è soltanto ieri. Storie come tonni che nuotano profondi, pronti a salire in superficie per respirare. Eccoci. Entrambi sul ponte di prua, due palombari pronti a tuffarsi e scandagliare angoli rimossi d’esistenze. Strizzo l’occhio al tizio che pompa l’ossigeno per dirgli okay tu continua a pompare. Alzo il pollice, fa molto duro da film hollywoodiano, mi faccio coraggio e urlo a Mohammed è tutto a posto! Andiamo! La faccia di Mohammed è perplessa. Il grido proveniente da sotto il casco suonava alle orecchie di entrambi lontano e vuoto. Causa ristrutturazione interna l’azienda è spiacente di comunicarLe che a decorrere da domani è formalmente licenziato. Mohammed, ricordi il mare nero pece nelle notti senza luna. Il buio che oltrepassa la pelle scura, e penetra nelle ossa. Ricordi il gommone sulle onde spingerti lontano. Ricordi di aver pregato.

Giacinto Licursi

Foto e disegno di:

Giacinto Licursi

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Master of reality

Non ho mai avuto familiarità col gergo informatico. Non mi interessa, mi annoio ed esco in strada dove si parla male ma si parla la lingua dell’uomo. È successo e continua a succedere sulla linea 19 del tram. A dirla tutta, rischiando di perdere credibilità, è successo e continua a succedere tra la 19 e l’abisso oscuro. Prima si sente un boato come se l’asfalto implodesse dal basso, poi silenzio, infine una luce elettrica a ridosso della curva che dà sul viale. E quando anche l’ultimo vagone supera l’angolo un sibilo assordante penetra l’aria meffitica della sera tranciandola di netto. È una linea morta che sbuca di getto dalla pancia di una visione in fase non-Rem. Apocalisse elettromagnetica. L’olio rosso dei freni. È vero: le leggende non sono mai vive.

23.59 Nelle cuffie i Tool martellano i miei neuroni espandendoli in ampiezza. Stiamo svoltando a sinistra per prendere il viale dell’università e fisso il riflesso delle luci di dietro sulle rotaie. Mi piace la strada che rimane immobile mentre il resto si muove. Ecco perché guardo sempre indietro. Tempismo e condanna. Un terremoto improvviso, un suono assordante, flash di luce e un foro d’uscita nello spazio-tempo; una locomotiva fluorescente, lanciata a velocità pazzesca, corre in direzione opposta alla nostra.

Un battito d’ali di corvo. Avverto un terribile bruciore alle tempie e cado a terra esausto. Quando mi sveglio il mondo è un puntino disperso tra le galassie e i miei occhi osservano il resto del corpo sospeso su una coltre di campi magnetici incandescenti. Sembro un pollo su una griglia. Una voce imponente lancia vocaboli nell’aria -ammesso sia aria- che si infiammano come se incontrassero la resistenza di una barriera invisibile. La pelle cambia colore e forma, con la mente sono in grado di creare anelli stellari di svariate dimensioni. È la fine lo so. Materiale amorfo scende giù come un fiume di lava dai lati di una costa inesistente e vengo inghiottito da una beatitudine inconcepibile per una specie così limitata come la mia. Eccomi vagare per i marciapiedi nella penombra dei lampioni, incerto se quella dimensione sia davvero esistita. Tre ragazzi mi chiedono un’informazione: a testa bassa indico col dito l’angolo del viale universitario. Silenzio. Alzo gli occhi e i tre sono senza espressione. Questi sono gli effetti! Lentamente scompaiono. Davanti a me non c’è nessuno.

Mi sono sostituito alla morte? La morte esiste solo quando ci si pensa troppo. Probabilmente andranno tutti a fare un viaggio tra le entità extra-solide. Il mio tram sta arrivando. Non occorre più che guardi indietro. I Tool vibrano nelle mie cuffie e la realtà si assottiglia dolcemente.

Marco Mitidieri